EMANULE SEVERINO.
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IL DECLINO DEL CAPITALISMO.
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1993.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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"Il nemico pi implacabile e pi pericoloso del capitalismo  il capitalismo stesso: sia quando si lascia tentare dalle voci della morale, della religione, della cultura, che lo invitano a uscire dalla pura logica del profitto, sia quando tira dritto per la sua strada. Severino in queste pagine traccia un bilancio e fornisce uninterpretazione sullo stato attuale del
capitalismo che, dopo gli eventi del 1989, sembrava avviato a una crescita illimitata, e che invece  destinato a un declino irreversibile. Uno scritto denso e provocatorio, che rovescia luoghi comuni. Un testo attuale, stimolante, ricco di spunti di riflessione.
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L'AUTORE.
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EMANUELE SEVERINO, nato nel 1929 a Brescia,  uno dei maggiori pensatori contemporanei. Gi ordinario di Filosofia teoretica allUniversit di Venezia,  professore emerito della stessa Universit. Insegna alla facolt di Filosofia dellUniversit San Raffaele di Milano. Accademico dei Lincei,  autore di opere fondamentali, tradotte in varie lingue.
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Prefazione 2007.
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Se dovessi scrivere oggi questo libro non toglierei, ma aggiungerei qualcosa intorno a quanto  accaduto dopo la data della sua pubblicazione (novembre 1993). Il declino del capitalismo  una previsione che appartiene a una previsione pi ampia: il declino dellintera tradizione occidentale; e le
appartiene in modo specifico. Sia quella pi ampia previsione, sia questo suo specificarsi in relazione al
declino del capitalismo, stanno al centro del mio discorso intorno al senso della storia dellOccidente.
Tuttavia nel novembre 1993 il terrorismo del fondamentalismo islamico non si era ancora
portato al centro della scena mondiale e lattenzione era ancora rivolta, anche in Italia, al terrorismo di
destra e di sinistra  che peraltro non sono acqua passata, se ancora, dopo decenni, non si  riusciti a
far chiarezza su stragi come quella di piazza Fontana, del treno Italicus, di piazza della Loggia. Ma, a
livello mondiale, lattenzione era soprattutto concentrata sulla fine dellUnione Sovietica (un tema,
questo, che certamente non  separato da quello del terrorismo).
Nonostante limponenza del terrorismo islamico, il fenomeno dominante degli ultimi centanni
rimane il crollo dellUnione Sovietica, perch il farsi avanti del mondo islamico  una delle pi
rilevanti conseguenze di quel crollo. Sino a che lUrss  rimasta in vita, e quindi alla guida delle
rivendicazioni dei popoli poveri, il fondamentalismo islamico non avrebbe infatti potuto esercitare
laggressivit poi sviluppata contro lOccidente, senza che essa si trasformasse in uno scontro diretto
tra mondo democratico-capitalistico e mondo comunista  senza cio che essa si trasformasse in quello
scontro nucleare, totalmente distruttivo, che le due superpotenze hanno sempre e con successo evitato.
E, appunto,  soprattutto nel contesto del crollo del socialismo reale che questo libro considera
il declino del capitalismo e mostra come le ragioni fondamentali di quel crollo siano le stesse di tale
declino  anche se poi esistono, per questultimo, ragioni specifiche, che costituiscono la parte centrale di queste pagine.
Oltre a non aver nulla a che vedere con la previsione marxista della fine del capitalismo, il
declino autentico del capitalismo ha un andamento ondeggiante che (come nel caso del cristianesimo)
non esclude le fasi di reviviscenza e di effettivo dominio sulle altre forze. Ad esempio  ed  lesempio
pi rilevante  il capitalismo  uscito vincente dalla lotta contro il comunismo e a livello planetario la
sua  tuttora limmagine del vincitore.
Lo stesso accade, su scala molto ridotta, per il capitalismo italiano. In questo libro si indicano
anche alcuni degli ostacoli con i quali il capitalismo italiano si  dovuto (e si deve tuttora) confrontare
dopo la fine della guerra fredda, nonostante il punto di massimo in cui oggi si trova la sinusoide capitalistica.
Alla fine del 1993, quando questo libro venne pubblicato, il fenomeno politico pi rilevante in
Italia era il successo elettorale della Lega. Pochi mesi dopo, Forza Italia sarebbe stata la seconda e
ancor pi rilevante sorpresa. Il tema di fondo, espresso nel cap. 29,  la permanenza del sistema
dominante (cio del capitalismo) al di sotto delle diverse forme di gestione di tale potere. Se durante la
guerra fredda la gestione pi adatta  stata quella che nella sua visibile configurazione politica si
esprimeva nella Dc e nei suoi alleati minori, con la fine dellUrss si  avvertito che si dovevano
prendere le distanze da tale gestione, che per contrastare il comunismo era dovuta scendere a
compromessi con le pi diverse e pi gravi forme di illegalit. Sembrava, allora, che la nuova gestione
del (permanente) sistema dominante potesse trovare espressione nella Lega, cio potesse sentirsi
sufficientemente garantito da essa contro le forze di sinistra.
Nel succitato capitolo si dice, in relazione agli interessi di fondo delle forze conservatrici e in
generale del capitalismo italiano: Dal punto di vista di questi interessi, il successo della Lega 
rassicurante. Si tratta di vedere se sia anche sufficiente per equilibrare le preoccupazioni che, secondo
quel punto di vista, provengono, per esempio, dallavanzata di Rifondazione comunista, dalla tenuta del
Pds e dallevoluzione dei rapporti tra questi due gruppi e, in generale, tra i diversi raggruppamenti
progressisti. Un riaccostamento del Pds a Rifondazione comunista e quindi al marxismo sarebbe un
elemento decisivo per rafforzare nelle forze conservatrici la convinzione che le loro posizioni di
predominio sono maggiormente minacciate oggi, che il Pci non esiste pi, di quanto non lo fossero al
tempo della guerra fredda e dello scontro planetario tra capitalismo e comunismo. Ancora pi
preoccupante, la possibilit di unalleanza tra Pds ed ex Dc, che formi un fronte comune contro la Lega.
Ho messo in corsivo due passi del testo ora riportato perch (oltre al motivo per il quale Forza
Italia ancora oggi considera esistente il pericolo comunista) mettono in risalto due tratti importanti
per la comprensione dei capitoli 25-34.
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Primo corsivo, relativo al successo della Lega: Si tratta di vedere se sia anche sufficiente. Il
problema, in questa pagina,  cio lasciato aperto. Il che significa che il sistema, quel successo,
avrebbe potuto ritenerlo non sufficiente  la qual cosa si  appunto resa visibile, poco tempo dopo la
pubblicazione del mio libro, col successo di Forza Italia, che ha fortemente ridimensionato quello della Lega.
Anche il secondo passo messo in corsivo anticipa quanto  poi effettivamente accaduto:
lalleanza tra il Pds e un ampio settore della Dc  lalleanza che se in un primo tempo si  contrapposta
alla Lega, si  poi contrapposta a Forza Italia. Nel frattempo la destra, pi legata alla precedente
gestione del sistema, andava abbandonandola e consentiva alla Lega quel riavvicinamento a Forza
Italia che in un primo tempo era andato in crisi per la vicinanza di questultima alle forze fasciste.
Rispetto alla configurazione generale del libro, laspetto su cui ci si  qui sopra soffermati 
relativamente secondario. Lesservisi soffermati contribuisce per a confermare quanto ho affermato allinizio: che se dovessi scrivere oggi questo libro non dovrei togliere, ma dovrei aggiungere qualcosa: quello che ho scritto nel frattempo in saggi quali Destino della tecnica (1995) e DallIslam a Prometeo (2003), pubblicati da Rizzoli.
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Emanuele Severino. Luglio 2007.
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Avvertenza.
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La civilt della tecnica si lascia alle spalle anche il capitalismo. Il capitalismo, come ogni altra forma della tradizione occidentale.  un tema che sto elaborando da tempo. Ma questo libro, pur non essendo indirizzato agli specialisti, propone un nucleo teorico, allinterno di quel tema, di cui sar difficile non tener conto, ritengo, nelle indagini sul futuro del capitalismo. In queste pagine, inoltre, tale nucleo si presenta nelle condizioni pi adatte per farsi comprendere: cio non come una voce che viene da lontano, ma come conseguenza delle stesse convinzioni dominanti del nostro tempo e, anzi, della
nostra civilt. (In questo senso, se ne pu trovare una anticipazione nei paragrafi 1-3 del cap. 15 del mio saggio La bilancia, Rizzoli, 1992.) Certo, la voce che viene da lontano  il contesto autentico, cio, dei temi del nostro tempo; il contesto a cui si rivolgono i miei scritti  non pu esser messa a tacere nemmeno in questo libro. Ma rimane sullo sfondo.
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In queste pagine la parola capitalismo indica il tratto essenziale del capitalismo, lessenza che  presente in tutte le forme, anche profondamente diverse, di capitalismo; del passato come del nostro tempo (e che dunque  presente nella forma giapponese, in quella americana o tedesca, in quella, arretrata, del capitalismo italiano delle grandi famiglie). Il declino del capitalismo  il declino della sua essenza. Ma non si produce per le ragioni indicate dal marxismo.
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Il nucleo teorico di cui ho detto  presente soprattutto nei capitoli 7-24. I capitoli 1-6 hanno un carattere introduttivo e pongono il tema del capitalismo in rapporto ai tratti pi generali del nostro tempo. I capitoli 25-34 riprendono e sviluppano questo rapporto, ma tenendo soprattutto conto della situazione italiana. I capitoli 35-36, infine, riconducono il tema del tramonto del capitalismo alle linee fondamentali del mio discorso filosofico. In qualche sua parte il presente volume rielabora alcuni articoli che negli ultimi anni ho pubblicato sul Corriere della Sera e su Il Sabato.
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Emanuele Severino. 18 settembre 1993.
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1.
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Dove sta andando lEst?
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Gli entusiasmi per gli avvenimenti dellEst sono lontani. Le speranze del 1989 sembrano
illusioni. Nel mondo capitalistico si  pensato che il crollo del socialismo reale e la fine della guerra
fredda avrebbero chiuso i problemi fondamentali tra Ovest ed Est, con gli Stati Uniti e leconomia di
mercato alla guida del mondo. Daltra parte, ci si sta rendendo conto che larsenale nucleare sovietico
continua a esistere e che nellex Urss il capitalismo stenta a decollare. Proprio perch Ucraina,
Kazakistan e Bielorussia pretendono di controllare luso del potenziale atomico da parte del potere
centrale sovietico, questo loro atteggiamento indica lintenzione di mantenere unita la potenza nucleare
dellEst, che dunque continua ad essere competitiva rispetto allarsenale nucleare americano. Anche se
complicato dalle richieste di autonomia delle Repubbliche ex sovietiche, il bipolarismo Usa-Urss
continua a esistere. Lo sostengo anche oggi, perch il bipolarismo non va inteso come un fatto
primariamente economico, ma come un fatto primariamente militare.
Il bipolarismo continua a esistere anche se al potenziale nucleare americano sono coordinati
quello inglese e francese (e israeliano) come al potenziale nucleare della Repubblica russa possono
essere coordinati probabilmente con vincoli pi stretti quelli dellUcraina, del Kazakistan e della
Bielorussia, nellambito della Comunit degli Stati indipendenti (Csi). Che lavversario fosse
scomparso era unillusione, perch lex Urss pu rinunciare al socialismo reale, ma non alla propria
potenza militare-industriale, nella lotta planetaria sempre pi dura per la sopravvivenza. Anzi, lUrss ha
abbandonato  o allEst si sta abbandonando  il socialismo reale proprio perch ci si  resi conto che
esso costituisce il principale ostacolo allefficienza del sistema economico che sta alla base della sua potenza militare.
 vero che avere come avversario lUrss comunista e la Russia o la Csi postcomunista sono
cose molto diverse, ma (sono ventanni che lo sostengo) dopo la Seconda guerra mondiale la
conflittualit Usa-Urss si  trasformata ben presto in una concordia discors, dovuta alla consapevolezza
che allopposizione ideologica tra capitalismo e comunismo era sottesa una pi profonda comunanza di
interessi: gli interessi che i Paesi privilegiati del Nord del Pianeta (pi privilegiati allOvest, meno
allEst) hanno in comune rispetto ai popoli non privilegiati del Terzo Mondo e cio rispetto ai
giganteschi problemi determinati dalla pressione planetaria dei poveri sui ricchi.
Nel confronto con le economie occidentali leconomia della Csi si trova certamente in
condizioni disastrose, ma  pur sempre incomparabilmente superiore a quella dei Paesi sottosviluppati.
Tanto che non era sembrata utopica la richiesta dellUrss di associarsi al gruppo dei Sette Paesi pi
industrializzati del mondo, mentre utopica sarebbe senzaltro sembrata se ad avanzarla fossero stati
Paesi come lIndia, il Brasile, la stessa Cina.
Larghi strati del capitalismo occidentale vorrebbero un Est aperto alleconomia di mercato e
disarmato. Tendono anzi a condizionare la concessione di aiuti economici alla Csi con la richiesta della
smobilitazione del suo arsenale nucleare. Vorrebbero cio una Russia, o una Csi, considerevolmente
pi ricca e infinitamente pi debole, pi appetibile per le sue ricchezze e del tutto incapace di
difenderle dalla spinta destabilizzante che proviene dal Terzo Mondo. Vogliono la luna nel pozzo,
perch in un mondo sempre pi pericoloso  soltanto unillusione che la Russia possa rinunciare a
quella potenza militare di tipo superiore che solo ad essa e agli Stati Uniti consente di assicurarsi
indiscutibilmente la sopravvivenza sulla Terra. Lala conservatrice della classe dirigente sovietica (da
cui  venuto il colpo di Stato del 1991) lo sa molto bene, e pur di conservare alla Russia il carattere di
superpotenza sarebbe disposta a chiedere sacrifici ancora pi pesanti alla popolazione e ad adottare le
misure pi energiche per reprimere gli scontenti.
Ma  inevitabile che le stesse popolazioni della Csi finiscano per comprendere che la
smobilitazione nucleare sarebbe un pericolo incomparabilmente superiore a quello costituito dagli
stenti economici. Sarebbe il suicidio. S che la crescita di questa consapevolezza  di cui esiste gi una
consistente avvisaglia nellevoluzione della politica di Eltsin   direttamente proporzionale alla
crescita della delusione di chi mirava a una Russia economicamente pi florida e militarmente debolissima.
Questo intento, proprio di una certa area del mondo capitalistico,  oggettivamente congruente
alla politica iniziale di Eltsin e alle aspirazioni delle masse a cui tale politica era rivolta.
Sostanzialmente, Eltsin si era presentato come chi era disposto a liquidare la potenza militare sovietica
al fine di soddisfare i bisogni della gente. In seguito, ha chiesto invece sacrifici, ha tentato di
concentrare nella Repubblica russa lintero arsenale atomico sovietico e ha compiuto mosse di carattere autoritario.
Nella sua politica iniziale si esprimeva un progetto paradossale: dare alla gente un tipo di vita
affine a quello delle societ occidentali e, nello stesso tempo, smantellare la potenza bellica dellUrss,
che sola pu assicurare la stabilit di questo tipo di vita contro le minacce che si addensano, ai confini
meridionali dellex Unione Sovietica, lungo la linea che va dal Mar Nero al Mar del Giappone.
Forse la gente che in Russia ha dato il proprio appoggio alla politica radical-liberale di Eltsin,
non sta ancora accorgendosi del carattere paradossale di quel progetto e non capisce ancora quanto sia
illusorio e precario uno stile di vita analogo al consumismo occidentale e privo delle strutture
militari-industriali di tipo superiore che sole, oggi, possono difendere tale modo di vivere.  per
inevitabile che listinto di sopravvivenza finisca alla lunga col favorire quella consapevolezza.
Ma non ci sono soltanto le illusioni del capitalismo e delle masse sovietiche. Anni fa, la
risposta alla domanda: Dove sta andando lUrss? sembrava scontata: la crisi del comunismo 
determinata dalle aspirazioni alla democrazia, alleconomia di mercato o, per la Chiesa cattolica, ai
valori cristiani. Si trascurava, con questa risposta, la circostanza che labbandono del socialismo reale
non era dovuto a movimenti di massa, ma era leffetto di un calcolo della classe dirigente sovietica, che
prendeva sempre pi chiaramente coscienza dellimpossibilit di amministrare in modo efficiente la
societ sovietica e il suo dispositivo industrial-militare con i criteri delleconomia pianificata.
Il sottinteso fondamentale di quella risposta  che oggi non sembra pi cos scontata come ieri 
 che democrazia, capitalismo, cristianesimo siano il sole intorno a cui gravita il pianeta dellEst. Ed 
certamente vero che i pianeti gravitano intorno al sole. Ma  anche, questo, un concetto sviante, se si
ignora che il sole stesso  in movimento, insieme a tutte le altre stelle della Via Lattea. Anche la
democrazia, il capitalismo, il cristianesimo sono in movimento. LUnione Sovietica si  diretta verso di
essi; ma, essi, dove stanno andando? Se il loro movimento  pi lento di quello dellEst, non per questo
 inesistente. E i movimenti pi lenti, nella storia, determinano i cambiamenti pi duraturi. Oggi si
stenta a comprendere che democrazia, capitalismo, cristianesimo non sono punti di arrivo
dellevoluzione dellEst, ma punti di passaggio e che non solo i Paesi dellEst, ma anche quelli
dellOvest stanno muovendosi verso una configurazione del mondo dove non solo il comunismo 
lasciato alle spalle, ma anche i valori democratici, leconomia di mercato, la fede cristiana non sono pi
alla guida dei popoli, ma si trovano subordinati alla volont mediante la quale lapparato
scientifico-tecnologico, assicurando la sopravvivenza ai popoli privilegiati, perpetua la propria
sopravvivenza e tende ad accrescere indefinitamente la propria potenza.
Gli entusiasmi per gli avvenimenti dellEst sono lontani e le speranze del 1989 sembrano
illusioni. Ma in Europa e in America, a entusiasmarsi, a sperare e a illudersi sono state  e in qualche
modo continuano ad esserlo  le grandi forze che attualmente guidano le societ occidentali. Alla
democrazia, al capitalismo, al cristianesimo sta capitando come a uno che si veda venire incontro una
persona, pi o meno sorridente: si predispone a salutarla e intrattenersi con essa, ma essa gli passa
accanto e procede oltre. Stava andando altrove  anche se per andarvi doveva avvicinarsi a chi riteneva
che stesse andando da lui.
Quella persona  la societ sovietica. Sta diventando sempre pi simile alle societ occidentali,
si fa loro sempre pi vicina, ma per andare altrove, verso una dimensione in cui le societ occidentali
stanno esse stesse portandosi. Quando le forze che stanno alla guida di tali societ avvertono di non
essere il punto di arrivo dellevoluzione dellEst, ma un punto di passaggio  sebbene per molti aspetti
obbligato , si diffondono in esse le delusioni e il timore. Il problema fondamentale del nostro tempo
riguarda appunto il senso del processo in cui tali forze, che oggi prevalgono sul socialismo reale  e che
peraltro sono tra loro conflittuali  stanno avviandosi esse stesse, pi lentamente, al tramonto.
Da quando Eltsin  stato eletto presidente della Repubblica russa si sono dunque scontrati
allEst tre progetti per controllare la liquidazione dello Stato marxista. 1) Il progetto dei conservatori:
non si tratta di conservare il comunismo (nei proclami degli autori del colpo di Stato dellagosto 91
nellUrss, non ci fu un solo accenno al comunismo o al marxismo), ma di salvaguardare lefficienza e
la competitivit dellapparato tecnologico-militare pi potente del mondo (insieme a quello Usa), anche
a costo di imporre alla gente sacrifici ancora pi pesanti. 2) Il progetto iniziale di Eltsin, che era lesatto
opposto di quello conservatore e che si proponeva di soddisfare le aspettative di benessere economico e
politico della gente anche a costo di smantellare la potenza tecnologico-militare dellUrss. 3) Il
progetto di Gorbaciov: soddisfare quelle aspettative di benessere senza distruggere la potenza
dellUrss. Se la difesa dello Stato marxista non era e non  la preoccupazione primaria dei conservatori,
essa non era nemmeno la preoccupazione primaria di Gorbaciov. Il suo progetto era di mediare gli
altri due, facendo leva sulla convenienza, per il mondo occidentale, di aiutare leconomia dellUrss.
Nellestate 1991 scrivevo: Gorbaciov potrebbe uscire presto dalla scena. Ma se la sua  la
politica della mediazione, essa pu avere le maggiori probabilit di successo (Corriere della Sera,
4.9.91). Gorbaciov  uscito di scena e la politica della mediazione tra il progetto conservatore e
quello del primo Eltsin  stato ereditato dal secondo Eltsin, le cui mosse pi visibili tendono a
conservare alla Repubblica russa, in posizione egemone nella Csi, il carattere di superpotenza che era
proprio dellUrss. Il progetto sostanziale di cui Gorbaciov era linterprete si sta mostrando vincente,
anche se linterpretazione che egli ne dava conteneva dei fattori  soprattutto la volont di tenere in vita
uno Stato unitario sovrannazionale  che, almeno per ora, si stanno mostrando perdenti.
Al Consiglio di sicurezza dellOnu tenutosi agli inizi del 92, Eltsin ha proposto a Bush di
abbandonare lallestimento di uno scudo spaziale esclusivamente americano, per dar vita a un sistema
globale per la protezione della comunit mondiale, prodotto dalla collaborazione della tecnologia
americana e russa. Con questa proposta Eltsin  venuto a riconoscere che il pericolo maggiore, per la
Comunit degli Stati dellEst e per tutti i popoli pi o meno ricchi del Nord del Pianeta,  oggi
costituito dalla pressione destabilizzante del Terzo Mondo. Si  accorto che la si pu arginare solo
tenendo alto il livello di efficienza di quellapparato tecnologico-militare che allinizio egli sembrava
disposto a liquidare per andare incontro al bisogno di benessere della gente. E lefficienza di tale
apparato richiede oggi, sia allEst sia allOvest, la sua riconversione, cio la riduzione dellarmamento
atomico allestito in funzione dello scontro ideologico Usa-Urss, e ladozione di nuovi strumenti di
difesa e di offesa commisurati alla minaccia crescente che proviene dal Terzo Mondo. (Ma va aggiunto,
e lo sostengo da tempo, che era ingenuo ritenere realizzabile uno scontro atomico Usa-Urss  che non
avrebbe prodotto altro che il dominio della Terra da parte delle grandi masse sopravvissute dellOriente
e del Sud , e che invece  molto pi realistico ritenere che le forme pi cruente di conflittualit
possano realizzarsi lungo lasse Nord-Sud.)
La proposta di Eltsin a Bush ha mostrato inoltre come proprio Eltsin sia divenuto lerede della
volont dellUrss di tenere in vita quella parit atomica con gli Usa, che verrebbe meno se questultimi
diventassero gli unici beneficiari dello scudo spaziale. Il problema  aperto: Bush e Clinton non hanno
ancora risposto alla proposta di Eltsin. Ma  chiaro che, proprio perch il problema  sul tappeto,
America e Russia continuano a considerare se stesse come i protagonisti della scena mondiale. Lo Stato
marxista dellEst  morto, ma non  morto lapparato tecnologico-scientifico-industriale-militare che in
passato aveva lo scopo di sorreggere e diffondere il comunismo nel mondo, ma che poi si  accorto di
quanto il proprio funzionamento fosse ostacolato dallideologia marxista, e ha finito col liberarsi di essa.
La morte dello Stato marxista non  un semplice fatto che sarebbe anche potuto non accadere.
Da un secolo e mezzo sta producendosi nelle societ del Nord un insieme imponente di fenomeni
essenzialmente analoghi al disfacimento dellUrss. Si tratta della dissoluzione di ogni forma di
assolutismo: in campo culturale, etico-religioso, politico, economico. Il Nord del Pianeta rifiuta ogni
principio assoluto, ogni norma morale definitiva, ogni legge naturale inderogabile, le democrazie
prevalgono sulle dittature e i totalitarismi, lo stesso capitalismo non concepisce pi se stesso come
legge naturale eterna, la scienza e la filosofia rinunciano ad ogni verit incontrovertibile.
In questo contesto, cera da stupirsi che lo Stato marxista, fondato su una concezione filosofica
assolutistica, fosse ancora vivo, non ancora travolto dal fiume della storia contemporanea (cfr. E.
Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi, 1988; La bilancia, cit.). Le riforme di
Gorbaciov erano quindi nellordine delle cose, andavano nella stessa direzione della corrente. Erano
quindi fuori strada quanti ritenevano possibile nellUrss la restaurazione dellortodossia marxista. Ed
era lecito fare anche dellironia sui continui necrologi per un Gorbaciov che il giorno dopo mostrava di
essere ancora in sella. Che egli sia stato defenestrato da Eltsin e in generale dai movimenti democratici
e nazionalisti  dunque una conferma della sostanziale irreversibilit (peraltro conciliabile con
involuzioni provvisorie) del processo che ha condotto alla morte dello Stato marxista. Cos
improbabile, la restaurazione dellortodossia marxista, che il Gorbaciov che ne sarebbe dovuto essere la
prima vittima  stato tolto di mezzo dalle forze che hanno trovato troppo ingombrante la presenza dei
dogmi marxisti nella sua politica.
Prevedendo il crollo dello Stato marxista, e distinguendo la decrepitezza di questultimo dalla
capacit di tenuta dellapparato tecnologico-militare che lo aveva sostenuto, prevedevo dunque che il
duumvirato Usa-Urss si sarebbe riproposto in nuove forme  come lincontro di Bush e di Eltsin
allOnu, nel 92, ha cominciato a confermare.
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2.
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Resipiscenze e oscillazioni allEst.
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Linteresse degli Stati Uniti  che gli aiuti economici favoriscano allEst un tipo di societ che
subordini al risanamento economico ogni altro obiettivo: anche quello di salvaguardare la competitivit
del sistema militare sovietico.  come se dicessero allex Urss: Noi ti aiutiamo, ma tu non servirti di
quel che ti diamo per mantenere in efficienza la pistola che tieni puntata su di noi. La crisi economica,
infatti, non ha intaccato la potenza militare e nucleare sovietica. In questo senso, come vado ripetendo,
il bipolarismo Usa-Urss non  venuto meno, nonostante lattuale, evidente, superiorit economica degli
Stati Uniti.
La questione di fondo, oggi, non  se gli aiuti economici li si sarebbe dovuti dar prima o se era
meglio aspettare, ma che carattere debbano avere gli aiuti a una societ che pur non essendo pi
comunista pregiudica con la sua potenza militare la volont degli Usa di porsi alla guida del Pianeta.
La politica radical-liberale di Eltsin sembrava allinizio oggettivamente congruente allinteresse
americano di non aiutare la competitivit militare dellavversario. Egli sembrava dare la priorit
assoluta a una riforma economico-sociale i cui effetti benefici ricadessero prima di tutto sulla gente e
che dunque sembrava disposta a rinunciare agli investimenti che avrebbero consentito allUrss, e poi
alla Repubblica russa, di mantenere il ruolo di superpotenza.
La posizione dei conservatori sovietici  invece lesatto opposto di quella di Eltsin: mirano a
una societ che subordini tutto alla salvaguardia del proprio apparato
tecnologico-scientifico-industriale-militare: anche a costo di scaricare sulla gente i costi di questo
progetto. Lo scopo di chi in passato amministrava tale apparato era di difendere e diffondere il
comunismo nel mondo. Poi ci si  accorti che il comunismo ostacolava il funzionamento dellapparato.
La morte del comunismo nellUrss non  tanto dovuta alle aspirazioni democratiche dei cittadini di
Mosca e della ex Leningrado quanto piuttosto al fatto che lapparato si  liberato o si sta liberando dal
comunismo (e da ci che viene solitamente chiamato apparato del Pcus). Un fenomeno, questo, che
ho previsto da ventanni. Oggi, lo scopo dellapparato non  pi di salvare il comunismo, ma di salvare
se stesso. Il mondo  sempre pi affamato e pericoloso. La scienza e la tecnica hanno consentito di
sviluppare nel Nord del Pianeta unorganizzazione sociale capace di arginare la pressione crescente
delle popolazioni povere della Terra, e tale organizzazione si esprime nel modo pi potente
nellamministrazione americana e, sia pure nel contesto di una economia in crisi, nellamministrazione
sovietica dellapparato. Chi pensa di smantellarlo, come appunto accade o accadeva nellex Urss, 
come un benestante che, circondato da individui affamati e malintenzionati, getti via la pistola. I
benestanti armati, oggi, sono due, anche se lex Urss, altrettanto armata,  molto meno benestante degli
Usa. Ma anche questo era prevedibile: che le pistole sarebbero servite sempre meno a spararsi tra loro e
sempre pi (opportunamente adattate) a sparare sui non benestanti pericolosi.
Si pretende dunque troppo a chiedere allex Urss di gettar via la pistola. Allinizio Eltsin e le
masse che lo seguivano non avevano ancora preso coscienza dei termini del problema. Se la societ
russa vuole darsi lo stile di vita dellOccidente anche a costo di ridurre o addirittura di privarsi della
potenza tecnologico-industriale-militare di cui essa dispone, tale potenza  la condizione
imprescindibile, come sopra si  rilevato, perch lacquisizione di quel modo di vivere non sia effimero
e indifeso di fronte alla pressione del Terzo Mondo. (E cosa potrebbe accadere quando il miliardo di
Cinesi che stanno ai confini meridionali della Csi non proseguissero pi lungo la strada del progresso
economico e non fossero pi trattenuti nei luoghi dorigine dal regime attuale?) Laspirazione delle
masse russe a vivere come in Occidente si morde dunque la coda,  un circolo vizioso, per quanto
giustificate possano essere le aspirazioni di chi  sempre stato sacrificato alla ragion di Stato. Oggi 
nel loro stesso interesse che debbano continuare a sacrificarsi alle ragioni dellapparato; le ragioni che
stanno oggettivamente dalla parte dei conservatori sovietici anche quando costoro mostrano di non
rendersene conto. La Russia continua a finanziare il proprio potenziale militare (nonostante la vendita
del materiale obsoleto), in modo da mantenerne la competitivit rispetto agli Usa. Il che non esclude
che la Russia si sforzi di concordare con gli Usa la riduzione degli arsenali nucleari (la quale peraltro
assicuri la superiorit planetaria nucleare delle due superpotenze): questo sforzo, nonostante tutto,
sottintende che, sostanzialmente, il vecchio principio della parit nucleare tra le due superpotenze
continua ad essere perseguito anche allEst.
Nel settembre 1991 scrivevo: Gorbaciov potrebbe uscire presto dalla scena. Ma se la sua  la
politica della mediazione, essa pu avere le maggiori probabilit di successo. Si tratta di andare
incontro ai bisogni economico-politici della gente e insieme di tenere in vita lapparato attorno a cui
ruotano le societ dellEst. Sembra la quadratura del circolo. Eppure esiste una situazione per la quale
tale progetto non solo non  utopico, ma si  autorizzati a prevedere che il bipolarismo Usa-Urss sia
destinato a una reviviscenza in forma nuova.
Le democrazie occidentali si trovano infatti di fronte a un dilemma. Se lEst non viene aiutato
e crolla, esse si trovano di fronte alle conseguenze pi incontrollabili e pericolose: le popolazioni
dellEst staranno con chiunque dar loro da mangiare e tenderanno a riversarsi nei Paesi dellEuropa
occidentale. E soprattutto, in una societ allo sbando, larsenale nucleare dellUrss potr andare
incontro agli usi pi imprevedibili e terrificanti: un pericolo ancora maggiore di quello dei tempi della
guerra fredda.  dunque nellinteresse delle democrazie occidentali che il controllo centralizzato della
superpotenza dellUrss continui a vivere e a godere di buona salute.
Ma se lEst  aiutato dallOccidente (secondo corno del dilemma), tra qualche quinquennio ci
che oggi si chiama Unione Sovietica non solo continuer ad essere una superpotenza militare, ma
diventer anche una superpotenza economica: le enormi risorse economiche di cui dispone attendono
solo di essere attivate. Parlo da tempo di duumvirato Usa-Urss. Sembra che sia lOccidente stesso, e
nel proprio vero interesse, a doverlo attivare e perpetuare. Sar per un duumvirato ideologicamente
omogeneo.  allora cos sbagliato ritenere che stiamo avviandoci a una forma di governo planetario 
con tutti gli ostacoli, gli avversari e i concorrenti che ogni governo deve affrontare  che peraltro gi da
tempo agisce anche quando non lo si vuole riconoscere? (Corriere della Sera, 4.9.91).
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3.
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Il Terzo Mondo e le trasformazioni dellEst.
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Il mondo  sempre pi pericoloso. Il pericolo viene dalle aree che, in senso non strettamente
geografico, possono essere chiamate il Sud del Pianeta. Il pericolo immediato viene, per i popoli
ricchi del Nord, dai meno poveri dei popoli poveri del Terzo Mondo. Durante la guerra fredda la
pericolosit del mondo era nettamente inferiore. Lo scontro atomico Usa-Urss avrebbe certo
completamente distrutto lumanit ricca (che include anche i gruppi umani dellEst). Ma proprio per
questo non era realistico ritenere che i due antagonisti avrebbero deciso di provocare la propria
distruzione, lasciando padrone della Terra le grandi masse del Sud e dellOriente, non direttamente
coinvolte nel conflitto.
Quanto fosse sicuro lequilibrio del terrore lo si sta constatando in questi ultimi anni, nei
quali il gigantesco arsenale atomico dellEst, per quanto collocato nel mezzo della trasformazione forse
pi profonda del secolo, suscita s, e giustificatamente, molte apprensioni, ma non ha mostrato sinora
smagliature o cedimenti di rilievo nella sua capacit di autocontrollo. Se esso  sostanzialmente
controllabile in una situazione fluida come la presente  e pur ammettendo il progressivo deteriorarsi
del controllo in senso pi specificamente tecnico , a maggior ragione lo era prima, nel contesto di un
potere tanto pi centralizzato, quanto sempre meno animato da quella fede marxista che sola avrebbe
potuto spingere alla decisione di distruggere le societ pi avanzate della Terra al fine di instaurare la
societ giusta tra i sopravvissuti. Un potere, daltra parte, deciso a perpetuare la competitivit, rispetto
agli Usa, del proprio apparato tecnologico-militare.
Ma questo quadro  cambiato rapidamente. Sono decenni che le popolazioni del Terzo Mondo
stanno crescendo vertiginosamente, mentre quelle del Nord continuano a ridursi e a invecchiare. Da
decenni sta crescendo la pressione del Terzo Mondo sulle societ ricche. Il processo era gi in atto
durante la guerra fredda; ma restava sullo sfondo, perch le rivendicazioni dei non privilegiati erano
conglobate e assorbite dal movimento comunista mondiale guidato dallUrss e figuravano come fattori
subordinati dello scontro Usa-Urss. Ora che lEst ha voltato le spalle al comunismo e al marxismo, quei
fattori acquistano autonomia e vengono in primo piano. Le societ dellEst stanno rendendosi conto che
il loro destino si intreccia con quello dei popoli ricchi dellOccidente, non con quello di un Terzo
Mondo, la cui sopravvivenza sulla Terra non  ancora assicurata. LOccidente si dispone ad aiutare
lEst con modalit e ritmi che non hanno precedenti nellintera storia degli aiuti forniti dai Paesi ricchi
a quelli sottosviluppati. Se ce ne fosse stato bisogno, sta diventando palpabile, per i non privilegiati,
lesistenza di una solidariet tra Ovest ed Est, che ha come contrappeso laccentuazione della
conflittualit tra Nord e Sud.
Quando Eltsin ha fatto il suo ingresso sulla scena politica, si  presentato come linterprete pi
fedele dellaspirazione utopica, nutrita da larghi strati delle popolazioni ex sovietiche, di raggiungere
un tenore di vita paragonabile a quello delle democrazie occidentali, sbarazzandosi del fardello
costituito dalla manutenzione dellapparato militare pi potente del mondo. A prima vista, poteva
apparire unaspirazione molto poco utopica e molto sensata  anche perch andava incontro ai desideri
pi profondi dellarea conservatrice della classe dirigente americana (peraltro inizialmente poco
interessata a Eltsin), dalla quale dipende in buona misura la concessione degli aiuti economici allex
Unione Sovietica. Se si vuole far star meglio la gente  questo il progetto apparentemente sensato, e
tuttora in circolazione ,  necessario rinunciare al sogno di una superpotenza dellEst, capace di
equilibrare la superpotenza Usa.
Ma  come gi si  rilevato  la sensatezza di questo progetto , appunto, solo apparente.  di
vista corta. In un mondo sempre pi pericoloso  utopico volere il benessere privandosi dellarma che
dovrebbe difenderlo, e cio finanziandolo con la smobilitazione dellapparato tecnologico-militare. Per
gli individui e per i popoli  sempre valido il principio che chi  affamato si sfama solo se  forte, e non
se tenta di cedere la propria forza in cambio del cibo.  vero che si  forti solo se si mangia; tuttavia
lapparato tecnologico-militare allestito dallUrss possiede una sorta di forza inerziale, possiede cio la
capacit di durare ancora per un certo tempo, pur trovandosi in regime di sostegno economico
decrescente.  probabilmente il tempo richiesto perch lOccidente maturi la decisione di aiutare
concretamente, cio non nei modi sinora sperimentati, la Comunit degli Stati indipendenti dellEst,
attivando in tal modo le gigantesche potenzialit economiche dellex impero sovietico.
Non intendo dire che la presenza di quellapparato costituisca un ricatto per le democrazie
occidentali (anche se  nel loro interesse aiutare la Csi affinch esso non sfugga al controllo), ma che
tale apparato ha la capacit di sopravvivere ancora per un certo tempo al venir meno delle fonti
economiche che allEst lo sostengono, e che tale tempo  presumibilmente quello richiesto perch le
democrazie occidentali si decidano ad aiutare la societ dellex Unione Sovietica, spinte dalla
consapevolezza che non uscirebbero indenni dalla catastrofe economica dellEst.
Il progetto di far star meglio la gente dellex impero sovietico liquidando il suo apparato
militare  dunque utopico per almeno due motivi, e cio perch lascerebbe indifeso dalla crescente
pressione del Terzo Mondo il benessere ottenuto, e anche perch la forza inerziale di cui gode
quellapparato non ne rende agevole la smobilitazione. (Le difficolt tecniche dello smantellamento
delle testate nucleari  unoperazione, peraltro, che sembra dare rilevanti vantaggi economici in quanto
consentirebbe la riutilizzazione a scopi pacifici dellenergia atomica   solo un aspetto, anche se non
secondario, di ci che abbiamo chiamato forza inerziale dellapparato.)
Appunto per questo  inevitabile che le stesse popolazioni dellex Urss finiscano per
comprendere che la smobilitazione nucleare produrrebbe un danno incomparabilmente superiore a
quello costituito dagli stenti economici: sarebbe il suicidio. E, in rapporto allinevitabile crescita di
questa consapevolezza, abbiamo osservato che essa  sostanzialmente prefigurata dallevoluzione della
politica di Eltsin, che abbandonando progressivamente liniziale impostazione radical-liberale, in cui
era posto in primo piano il miglioramento del tenore di vita della gente, ha dato sempre pi spazio a
iniziative volte soprattutto a salvaguardare la struttura statale della Repubblica russa, la vera erede
dellUnione Sovietica, a concentrare in essa lapparato tecnologico-militare dellUrss, innanzitutto gli
arsenali atomici, e a mantenere la supremazia della Russia sulle altre repubbliche della Csi. La proposta
di Eltsin agli Stati Uniti di rinunciare alla costruzione di uno scudo spaziale antimissile a loro esclusivo
beneficio, e di collaborare con la Repubblica russa per lallestimento di un sistema globale per la
protezione della comunit mondiale ha dunque unimportanza di grande rilievo, giacch proprio chi,
in un primo tempo, era disposto a smantellare lapparato tecnologico-militare dellUrss per soddisfare il
bisogno di benessere della gente, riconosce ora che anche la societ ex sovietica, alla ricerca di una
quota pi alta di benessere, ha tuttavia bisogno, insieme alla comunit mondiale, di protezione, e
che tale protezione, non proteggendo da fantasmi, protegge la comunit mondiale dal pericolo
costituito dalla pressione destabilizzante del Terzo Mondo.
La qual cosa esige che la Russia  e la Csi  non rinunci alla propria potenza (e quindi chieda
nuovi sacrifici alla gente) e cio si riproponga, in termini nuovi, come il contrappeso della
superpotenza americana. Lo spostamento della conflittualit dellasse Est-Ovest allasse Nord-Sud
riattiva il bipolarismo. Inoltre, poich lOvest ha interesse a evitare la catastrofe economica dellEst,
sar proprio esso a favorire quelle potenzialit economiche che, attivate, possono fare della Csi il
secondo polo del Pianeta.  nellinteresse del mondo occidentale favorire le condizioni che portano alla
reviviscenza, in forme nuove, del cosiddetto bipolarismo. Forse meno pericoloso, ma senzaltro pi
irrazionale del primo, perch non pi sorretto da una contrapposizione ideologica, ma semplice
espressione di una concorrenza  secondo il significato che questo termine possiede nellambito
delleconomia capitalistica. Se la razionalit  destinata a prevalere sulla contrapposizione priva di
contenuti, allora maturano le condizioni di quel rinnovato governo planetario che si continua a
considerare come un miraggio irraggiungibile, ma che  in atto da tempo, da quando cio il duumvirato
America-Est guida gli eventi del mondo.
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4.
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Monopolarismo e bipolarismo.
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In un articolo dedicato al recente accordo Start 2 tra Stati Uniti e Russia sulla riduzione degli
armamenti nucleari, e dopo aver richiamato la sostanziale parit di forze che i due firmatari
mantengono anche dopo la drastica riduzione del loro armamento nucleare di due terzi, e la loro
capacit di distruggersi pi volte a vicenda e di distruggere pi volte ogni forma di vita sulla Terra,
Arrigo Levi scrive che questo  il quadro, previsto dallo Start 2 per il 2003, entro il quale continuer a
svolgersi, nel XXI secolo, il grande gioco della politica internazionale (Corriere della Sera, 3.1.93).
Questo gioco continuer cio ad essere determinato dalla sostanziale parit di forze
dellapparato militare-industriale degli Stati Uniti e dellex Unione Sovietica. Da quando si  verificato
il prevedibile crollo del socialismo reale e dellUrss ho sempre sostenuto, appunto, che il bipolarismo
non era affatto finito, perch il suo zoccolo duro non era di carattere ideologico (da ventanni
prevedevo infatti la fine del socialismo reale e dellUrss), ma  di carattere militare-industriale (cfr.
E.S., La guerra, Rizzoli, 1992; La bilancia, cit.).
Leconomia sovietica  certamente in crisi (una crisi da ricchi), ma la consistenza dellapparato
militare-industriale dellex Urss conferisce ad esso una vitalit inerziale che gli consente di
sopravvivere fino a che ricever nuovi impulsi dalla probabile ripresa economica dellEst.
Completamente fuori strada, quindi, chi riteneva e ritiene che la crisi economica avrebbe consegnato
lex impero sovietico nelle mani degli Stati Uniti, con i funzionari della Cia a dirigere lo
smantellamento della potenza militare degli ex avversari.
La Russia continua ad essere laltro polo.  allinterno del quadro costituito dai due poli
che nel prossimo secolo, come scrive Levi, continuer a svolgersi il grande gioco della politica
internazionale, ossia il gioco che guida e determina tutto quanto accade sulla Terra. E, giustamente,
Levi sente il bisogno di precisare, parlando del disarmo delle superpotenze, che esse sono ancora due, e non una.
Nei primi mesi del 1992, per indicare gli intenti di predominio incondizionato contenuti nel
documento segreto del Pentagono, venuto alla luce in quei giorni, il Corriere della Sera intitolava un
servizio di apertura America sola superpotenza. Il titolo era pertinente, volendo appunto indicare le
intenzioni del governo americano; il Pentagono e Bush facevano il loro mestiere (nelliniziale clima
elettorale era vantaggioso per Bush lasciar trapelare quel documento segreto, per mostrare che il
bipolarismo non esisteva pi, e per merito suo); meno bene, invece, quanti scambiavano e scambiano
per realt la (legittima) volont del governo americano di accreditare a proprio vantaggio limmagine di
un monopolarismo trionfante.
Vedo daltra parte che alcuni di essi vanno ricredendosi. Ad esempio, per restare al Corriere
della Sera, dopo avere diffusamente avallato la tesi del monopolarismo americano, Ugo Stille 
costretto ora a riconoscere che per Clinton lalleanza tra America e Russia  condizione indispensabile
della pace mondiale. Clinton ha affermato che come alla fine della Seconda guerra mondiale creammo
unalleanza strategica con i Paesi occidentali per bloccare lespansione comunista, oggi dobbiamo
conchiudere unalleanza strategica con le forze riformatrici di una Russia democratica per garantire la
stabilit mondiale. E Stille osserva che questo atteggiamento di Clinton giustifica la tesi secondo cui
si profila adesso un neobipolarismo basato non pi come quello antico sullantagonismo ma su una
solida e continua cooperazione tra Stati Uniti e Russia (Corriere della Sera, 2.4.93). Che  appunto
quanto ho sempre sostenuto quando commentatori politici come Ugo Stille parlavano di
monopolarismo trionfante.
A parte il fatto che anche al tempo della conflittualit Est-Ovest la cooperazione era la
risultante oggettiva della tensione (e quindi parlavo di concordia discors Usa-Urss), non si pu
ribattere che  la situazione storica ad essere cambiata e quindi a giustificare il fatto che prima si
parlasse di monopolarismo e poi si sia tornati a parlare di bipolarismo. Infatti  nel giro di uno o
due anni che quei commentatori politici sono passati dai funerali del bipolarismo e dalla celebrazione
del monopolarismo alla restaurazione del bipolarismo; e nel giro di qualche anno la potenza dellex
Unione Sovietica non pu e andare distrutta e nuovamente risorgere sino al punto da ricostituire la
partnership russo-americana.
Di trionfante, oggi, c solo il capitalismo. E poich lEst sta incamminandosi verso il
capitalismo, sia pure con lentezza e involuzioni, stanno maturando le condizioni tipiche della
concorrenza capitalistica. Anzi, tale concorrenza si accinge ad acquistare, nel rapporto bipolare Usa-ex
Urss, la propria forma e la propria espressione pi alta e decisiva.
Con una Repubblica russa in ginocchio e quindi ricattabile, sarebbe stato del tutto inconcepibile
un accordo come lo Start 2: ci sarebbe stato un Diktat statunitense, capace di eliminare definitivamente
la possibilit che la Russia distrugga lAmerica. Invece laccordo prevede il mantenimento della parit
sostanziale e coinvolgendo i prossimi dieci anni per la propria attuazione  un esplicito riconoscimento
della capacit di tenuta dellapparato militare-industriale dellEst, cio gli riconosce la capacit di
gestire unoperazione cos complessa come la smobilitazione parziale, lautosostentamento e la
riconversione. Russia e America si trovano, esse sole, in una condizione privilegiata, completamente
diversa da quella del Giappone, della Germania, dellEuropa, le cui economie andrebbero a picco,
nonostante la loro consistenza, se si proponessero di avere una forza militare comparabile a quella
dellex Unione Sovietica.
La politica dei mass media, che dipinge una ex Urss allo sbando e allo stremo, dando
unimmagine distorta della pur difficile realt dellEst, non fa dunque nemmeno gli interessi dei gruppi
economici da cui spesso i mass media dipendono. Ci si avvia verso il bipolarismo della concorrenza
capitalistica (cio va ripristinandosi la situazione che allinizio del nostro secolo ha contrapposto il
capitalismo degli imperi centrali a quello delle democrazie); si fa quindi un cattivo servizio al polo a
cui si appartiene se si dipinge il concorrente pi debole di quanto non sia. Lanima della concorrenza
non  la solidariet, ma lostilit guidata da certe regole (comunque pi vincolanti di quelle sussistenti
tra i due blocchi durante la guerra fredda).
Se si vuol dire che altro sono le informazioni che i grandi gruppi economici posseggono e altro
sono quelle che essi intendono far conoscere al pubblico, si pu rispondere che, alla lunga,  una cattiva
strategia dare alle truppe informazioni distorte sullavversario. Daltra parte, il capitalismo ha tutto
linteresse a dare il maggior rilievo possibile (e anche oltre la verosimiglianza) alle miserande
condizioni in cui il comunismo ha ridotto i Paesi dellEst. Intendo dire che se, nel senso indicato, quella
strategia dei mass media  cattiva, in un altro senso essa  buona (vantaggiosa), perch nel mondo
povero e ricco esistono pur sempre, e sono la maggioranza, quelli che si ritengono emarginati dai
privilegi della societ capitalistica; s che  vantaggioso alimentare un tipo di informazione in cui
appaia al di l di ogni possibile dubbio (e anche a costo di non essere realisti) la gravit del danno
provocato da quella che  stata la pi potente organizzazione del dissenso anticapitalistico: il
comunismo dellUnione Sovietica. Ma una strategia che per un verso  cattiva e per laltro  buona, 
una contraddizione, ossia qualcosa di instabile, non  la formula che risolve il problema.
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5.
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Ancora sulla previsione del crollo del comunismo.
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Nessuno di noi, neppure i pi bravi, aveva previsto il crollo del Muro di Berlino e quello del
comunismo (Enzo Biagi, Panorama). Questa affermazione mi ha tolto un po dallimbarazzo in cui
ero venuto a trovarmi. Avevo compiuto infatti qualche passo in direzione dellimmodestia. Scrivendo, e
in pi occasioni, che s il crollo del comunismo era stato una sorpresa per tanti, ma non per me che lo
andavo prevedendo da ventanni. Ma quelle due righe provavano quanto limmodestia possa passare inosservata.
Il crollo del comunismo  un evento di gigantesca portata. Gi questo fa pensare: possibile che
non ci fossero i sintomi di uno sconvolgimento cos profondo? e profondissimo anche per tutti coloro
che dichiarano che non lo si poteva prevedere? Stavano crollando gli edifici di una citt planetaria, si
stavano aprendo fenditure profonde nelle sue strade, e non si sentiva nessuno scricchiolio premonitore
e le righe dei sismografi rimanevano piatte?
E invece i segnali erano ben visibili. Se cera da stupirsi di qualcosa era che il comunismo non
fosse ancora crollato.  un secolo e mezzo che nel mondo occidentale stanno accadendo fenomeni
profondamente consonanti al disfacimento del comunismo. Il suono comune  la negazione di qualsiasi
realt e di qualsiasi conoscenza assoluta e immutabile: distruzione dellassolutismo politico, morale,
religioso, economico, artistico, scientifico, e innanzitutto dellassolutismo filosofico. Come poteva
restare ancora in piedi lassolutismo della filosofia marxista e della struttura sociale da essa controllata?
(Ed  di estremo interesse, dunque, stabilire che cosa tenga oggi in piedi quellultima grande forma di
assolutismo che  la Chiesa cattolica  lunica grande eccezione, ormai, alla tendenza fondamentale del
nostro tempo.) Si comprende qualcosa del crollo del comunismo  e la comprensione ne rendeva
possibile la previsione , se lo si vede allinterno di quel grande contesto e si scorge il motivo autentico
che conduce inevitabilmente alla negazione di ogni assoluto. Ma dobbiamo limitarci agli aspetti pi
accessibili del problema.
Scrivevo dunque, ventanni fa, che il comunismo marxista era destinato al tramonto gi per il
fatto di aver tradito, nascendo, quella vocazione allassoluto di cui esso si sentiva peraltro il vero
portatore: aveva realizzato una serie di rivoluzioni parziali invece dellunica rivoluzione mondiale,
assoluta, e si era dedicato poi ai problemi specifici determinati dalla coesistenza e dalla competizione
col mondo capitalistico. E aggiungevo: Il capitalismo, che da tempo ha smesso di sognare il mondo
perfetto, attende che il marxismo si liberi dalla zavorra costituita dal suo apparato teorico [] La
societ capitalistica  cio il futuro della societ comunista. Scrivevo queste cose su Sette Giorni (3
dicembre 1972), un settimanale coraggioso che per avrebbe presto cessato di uscire. Raccolsi poi
quanto ero andato scrivendo su questa rivista in un volume, Tchne (Rusconi, 1979), il cui penultimo
paragrafo  intitolato appunto Dal comunismo al neocapitalismo.
Vi avevo raccolto anche gli articoli pubblicati su Bresciaoggi a partire dalla strage di piazza
della Loggia. In uno di essi (17.7.74) parlavo del dilemma del marxismo sovietico: per realizzare il
sogno della societ giusta, non violenta, deve realizzare una societ che sappia reggere lurto del
capitalismo e quindi organizzata secondo criteri  apparato burocratico e sviluppo tecnologico  che
non sono pi quelli che conducono alla societ non violenta, ma sono gli stessi criteri dellavversario.
Per difendersi dal capitalismo, la rivoluzione socialista  costretta ad adottare la logica e gli strumenti
del capitalismo. Se non li adotta, perisce distrutta dallavversario. E tuttavia, se li adotta, perisce
distrutta da se stessa. E aggiungevo che se la politica di fondo dellUnione Sovietica  lo sforzo di
trovare un equilibrio in questa contraddizione, ogni sforzo risente della contraddizione di fondo e si rivela precario.
Per quanto poi riguarda quella componente del capitalismo che  la tecnologia, scrivevo: il
contrasto tra marxismo e tecnologia, in Russia (e nel mondo),  destinato a risolversi in favore della
tecnologia, s che in Russia, e ormai anche in Cina, il marxismo va verso il tramonto, perch ci si
convince sempre pi che lo sviluppo tecnologico non  soltanto la condizione indispensabile per
difendere il socialismo dalla pressione capitalistica, ma  anche lo strumento pi idoneo per realizzare
quella societ non violenta, liberata dai bisogni, che lideologia marxista non ha saputo produrre.
Questo e altro affermavo agli inizi degli anni Settanta. Nel 1978 pubblicavo Gli abitatori del
tempo (Armando), in cui raccoglievo una serie di scritti pubblicati nella prima met degli anni Settanta
e nei quali erano indicati i fondamenti filosofici, da tempo elaborati, che consentivano di prevedere il
disfacimento del marxismo. Il saggio pi lungo di questo libro era intitolato: Tramonto del marxismo.
Discussione con Lucio Colletti e risposta semiseria a Paolo Rossi. Vi sostenevo la tesi che il
marxismo era mortalmente ammalato, ma di una malattia ben pi profonda di quella a cui pensava Colletti.
Ancora in Tchne scrivevo: Il perpetuarsi dellequilibrio attuale non esclude che la societ
sovietica possa svilupparsi in senso democratico: quanto pi Stati Uniti e Unione Sovietica venissero
ad assomigliarsi, tanto pi resterebbe rafforzata lattuale convergenza dei loro interessi [] Certo, la
civilt della tecnica pu destabilizzare anche lorganizzazione russo-americana dellordine tecnologico.
Anzi, tale destabilizzazione  gi in atto nel processo che, distruggendo le ideologie dei due avversari,
li rende omogenei. La previsione riguardava cio anche il futuro del capitalismo, molto pi vicino del
marxismo allanima della tecnica e quindi, molto pi longevo, ma alle cui componenti ideologiche, e
quindi precarie, si deve prestare la maggiore attenzione.
Che qualcuno avesse previsto il crollo del marxismo ha poca importanza. Quando dico che
lavevo previsto ventanni fa (cfr. E.S., La bilancia, cit.), intendo richiamare lattenzione sulla logica
di questa previsione. Essa, infatti, non si  esaurita, ma consente di prevedere altre cose ancora. Che
non abbia fallito in relazione al comunismo  un buon segno della sua capacit di dirci, ora, dove
stiamo andando. La logica per la quale si doveva affermare che il comunismo sarebbe crollato,
spinge infatti anche ad affermare che le grandi forze rimaste in campo dopo la crisi del marxismo e la
fine del socialismo reale stanno avviandosi a loro volta, in modi e tempi diversi, al tramonto (e anche
questo  un discorso che vado facendo da tempo). Si tratta, stiamo vedendo anche in queste pagine, del
cristianesimo, del capitalismo, della democrazia, dellorganizzazione politica della societ. Ognuno di
questi grandi fenomeni sta cambiando sotto i nostri occhi  anche se si stenta ad accorgersene e si
continuano a usare le vecchie parole per indicarli.
Il problema fondamentale riguarda dunque la logica di quella previsione. Che non  la logica
della scienza moderna.  qualcosa di pi rigoroso e di pi radicale, anche se non dice a che ora sarebbe
finita lUnione Sovietica. So bene che, oggi, parlare di una logica pi rigorosa e radicale di quella
scientifica  imperdonabile. Ma che la scienza moderna sia la forma pi alta del sapere  tuttaltro che
un punto fermo. Quando parlo di previsione non intendo dunque la previsione scientifica.
Recentemente, comunque, si  detto che Benedetto Croce il crollo del marxismo laveva
previsto addirittura sessantanni fa, nellEpilogo della sua Storia dEuropa. E me lo si  ricordato (R.
Guarini, Corriere della Sera, 14.5.92).  una pagina interessante, quella di Croce, ma non certo
stupefacente. Dir poi perch Croce non abbia alcuna responsabilit di questo suo calo di tono.
Il comunismo, scrive, che sognava il regno della libert (lespressione  di Marx) si 
realizzato in Russia come una forma di autocratismo che ha tolto al popolo russo anche quel poco di
libert che era riuscito ad avere sotto il precedente autocratismo czarista. I rivoluzionari russi non
hanno cio risolto il problema fondamentale dellumana convivenza che  quello della libert.
E aggiunge  e questa dovrebbe essere la sua previsione : E, se mai in futuro lo
affronteranno, quel problema roviner il fondamento materialistico della loro costruzione, e questa
costruzione dovr essere diversamente sorretta e grandemente modificata; e, come ora il puro
comunismo non si  attuato, cos non si attuer nemmeno allora. Se i rivoluzionari russi affronteranno
quel problema, se cio vorranno far spazio alla libert, il materialismo in cui hanno legato la vita si
spezzer. La libert spezza le catene.
Ma per Croce questa forza trasformatrice della libert non era qualcosa che sarebbe potuto
accadere solo in Russia: era la forza che anima tutta la storia. C storia perch c libert. Ne La
storia come pensiero e come azione Croce parla appunto della storia come storia della libert. Non
nel senso hegeliano che, nella storia, la libert, prima assente, si affacci e cresca, ma nel senso che la
libert  leterna formatrice della storia, soggetto stesso di ogni storia. La realt  libert, storia,
divenire dello spirito; e quando lo spirito affronta il problema della libert e prende coscienza della
propria essenza, distrugge ogni costruzione rigida che impediva il suo libero sviluppo. Cos accadr
anche in Russia, se mai in futuro i rivoluzionari vorranno affrontare quel problema. Ogni fatto  un
fatto storico, un diveniente, un processo in corso, perch fatti immobili non si trovano n si
concepiscono nel mondo della realt. Anche lautocratismo comunista  un fatto storico che, come
tutti gli altri, sar superato dalla storia.
Con questo discorso, Croce non prevede specificamente il crollo del comunismo, ma enuncia il
principio del crollo di tutti i possibili fatti storici. Non esistono fatti immobili. Un principio, questo,
che non  solo di Croce, ma di tutta la filosofia contemporanea, Marx incluso  di cui non  appunto il
caso di dire che abbia previsto il crollo del comunismo. A parte il fatto che altro , nei primi anni
Trenta, prevedere tale crollo, quando il comunismo in Russia era ancora in fase sperimentale, altro 
averlo previsto ventanni fa, quando lUnione Sovietica era una superpotenza mondiale al culmine della sua potenza.
In quellEpilogo Croce parla poi della sorte del comunismo fuori della Russia, sottoscrivendo
la tesi di Miljukov che Lenin in Russia stava fabbricando sul saldo suolo della buona antica tradizione
autocratica, ma che per quel che riguardava altri paesi, disegnava castelli in aria. Portato fuori dalla
Russia, aggiunge Croce, il comunismo diventer tuttaltra cosa. Ma il nostro problema riguarda ci
che sarebbe accaduto al comunismo nellUnione Sovietica  anche se nel clima degli anni Trenta
Croce, giustamente, non vedeva elementi favorevoli alla diffusione del comunismo.
Ma veniamo, infine, al punto pi importante per quel che concerne la previsione di Croce.
Ebbene, al centro del suo pensiero sta, ben visibile, la tesi che ogni previsione storica  impossibile.
Proprio perch la realt  libert, libero divenire dello spirito, ogni previsione  costitutivamente
impossibile. Lopera della libert  imprevedibile. E anche questo  uno dei temi dominanti della
filosofia contemporanea. Anche nellEpilogo della Storia dEuropa questa tesi  pi volte
richiamata. Poco dopo linizio si parla di coloro che si perdono in congetture e previsioni, e
nellultimo capoverso dellEpilogo, si legge: Queste, rapidamente qui accennate, non sono
previsioni, a noi e a tutti vietate, perch vane, ma sono indicazioni di vie tracciate dalla
coscienza morale e dallosservazione del presente. Quando scorge che il presente  il risultato
dellazione della libert, luomo pu infatti assumere la libert come ideale del proprio agire. Oltre
che principio esplicativo del corso storico gi realizzato, la libert  cio lideale morale
dellumanit. Che il comunismo sarebbe dovuto crollare non era dunque per Croce una previsione, ma
unaspirazione e una decisione; cio volont e azione fondate su quellideale morale. Appunto per
questo lEpilogo pu permettersi di essere cos generico sul futuro del comunismo:  generico solo
se lo si considera come previsione; ma Croce esclude categoricamente che lo sia. Per questo, dicevo
sopra che egli non  responsabile di questo suo apparente calo di tono.
Quanto alla mia previsione,  chiaro che, se non  una previsione scientifica, essa prende
anche le distanze dal tipo di cultura filosofica a cui Croce appartiene. La libert (e la schiavit)  un
principio essenziale dellOccidente. Ma  proprio lessenza dellOccidente che vien messa in questione
dalla logica di questa previsione.
La volont di distruggere gli immutabili non  la caratteristica di tutta la storia (come invece
pensa Croce), ma  il progetto che il pensiero contemporaneo mira a realizzare  anche se raramente
tale pensiero riesce nel proprio intento. Si tratta allora di portare alla luce la forza nascosta di quella
distruzione (cfr. E. S., La filosofia futura, Rizzoli, 1989, Parte prima, III; La bilancia, cit., III), che 
innanzitutto distruzione di ogni verit immutabile. Solo perch tutti gli immutabili dellOccidente  e
quindi, innanzitutto, tutte le verit immutabili  sono destinati al tramonto  inevitabile che le grandi
forze della tradizione occidentale (che in modi diversi mirano a tenere in vita gli immutabili) finiscano
col subordinare i loro scopi allo scopo che lapparato scientifico-tecnologico possiede per se stesso:
lincremento infinito della potenza.
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6.
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LEuropa tra America e Russia.
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Potrebbe diventare realizzabile ci che fino a ieri Stati Uniti e mondo capitalistico hanno
impedito anche a costo di arrivare allo scontro atomico con lUnione Sovietica? Continua ad essere
fantasia lesistenza di un blocco economico-politico che si estenda dalla penisola iberica alla Russia e
comprenda tutta lEuropa?
Fino a che  esistita lUnione Sovietica, una unificazione europea di questo tipo sarebbe stata la
sovietizzazione del Vecchio Continente; qualcosa cio che il mondo occidentale non avrebbe mai
tollerato. Non sarebbe stato lo scontro atomico totale  nemmeno per lEuropa gli Stati Uniti avrebbero
potuto scegliere lautodistruzione , ma lallestimento di ordigni atomici tattici (bomba N, euromissili)
avevano reso credibile una risposta atomica allattacco sovietico. Se si fosse impadronita dellEuropa,
sarebbe stata infatti lUrss a vincere la guerra fredda.
Leuropeismo che fino ad oggi si  fatto strada  appunto quello che si  sviluppato nel contesto
della tensione Est-Ovest. Durante la guerra fredda unificazione politica dellEuropa significava
unificazione politica delle nazioni europee regolate dalleconomia di mercato e dalla democrazia
parlamentare. LEst europeo era escluso.
Negli anni Ottanta ho espresso pi volte il mio scetticismo sulla realizzabilit dellunificazione
europea cos intesa. UnEuropa politicamente unificata  dicevo (e il discorso mi sembra tuttora valido)
 sarebbe, n pi n meno, la nascita della terza superpotenza mondiale  terza in ordine cronologico,
ma probabilmente prima dal punto di vista delle capacit economico-tecnologiche. Un cambiamento
gigantesco nello scenario mondiale, e che quindi non potrebbe lasciare indifferente chi oggi guida le
sorti del mondo (Corriere della Sera, 28.8.84).
Infatti la federazione europea sarebbe dovuta sorgere nellambito del Patto Atlantico,
rafforzandolo in modo inaccettabile per lUrss. Dallaltro lato, un capitalismo europeo integrato
sarebbe stato troppo concorrenziale rispetto a quello americano, per il quale, aggiungevo, 
conveniente unEuropa n troppo debole n troppo forte: militarmente pi forte di quanto oggi non sia,
ma politicamente ed economicamente subordinata, incapace cio di diventare, alla pari degli Usa,
interlocutrice dellUnione Sovietica. Per questo lato potrebbe essere addirittura meno utopica una
federazione che unisca in un unico apparato politico gli Stati Uniti dAmerica e gli Stati dellEuropa
occidentale. Mi sembra anche oggi che sarebbe stato difficile giudicare diversamente il progetto di
una unificazione politica dellEuropa, realizzantesi nel contesto della guerra fredda e della tensione Est-Ovest.
Oggi lUrss non esiste pi. Non esiste pi lo Stato-guida del comunismo mondiale  anche se
continua a esistere, nella Repubblica russa, un arsenale atomico capace di distruggere gli Stati Uniti.
Ma il problema-Europa rimane. Soprattutto per gli Stati Uniti.
Certo, il vecchio europeismo  diventato obsoleto prima ancora di nascere.  vero che negli
ultimi tempi lintegrazione economica europea ha fatto alcuni importanti passi avanti; ma ancora di pi
e pi velocemente ne ha fatti il processo in cui lintero Nord del Pianeta diventa sempre pi omogeneo
nelle sue parti e sempre pi eterogeneo rispetto ai Paesi poveri del Sud. Ci  avvenuto, perch il
disfacimento del socialismo reale  stato pi veloce dellunificazione politica dellEuropa  visto che il
comunismo era lelemento che pi marcava leterogeneit esistente tra le societ ricche del Nord del Pianeta.
Ma a questo punto  allinterno cio della ripristinata omogeneit del Nord  rimane aperto il
problema di come vadano orientandosi gli Stati europei che hanno avviato il processo di integrazione
economico-politica. E il problema  ancora quello che esisteva prima del crollo del socialismo reale:
lintegrazione si produce orientandosi verso Ovest, cio verso gli Stati Uniti, oppure verso Est, cio verso la Russia?
Indubbiamente, Stati Uniti e Russia si pongono in un rapporto molto diverso con gli Stati
europei. Gli Stati Uniti intendono mantenere la leadership economico-politica del mondo occidentale.
In cambio, assicurano allEuropa la protezione militare contro il pericolo che viene dal Sud del Pianeta
(e Sud sono anche le navi cinesi che forzano lembargo occidentale contro la Libia). La Russia,
invece, chiede laiuto economico dellOccidente e dellEuropa.
Ma ci a cui si presta troppo poca attenzione  che la Russia, una volta aiutata dallOccidente a
uscire dalla crisi economica in cui si trova attualmente,  anchessa in grado di offrire allEuropa quella
protezione militare, contro la minaccia del Sud, di cui gli Stati Uniti hanno oggi il monopolio. E la
Russia  ancora pi europea degli Stati Uniti  se non altro perch fra essa (e la sua storia) e gli altri
Stati europei non c di mezzo lAtlantico.
Non  quindi il caso di scandalizzarsi troppo della freddezza che gli Stati Uniti hanno sin qui
mostrato in tema di aiuti economici alla Russia: per loro si tratta di aiutare chi, per tutta risposta,
potrebbe scavargli la fossa sotto i piedi. La situazione presenta una certa dose di ambiguit anche
rispetto agli Stati europei dellOvest, perch oggi la Germania, nonostante qualche scricchiolio, pu
aiutare in modo decisivo la Russia, ma domani questultima, risolti i propri problemi economici, o sulla
via di risolverli, pu tornare ad essere, e in condizioni di gran lunga migliori, la superpotenza che essa
era fino a ieri in quanto supporto principale dellUrss.
Comunque, mentre  molto inverosimile che una Russia democratica e capitalistica costituisca
domani una minaccia militare per lEuropa dellOvest, incomincia invece ad acquistare plausibilit
quella forma di integrazione europea dove venga a stabilirsi una cooperazione tra lapparato economico
dellEuropa dellOvest e lapparato militare dellEuropa dellEst. A questo punto gli Stati Uniti non
solo verrebbero a perdere il principale strumento a loro disposizione per tenere a bada il capitalismo
europeo, ossia quella protezione militare contro la minaccia del Sud, di cui lEuropa cos integrata non
avrebbe pi bisogno, ma addirittura perderebbero la leadership mondiale. Gi oggi il prodotto interno
lordo dellEuropa nel suo insieme  superiore a quello statunitense.
La Ostpolitik non  soltanto il progetto politico che ha condotto alla riunificazione della
Germania:  una predisposizione dellintera realt europea, una tendenza oggettiva che gli Stati Uniti
hanno gi percepita e alla quale essi debbono contrapporsi con la massima determinazione.  possibile
che le dimissioni di Hans Dietrich Genscher non abbiano avuto alcuna implicazione politica, come egli
volle far credere.  un fatto, per, che Genscher  stato il principale fautore della Ostpolitik, cio di un
atteggiamento che, inteso come orientazione dellEuropa allEst,  presente, eccetto lInghilterra, in
tutta lEuropa dellOvest.
Allinizio del 1992 sono apparsi sul Corriere della Sera due articoli dellex presidente
americano Nixon. Mi sembra che se ne sia parlato poco. Ma hanno un grande spessore politico. Nixon
vi afferma che, essendo venuti meno i problemi connessi alla difesa dellEuropa dal socialismo reale, e
venendo in primo piano i problemi economici, lappoggio degli Stati Uniti allunit europea non pu
continuare ad essere n scontato n a qualsiasi costo. E per spezzare unintegrazione europea che,
soprattutto se di tipo protezionistico, risulterebbe dannosa per gli Stati Uniti, Nixon (ossia uno dei
portavoce pi autorevoli della destra americana, nonostante il Watergate) proponeva che la politica
americana nei confronti dellEuropa abbia a basarsi su un solido rapporto con la Germania.
Va osservato che tale rapporto preferenziale presenterebbe infatti un duplice vantaggio per gli
Stati Uniti: 1) distoglierebbe la Germania dallEuropa, impedendole di guidare un capitalismo europeo
troppo concorrenziale per gli Usa; 2) distoglierebbe la Germania dalla tentazione di gestire per proprio
conto i suoi rapporti con la Russia, gettando le basi di una integrazione orientata a Est.
Prima del crollo del socialismo reale, gli Usa avevano molte pi chances per impedire questo
tipo di integrazione: il pericolo stava davanti agli occhi di tutto il mondo occidentale: era il comunismo.
Ora il pericolo  pi ambiguo, pi sfumato, ed  tale soprattutto per gli Usa. Non lo possono evitare
minacciando luso delle armi nucleari. Proprio per questo  pi reale.
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7.
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Socialismo reale, capitalismo, democrazia, cristianesimo.
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La Chiesa cattolica si propone di riempire il grande vuoto che il crollo del marxismo ha lasciato
dietro di s. Intende porsi alla guida dei popoli. A tal fine mira a ridurre il pi possibile i contrasti
dottrinali con le altre Chiese cristiane e a unificare lEuropa nello spirito della bimillenaria esperienza
evangelica. Che la voce della coscienza religiosa si faccia meglio sentire nelle popolazioni del Terzo
Mondo la Chiesa cattolica lo sa da tempo. Tuttavia levangelizzazione del Pianeta non pu esimersi dal
fare i conti con la grande tradizione culturale europea.  cio inevitabile che la Chiesa intenda
mobilitare la cultura europea, facendone la base dellorganizzazione cristiana del Pianeta.
Oggi la Chiesa cattolica deve soprattutto risolvere il problema del rapporto tra il cristianesimo e
le due forme attualmente pi potenti della tradizione occidentale: democrazia e capitalismo, che a loro
volta mirano a una organizzazione del Pianeta profondamente diversa da quella cristiana. E c
contrasto anche tra gli scopi del capitalismo e quelli della democrazia. Sicch ognuna delle grandi
forze, rimaste in campo dopo la crisi del marxismo e il dissolvimento del socialismo reale,  in conflitto con le altre.
Il capitalismo mira alla crescita del profitto privato e ad essere quindi ostacolato il meno
possibile dai limiti che, con scopi diversi, coscienza democratica e coscienza religiosa tendono a
imporre allespansione incontrollata del profitto. La democrazia moderna  laica e intende essere un
semplice strumento per la realizzazione ottimale delle scelte politiche, neutrale e indifferente, come
tale, rispetto ai valori della tradizione dellOccidente, cristianesimo incluso.
A sua volta la Chiesa respinge ogni libert senza verit, e quindi si oppone allessenza stessa
della democrazia moderna, che si mantiene agnostica rispetto ad ogni verit e che confina la verit
nella sfera del privato. Oggi la Chiesa riconosce che il capitalismo, a differenza del marxismo,  uno
strumento efficace di produzione della ricchezza. Ma quando la Chiesa chiede al capitalismo che lo
scopo ultimo della produzione economica non sia il profitto privato, ma il bene comune della societ,
la Chiesa chiede al capitalismo  n pi n meno  di non essere pi capitalismo. Ed  quindi
inevitabile che il dissidio tra mondo del capitale e mondo cattolico abbia ad aggravarsi sempre di pi.
Allepoca della guerra fredda lattuale Pontefice si  schierato nettamente contro il socialismo
reale e il marxismo, suscitando perfino il sospetto di una collusione tra Chiesa cattolica e Stati Uniti
dAmerica. Ma oggi il quadro  completamente cambiato. Il capitalismo americano, consolidato nella
sua posizione di dominio,  assolutamente ostile a una produzione economica orientata al bene
comune della societ e nonostante il successo di Clinton non d pi credito al Welfare State. In questa
situazione la Chiesa cattolica non pu non sentirsi pi vicina al mondo dellEst, dove il capitalismo 
ancora ai primissimi passi e pu assumere una configurazione diversa da quella occidentale, soprattutto
per le aspettative di giustizia sociale che il marxismo ha lasciato in eredit alle societ postcomuniste.
Di fronte alla comune minaccia del socialismo reale, il contrasto tra cristianesimo, democrazia e
capitalismo tendeva a restare sullo sfondo. Ora viene in primo piano.
E tuttavia, al di sotto del loro contrasto, queste forze mostrano anche oggi un atteggiamento
comune, ben pi decisivo del loro rapporto al marxismo. Si tratta del loro rapporto alla tecnica guidata
dalla scienza moderna. Tale atteggiamento comune era proprio anche del socialismo reale. Appunto per
questo si tratta di qualcosa di essenzialmente decisivo. Intendo riferirmi alla convinzione, propria di
tutte le grandi forze della tradizione occidentale, che la tecnica sia lo strumento mediante il quale
vengono realizzati i valori che esse si propongono di produrre.
Giacch  vero che la democrazia si presenta come procedura formale e strumento neutrale
rispetto ai valori, ed  vero che il capitalismo  a sua volta neutrale rispetto alluso della quota di
profitto non reinvestita (e cio rispetto ai valori da realizzare con essa); ma democrazia e capitalismo
concepiscono questa loro neutralit rispetto ai valori come il supervalore che deve essere realizzato
mediante la superneutralit dello strumento tecnologico. La tecnica, si pensa, non scopre dei valori: essi
sono scoperti altrove  dallesperienza cristiana o democratica, dal marxismo o dal capitalismo ; la
tecnica  solo lo strumento per realizzare i valori che essa riceve dallesterno. Questa  la convinzione
comune a tutte le forze che intendono porsi alla guida della tecnica per organizzare il mondo secondo i
valori che di volta in volta esse perseguono. La tecnica deve essere guidata da ci che non appartiene
alla tecnica, ossia dai valori. La tecnica pu esser cos guidata.
Ma questa convinzione profonda non , anche, una altrettanto profonda illusione? Le forze che
sopravvivono al crollo del comunismo, e che oggi si ritengono vincenti, stentano a rendersene conto.
Avvertono il pericolo, ma ritengono di poterlo evitare.
Eppure quelle forze sono in lotta tra loro; i valori stessi che esse promuovono sono conflittuali.
In questa situazione, ognuna di esse tende a rendere il pi efficace, razionale e potente possibile
lapparato tecnologico di cui essa dispone con cui ognuna di esse pu imporsi sulle altre. Il capitalismo
si avvale dei progressi della scienza e della tecnica per accrescere la produzione e il profitto e difenderli
dalla minaccia di distruzione. E la volont marxista di realizzare una societ giusta ha dovuto ben
presto avvalersi della scienza e della tecnica per difendere il proprio progetto dal capitalismo.
Ma lorganizzazione marxista dellapparato scientifico-tecnologico che doveva difendere ed
estendere laspirazione alla societ giusta  stata anche il principale ostacolo al funzionamento di tale
apparato. Il capitalismo si  invece rivelato pi idoneo del comunismo a rendere congruenti le proprie
aspettative a quanto viene richiesto per il funzionamento ottimale dellapparato. Nello scontro col
capitalismo, il comunismo ha quindi dovuto rinunciare ad aspetti sempre pi caratteristici del proprio
progetto di organizzazione dellesperienza umana. Per reggere il confronto tecnologico col capitalismo,
il comunismo ha cio finito col rinunciare a se stesso. E forse ha tardato troppo a compiere questo
passo, perch ha finito col mettere a repentaglio anche la componente economica di quellapparato, per
difendere il quale il comunismo rinunciava a se stesso.
Il rapporto del capitalismo e del comunismo alla tecnica  cio paradigmatico. Nel conflitto,
ognuna delle due forze accresce il pi possibile lapparato tecnologico di cui dispone, sino a che una
delle due, per essere se stessa, deve rinunciare a se stessa. Per dare potenza allo strumento con cui
intendeva realizzare se stesso, il comunismo ha finito col rinunciare a se stesso; ma il dilemma era
irresolubile, perch se laspirazione marxista alla societ giusta avesse rinunciato, nellUrss, ad armarsi
e organizzarsi in senso anticapitalistico e a soddisfare, a scapito di se stessa, la richiesta di potenza
dellapparato che avrebbe dovuto difenderla e realizzarla, il comunismo sarebbe cessato di esistere
molto prima che alla fine degli anni Ottanta.
Oggi, nei Paesi ricchi del Nord del Pianeta sono rimasti in campo i valori del capitalismo,
della democrazia e del cristianesimo. Valori inconciliabili, che daccapo devono affidare alla tecnica e
alla scienza la propria sopravvivenza e affermazione.  pensabile, oggi, un cristianesimo senza
lorganizzazione tecnologica che gli consenta di essere presente e attivo nel mondo? Il non sappia la
mano destra quel che fa la sinistra renderebbe oggi impossibile lesercizio stesso della carit cristiana.
Anche per il cristianesimo, come per democrazia e capitalismo, il rapporto alla tecnica  essenziale.
 in atto uno scontro, dove ognuna di queste forze  costretta a potenziare sempre di pi
lapparato che, organizzato secondo i criteri della tecnica e della scienza, le pu consentire di
affermarsi sopra le forze antagoniste.
Non si profila allora una situazione in cui anche il cristianesimo e la democrazia, per essere se
stessi e arginare il capitalismo, dovranno o cedere alla strapotenza dellorganizzazione capitalistica
della societ, oppure resistere e organizzarsi secondo i criteri dellefficienza scientifico-tecnologica,
rinunciando sempre di pi a se stessi?
E non si profila, da ultimo, una situazione analoga per lo stesso capitalismo, in rapporto alla
devastazione della Terra, a cui esso conduce? Se la distruzione della Terra  distruzione dellapparato
di cui il capitalismo si serve per promuovere se stesso, non dovr forse il capitalismo subordinare i
propri scopi specifici alla volont di rendere possibile la sopravvivenza dello strumento che dovrebbe realizzarli?
Non si profila forse il tramonto dellintera tradizione dellOccidente e il predominio pi radicale della tecnica?
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8.
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Il declino del capitalismo.
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Solo gli individui sembrano capaci di sentimenti morali. Non i popoli. Almeno, questo  quanto
 accaduto sinora. Se lessenza del sentimento morale  laltruismo, quale popolo, lungo la storia
delluomo, ha sacrificato se stesso per salvare un altro popolo? Non accade nemmeno tra gli individui,
e quindi  inutile cercare un popolo che offra laltra guancia; ma quando mai un popolo ha dato ad altri
qualcosa che appena gli sembrasse importante?
E non solo il sentimento morale non determina il rapporto tra i popoli e tra gli Stati, ma tra
popoli e tra Stati vige ancora, per lo pi, la guerra di tutti contro tutti. Solo nel nostro secolo la Societ
delle Nazioni e le Nazioni Unite hanno incominciato a compiere qualche tentativo per superare lo
stadio del bellum omnium contra omnes. Ma la stessa Guerra del Golfo, condotta in nome delle Nazioni
Unite, era in realt animata dalla volont degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei di non perdere il
controllo dei pozzi petroliferi mediorientali, e dalla convenienza che lUnione Sovietica aveva in quel
momento di non opporsi a questa operazione di polizia planetaria. Nel rapporto tra i popoli, dominato
dalla guerra di tutti contro tutti, nessuna meraviglia che sia assente non solo la morale, ma anche quella
pallida immagine della morale che  il diritto. Ancora oggi il diritto internazionale  una semplice aspirazione.
Forse sono addirittura i gruppi sociali, per quanto ristretti, ad essere incapaci di altruismo nei
confronti di altri gruppi, omogenei o eterogenei, o nei confronti di un individuo estraneo. Quante volte
 accaduto che una famiglia si sacrificasse, come famiglia, per unaltra famiglia, o per il popolo a cui
apparteneva, o per un individuo ad essa estraneo? Quante volte, dico, questo sacrificio  avvenuto per
motivi morali, per altruismo, per amore, e non per interesse comune, o per disperazione, o per altri
motivi diversi da quelli morali? Nel mondo sono forse soltanto i gruppi religiosi, come quelli cristiani
(chiese e ordini religiosi) a farsi o a tentare di farsi guidare da principi etico-religiosi nel loro rapporto col prossimo.
Legoismo che i popoli ricchi mostrano oggi nei confronti di quelli poveri non  dunque una
novit.  anzi la pi vecchia delle storie. Tanto che lindignazione morale per il comportamento dei
ricchi assume frequentemente laspetto di uno strumento politico da utilizzare nella lotta contro i
privilegiati. Anche perch i non privilegiati non sono animati dallideale della giustizia o da altri
principi morali, ma dal desiderio di partecipare al godimento dei privilegi  magari assumendo, come
sempre accade quando i poveri fanno qualche passo avanti verso il benessere, un atteggiamento ancora
pi intransigente, verso quanti sono rimasti indietro, di coloro che invece sono da tempo abituati al
benessere e al godimento della ricchezza.
Le masse del Terzo Mondo crescono vertiginosamente e le loro avanguardie premono in modo
sempre pi minaccioso alle porte del Nord del Pianeta. Non c posto per tutti e diventano sempre pi
rari i posti non devastati e inquinati dalla forma attuale della produzione economica. Ci si vuol
meravigliare che i ricchi non intendano perdere i loro privilegi? e soprattutto dopo che lo sviluppo
tecnologico ha messo a loro disposizione una potenza militare che ha reso praticamente invincibile il Nord del Pianeta?
Inoltre, il fondamento della meraviglia e dellindignazione per legoismo dei privilegiati sono i
valori morali. Ma il pensiero del nostro tempo ha voltato le spalle  e non poteva fare altrimenti  a
ogni verit assoluta e definitiva, e quindi nessun valore morale, e tanto meno quelli religiosi, possono
pretendere di valere come verit assolute e incontrovertibili. Ormai, nel Nord del Pianeta, sono le
masse stesse ad accorgersi di quella crisi della verit e della morale, che fino a qualche decennio fa era
nota soltanto alle lites intellettuali. Come pretendere, allora, che i popoli ricchi si facciano guidare da
principi morali nei loro rapporti con i poveri?
Gli Stati Uniti e il loro presidente sono stati accusati di aver fatto fallire, nel 1992, la
Conferenza di Rio sullambiente. E in effetti hanno smorzato molti entusiasmi. Daltra parte, quando
Bush affermava che gli Stati Uniti posseggono la migliore legislazione ecologica oggi esistente, diceva
il vero. Questi due fatti non si contraddicono. Anzi,  proprio perch gli Stati Uniti sono preoccupati
pi degli altri Paesi di salvaguardare il proprio ambiente naturale che essi devono impedire, per ora,
che le aspirazioni ecologiche guadagnino troppo rapidamente terreno nel resto del mondo. Non  difficile comprenderlo.
Pi o meno tutti sono convinti che la forma attuale della produzione economica stia
distruggendo irreversibilmente la Terra. Ma pi o meno tutti, oggi, sono anche convinti che il
capitalismo  il mezzo pi efficace per produrre ricchezza, sicurezza, potenza. Le societ capitalistiche
non intendono perdere questi vantaggi e tendono quindi a scaricare sul resto del mondo gli effetti
inquinanti e distruttivi della produzione economica. Ma perch questo sia possibile e, ad esempio, le
imprese statunitensi possano impiantare fabbriche inquinanti in Brasile o in Messico, risparmiando il
territorio nordamericano,  necessario che nei Paesi poveri la legislazione ecologica sia molto pi
permissiva che nel Nord America e in Europa. Si pu capire quindi perch gli Stati Uniti abbiano
tarpato le ali al summit di Rio.
 vero che fenomeni come leffetto serra, le piogge acide e il buco nellozono danneggiano tutta
la Terra. Ma  anche vero che le zone pi inquinate del Pianeta sono, per ora, quelle abitate dai popoli
poveri, che mirano soprattutto al decollo della loro economia e non si possono permettere il lusso di
badare alla devastazione della natura e della salute, che tale decollo comporta; ed  appunto in queste
zone che, esentate da tasse e da vincoli, le imprese inquinanti dei Paesi ricchi possono con maggior
profitto investire, vendere i loro prodotti pericolosi e trasportare i rifiuti tossici della produzione effettuata in madrepatria.
C ancora un po di tempo, prima che, dal Sud, linvivibilit determinata dalla produzione
economica raggiunga i Paesi del Nord. C anche pi tempo, prima che si giunga al punto in cui,
nonostante le energie alternative non inquinanti, ci si venga a trovare sullorlo dellabisso. Ma quando
questo avverr, e forse anche prima, il capitalismo dovr rendersi conto che distruggendo la Terra
distrugge se stesso. E sar questa coscienza, non la coscienza morale o religiosa, a spingere il
capitalismo al tramonto. Non certo, dunque, perch quello sar il momento del prevalere dei valori
morali, ma perch lapparato scientifico-tecnologico, che oggi si incarna nel capitalismo, si dissocer,
come ha gi fatto col socialismo reale, dai residui ideologici che nel capitalismo, minacciando la base
naturale della tecnica, minacciano la sopravvivenza stessa delluomo  giacch  ormai alla tecnica che
 affidata la vita delluomo sulla Terra.
Il capitalismo tramonta, perch  costretto, prendendo coscienza del proprio carattere
autodistruttivo, a darsi un fine diverso dal profitto, cio la salvaguardia della base naturale della
produzione economica, e la salvaguardia della tecnica. Il nemico pi implacabile e pi pericoloso del
capitalismo  il capitalismo stesso: sia quando si lascia tentare dalle voci della morale, della religione,
della cultura, che lo invitano a uscire dalla pura logica del profitto, sia quando tira dritto per la sua strada.
Si pu obiettare che il capitalismo puro  cio non contrastato da alcuna volont di realizzare
scopi diversi dal profitto  non  mai esistito. La nascita stessa del capitalismo  una lotta contro la
societ feudale, e le istanze etico-religiose e illuministico-liberal-democratiche hanno sempre agito per
impedire lespansione illimitata del profitto. Nonostante tutto questo il capitalismo ha assunto forme
sempre diverse ed  sopravvissuto. Perch dovrebbe perdere questa sua capacit di adattamento e
cessare di vivere, quando si accorgesse che perseverando nella sua forma attuale distrugge la Terra e se
stesso?
Perch, si pu rispondere, il modo sempre diverso in cui il capitalismo ha reagito agli ostacoli
che si  via via trovato di fronte non va confuso con lo scopo che il capitalismo essenzialmente si
propone. Il capitalismo ha assunto forme diverse, perch  sempre riuscito a raggiungere lo stesso
scopo  lincremento del profitto , superando i diversi ostacoli. Ma sta profilandosi qualcosa di
essenzialmente diverso da tutto il passato del capitalismo: il piano inclinato, al termine del quale il
capitalismo, per non annientarsi,  costretto ad assumere uno scopo diverso dal profitto, e dunque 
ecco il tratto a cui sempre pi si dovr prestare attenzione   costretto ad annientarsi.
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9.
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Il fine del capitalismo e il convitato di pietra.
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Tra le forze che hanno sconfitto il socialismo reale, il capitalismo  quella dominante. Anche il
cristianesimo e la democrazia hanno avuto importanza in questa vicenda (peraltro tuttora in atto); ma il
divario tra Est e Ovest si  rivelato insostenibile soprattutto sul piano dellorganizzazione degli
strumenti che rendono possibile la sopravvivenza di una societ. Lorganizzazione capitalistica della
tecnica si  rivelata superiore a quella comunista. Daltra parte lo scontro Est-Ovest  impensabile al di
fuori dello sviluppo tecnologico guidato dalla scienza moderna. Nemmeno il capitalismo  concepibile
separatamente da esso. Ma proprio per questo il capitalismo non  la tecnica. Questa differenza 
riconosciuta da tutti. Si tratta per di coglierne il significato autentico.
Sia Marx, sia gli avversari del marxismo ritengono che la tecnocrazia sia il punto pi alto
raggiunto dal capitalismo. Tuttavia si pu stare nel punto pi alto in molti modi. Anche il culmine di
una parabola  il punto pi alto; ma  anche quello da cui incomincia la discesa. Da tempo vado
indicando i motivi che fanno pensare che la discesa del capitalismo sia gi incominciata. Non si tratta
delle difficolt in cui oggi si trova leconomia capitalistica e che prima o poi possono essere superate.
Si tratta di qualcosa di ben pi decisivo: un insieme di forze di diversa natura e potenza agisce con
pressione costante per distogliere il capitalismo dal fine che gli  proprio; e questo significa che esse
agiscono per trasformare il capitalismo in qualcosa che non  pi capitalismo.
Che il capitalismo sia la forza preponderante tra quelle che hanno condotto al tramonto il
socialismo reale, e che quindi non si vede come possano esistere forze capaci di distruggerlo  una
obiezione che trascura la differenza, qui sopra richiamata, tra capitalismo e tecnica. Il rapporto tra
capitalismo, democrazia, cristianesimo  profondamente conflittuale e con la fine del comunismo
questa conflittualit sta venendo sempre pi in primo piano. Ma tra queste forze si trova un convitato di
pietra. Siede al loro tavolo; e anche se sono tutte convinte di potersene servire sar lui a dominarle e a
guidare il convito. Anche il socialismo reale sedeva allo stesso tavolo. E si  convinti che a liberarci da
esso siano stati il capitalismo, la democrazia, il cristianesimo. Ma al tavolo siede anche la tecnica.
Senza la tecnica ognuna di quelle forze sarebbe del tutto impotente. Neppure la carit cristiana 
che oggi prevede laiuto ai popoli poveri  potrebbe oggi muovere un solo passo. Ci nonostante,
capitalismo, democrazia, cristianesimo sono pur sempre convinti di poter controllare la tecnica e di
potersene servire, e cio di poterla trattenere alla sua funzione di mezzo e di strumento. Ma la tecnica 
il convitato di pietra. A differenza di quanto accade nella commedia di Molire essa non  il portavoce
di una morale o di una giustizia superiore  anche se capitalismo, democrazia, cristianesimo sono i
seduttori dellumanit. Tentiamo ora di guardare pi da vicino questi temi. E innanzitutto quello
relativo al fine del capitalismo.
Il fine, o scopo, di unazione umana non  qualcosa di semplicemente esterno ad essa. Certo, la
casa che un costruttore vuole innalzare  qualcosa di diverso dalle operazioni compiute per costruirla 
e in questo senso  qualcosa di diverso dallazione del costruire. Tuttavia lo scopo guida lazione. A tal
punto che essa si realizza cos come si realizza, proprio perch il suo scopo  quel certo scopo e non un
altro.  perch si vuole costruire una casa che si agisce in un certo modo. Se si volesse costruire
unautomobile, la configurazione dellagire sarebbe completamente diversa. Solo perch non si scorge
il carattere determinante del fine rispetto allagire si pu ritenere che sia possibile agire nello stesso
modo pur proponendosi scopi diversi. Ma se ci si rende conto del carattere decisivo del fine nella
configurazione dellagire, si  anche in grado di scorgere la differenza tra due azioni che hanno scopi
diversi e che a prima vista possono sembrare identiche. Si pu scorgere, ad esempio, la differenza che
esiste tra unattivit medica che abbia come scopo il guadagno e unattivit medica, apparentemente
identica, che abbia invece come scopo la salute del paziente. Un rapporto sessuale che abbia come
scopo primario il piacere, o che nel proprio scopo primario unisca il piacere alla procreazione,  diverso
(come la Chiesa sa bene) da un rapporto che invece si proponga come scopo primario la procreazione, e
che a un osservatore sommario pu sembrare del tutto identico a quello precedente.
Il fine dellazione umana  dunque ci per cui essa  quello che : il fine  lessenza dellazione
 indipendentemente dal fatto che lazione sia di piccolo o grande rilievo, sia una singola azione o
unazione costituita a sua volta da un insieme di azioni. Il capitalismo  appunto unazione, ed
estremamente complessa, di questultimo tipo. Il fine del capitalismo  il profitto. E il capitalismo 
capitalismo solo in quanto persegue il profitto e il suo indefinito incremento.
Le incertezze della scienza economica sulla definizione del profitto non riguardano il profitto in
quanto tale, ma il motivo in base al quale limprenditore si appropria di una frazione del sovrappi
sociale (tale motivo essendo stato visto di volta in volta nellanticipazione del capitale richiesto per la
produzione, nello sfruttamento del proletariato, nella necessit di remunerare il lavoro
dellimprenditore o il rischio a cui egli  andato incontro, ecc.). Qualunque possa essere il motivo per il
quale il capitalista percepisce il profitto, il fine in vista del quale il capitalista attiva la produzione  di
ottenere una quantit di denaro apprezzabilmente superiore a quella impiegata.
Pu sembrare che se le cose stanno in questi termini nella prospettiva delleconomia classica,
nella fase moderna della scienza economica (in quella cio marginalistica, soggettivistica) si
sostenga invece che anche nelleconomia capitalistica lo scopo della produzione  il consumo (cio
la soddisfazione dei bisogni). Ma, a parte il fatto che negli sviluppi della scienza economica moderna
(si pensi ad esempio a von Neumann) si riconverge verso le posizioni classiche, non  credibile che,
quando si accentua limportanza del consumo nel ciclo produttivo si pensi che lo scopo di un capitalista
che produce tessuti sia quello di vestire gli ignudi, e lo scopo di un fabbricante di prodotti alimentari sia
quello di dar da mangiare agli affamati. Che i tessuti siano idonei a coprire e gli alimenti a nutrire non 
lo scopo dellattivit imprenditoriale, ma una condizione perch lo scopo di tale attivit, cio il profitto,
possa essere realizzato.
Una produzione economica che non abbia come scopo il profitto non  dunque capitalismo. In
apparenza pu anche sembrare identica alla produzione capitalistica; ma unosservazione rigorosa
mostrerebbe la differenza. Si afferma solitamente che dal punto di vista tecnologico la prima fase della
produzione capitalistica non differisce da quella feudale. Tuttavia si riconosce che si tratta di due tipi
diversi di produzione. E la ragione della differenza  appunto che nelleconomia feudale lo scopo della
produzione  la vita signorile, cio il consumo del signore, mentre nelleconomia capitalistica lo scopo
 il reimpiego del capitale. Eppure, proprio perch lo scopo  diverso, una adeguata osservazione delle
tecnologie praticate in queste due forme di produzione e, agli albori del capitalismo, apparentemente
non diverse, potrebbe mostrare che la differenza non riguarda solo gli scopi, ma investe le stesse
procedure tecnologiche che sembrerebbero identiche. In modo analogo, se esistono condizioni che
spingono il capitalismo a darsi un fine diverso dal profitto e dunque a distruggersi, questa situazione 
compatibile con lapparente invarianza delle procedure capitalistiche e con la convinzione degli
imprenditori e di tutti gli altri operatori economici di continuare a muoversi sullo stesso terreno. Ma,
stiamo dicendo, lesistenza di quelle condizioni non  una semplice ipotesi.
Il conflitto tra le forze che hanno determinato il crollo del socialismo reale, e che dopo tale
evento viene sempre pi in primo piano,  appunto una situazione in cui ognuna di tali forze mira a
limitare e in definitiva a impedire la realizzazione del fine delle altre. La democrazia si propone di
impedire lonnipotenza del profitto. A volte si ritiene perfino che la dilatazione del salario oltre i limiti
entro i quali esso  semplicemente la reintegrazione delle capacit lavorative (una dilatazione che
avviene a spese del profitto), sia la base stessa della democrazia. Ma anche senza giungere fino a
questo punto, lo scopo della democrazia sono quei valori di uguaglianza e di libert, che non solo
differiscono dal profitto, ma ne richiedono la subordinazione. Ma una produzione economica in cui il
profitto sia subordinato ai valori democratici non  pi una produzione capitalistica. Anche se nelle
democrazie occidentali i valori democratici sono fittamente intrecciati alle forme della produzione
capitalistica, non solo la democrazia rimane pur sempre qualcosa di diverso dal capitalismo, ma mira
essenzialmente a impedire che la societ sia guidata dai valori del capitale e che il profitto sia lo scopo
dellattivit economica.
A sua volta, la Chiesa cattolica ha ribadito, anche recentemente, che lo scopo della produzione
economica non pu essere il profitto ma il bene comune.  un principio centrale della tradizione
cristiana, e la Chiesa continua a riaffermarlo. Ma, anche se la Chiesa evita di riconoscerlo
esplicitamente, rivendicare il valore di questo principio significa affermare che il capitalismo deve
essere messo da parte. Una produzione che miri al bene comune della societ  ancora pi lontana
dallo spirito e dalla lettera del capitalismo di quanto non lo sia una produzione economica che, come
oggi avviene nei Paesi industrializzati, evita lo scontro aperto con i valori democratici. Se ne avessero
la forza, cristianesimo e democrazia, lasciati alla loro logica interna, distruggerebbero il capitalismo.
Appunto perch vorrebbero un capitalismo orientato a un fine diverso da quello per il quale il
capitalismo  quello che .
Cristianesimo e democrazia non dispongono di questa forza  come ha mostrato di non disporne
il socialismo reale.  invece il capitalismo a organizzare la vita sulla Terra, in modo che al profitto sia
assicurata la funzione di fine primario che subordina a s tutti gli altri, anche quelli venerandi della
tradizione occidentale. Proprio per questo  il capitalismo che sta riuscendo ad alterare e a corrompere
la natura del cristianesimo e della democrazia. Anche il Terzo Mondo  una forza gigantesca che
vorrebbe assegnare al capitalismo un fine diverso (incrociandosi cos con le aspirazioni del
cristianesimo e della democrazia) e cio la salvezza dellumanit povera. Ma anche in questo caso il
capitalismo ha la forza di subordinare al profitto la volont di emancipazione dei popoli poveri. I popoli
ricchi del Nord del Pianeta (tra i quali vanno annoverati anche i popoli dellEst, nonostante la crisi
economica che stanno attraversando), oltre a disporre della ricchezza, e proprio perch ne dispongono,
dispongono anche di una potenza militare ormai invincibile.
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10.
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Il dilemma del capitalismo e la trasformazione del suo fine.
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A questo punto bisogna per rilevare che se gli avversari del capitalismo (che sono tali anche
quando non riconoscono di esserlo) non hanno la forza di distruggerlo, ci non significa che il
capitalismo non sia sottoposto a uno sforzo gigantesco per mantenere il proprio predominio e
sottoporre al proprio i fini dei suoi avversari. Ma soprattutto  da rilevare che il capitalismo deve far
fronte al proprio avversario pi potente e pi temibile: il capitalismo stesso.
La convinzione che la forma attuale della produzione economica stia distruggendo la Terra
prende sempre pi piede anche se rimane ancora incerta la sua consistenza scientifica. Essa sta
prendendo piede nella stessa coscienza che il capitalismo ha del mondo. Si sta andando verso la
distruzione della Terra anche se i Paesi del Terzo Mondo evitano lindustrializzazione delle loro
economie. Ma la distruzione della Terra  la distruzione della base naturale della produzione
economica e quindi  la distruzione della stessa produzione capitalistica. Il capitalismo sta cio
distruggendo se stesso. Sta riuscendo a fare quello che il comunismo, la democrazia, il cristianesimo
non sono riusciti e non riescono a compiere. Non si tratta qui di determinare i tempi richiesti per
lautodistruzione del sistema produttivo, ma del fatto che il mondo, e quindi anche il mondo
capitalistico, sta convincendosi che il sistema produttivo va verso lautodistruzione anche in assenza dello scontro atomico.
Nella misura in cui prende coscienza o si convince del proprio carattere distruttivo e
autodistruttivo, il capitalismo procede alla mobilitazione delle forme di energia alternativa  rese
disponibili dallo sviluppo tecnologico , che determinino una quantit sempre minore di inquinamento
e di distruzione. Per sopravvivere, il capitalismo si rivolge cio alla tecnica. Se non potesse rivolgersi
allinnovazione tecnologica e perpetuasse le forme attuali della produzione con limpiego delle forme
di energia attualmente utilizzate, il capitalismo si troverebbe di fronte a questo dilemma: o imporre alla
societ la perpetuazione delle forme di produzione da esso attualmente praticate, provocando
realmente la distruzione della Terra  o attivando sempre di pi la convinzione che le sue
procedure economiche distruggono la Terra ; oppure rinunciare alla produzione in vista del profitto e
produrre in vista della sopravvivenza della Terra. Nel primo caso, la produzione economica o perviene
realmente alla distruzione della propria base naturale e quindi alla distruzione di se stessa, oppure
alimenta a tal punto quella convinzione circa il suo carattere distruttivo da provocare il rifiuto della
societ a proseguire sulla strada del capitalismo. Nel secondo caso, il capitalismo, costretto ad
assumere come scopo primario la sopravvivenza della Terra e dunque a rinunciare al proprio scopo,
cio al profitto,  costretto a rinunciare a se stesso. O distrugge la Terra, e quindi distrugge se stesso;
oppure si d un fine diverso da quello per il quale esso  quello che , e anche in questo caso distrugge se stesso.
Ma, dicevamo, questo dilemma si costituisce solo in relazione allipotesi che il capitalismo non
si rivolga allinnovazione tecnologica che, assicurandogli energie sempre meno inquinanti e distruttive,
gli consente di mantenere come scopo il profitto, senza alimentare le condizioni che portano alla
distruzione della Terra. Cos stando le cose, la tecnica acquista per il capitalismo unimportanza
essenzialmente superiore a quella che in passato lo sviluppo tecnologico ha assunto per limpresa
capitalistica. Linnovazione tecnologica diventa infatti la condizione senza di cui il capitalismo si
troverebbe di fronte al dilemma qui sopra indicato. La sorte del capitalismo dipende da quella della
tecnica.  a tal punto che il capitalismo, come  gi avvenuto per il socialismo reale (e come sta
avvenendo per la democrazia e il cristianesimo)  costretto ad adeguare i propri scopi allefficienza
dellapparato tecnologico che ha il compito di realizzarli.
 a questo punto che il capitalismo, come  gi avvenuto ad altri commensali (cfr. il capitolo
precedente), si accorge del convitato di pietra. Anche il capitalismo, come le altre forze della tradizione
occidentale, continua a illudersi che la tecnica rimanga pur sempre lo strumento mediante cui realizzare
il proprio scopo. Ma ora sta facendosi innanzi una situazione in cui lo scopo del capitalismo non deve
ostacolare lefficienza dello strumento che ha il compito di realizzare tale scopo, assicurando
linnovazione tecnologica che faccia decrescere la distruttivit della produzione economica. Non essere
di ostacolo significa adeguarsi, cio subordinarsi allefficienza di ci che dunque, subordinando a s lo
scopo del capitalismo, diventa il vero scopo primario del capitalismo.
Si profila cio una situazione in cui il capitalismo  costretto ad assumere come scopo primario
non pi il profitto, ma la continua innovazione tecnologica che ha il compito di garantirlo.
Insensibilmente, si sta andando verso unepoca in cui il capitalismo, non avendo pi come scopo
primario il profitto,  capitalismo solo in apparenza, mentre in realt  tecnocrazia,  cio lagire che si
propone come scopo lincremento indefinito della capacit di realizzare scopi, oltrepassando cos la
volont ideologica di realizzare un certo mondo invece di un altro.
C ancora chi replica che la vittoria del capitalismo sul comunismo lascia pur sempre aperto il
problema del valore dei due antagonisti. E per qualcuno la crisi del socialismo reale sul piano pratico
non implicherebbe la sconfitta teorica del marxismo. Tale modo di pensare sottintende che una teoria
possa essere vera e insieme soccombente sul piano pratico. Non  certo un modo di pensare marxista.
Nella seconda delle Tesi su Feuerbach Marx scrive che la questione se il pensiero umano sia vero non 
teorica, ma pratica:  nella prassi che luomo deve dimostrare la verit, cio la realt e il potere del
proprio pensiero, il suo essere operante nellal di qua. Ossia un pensiero  vero solo se  vincente.  il
marxismo stesso a richiedere che la sua sconfitta sul piano pratico sia considerata come la sua crisi teorica.
Ma, poi, la cultura del nostro tempo ritiene che non si possa pi parlare di verit. In questa
situazione (e lasciando qui da parte il gigantesco problema del senso di tale convinzione) il valore di
un pensiero  unicamente la sua capacit di conquistare le coscienze  ossia, daccapo,  un valore
pratico. Pensieri, teorie, principi perdono ogni valore quando non si presta loro pi fede. Appunto
per questo Nietzsche sostiene che la confutazione definitiva di una teoria  quella storica. Ad
esempio (ma  lesempio pi importante) affermare che Dio  morto non significa per Nietzsche
esibire una specie di dimostrazione dellinesistenza di Dio, ma constatare che la gente non crede pi in Dio.
Analogamente, Nietzsche potrebbe dire che il comunismo  morto perch non ci sono pi
masse umane che credono in esso. Tale mancanza di fede  appunto la confutazione storica, cio
definitiva del comunismo. Al venir meno di questa fede corrisponde il rafforzamento, nelle masse e
nei singoli, della convinzione che il capitalismo sia capace di risolvere i problemi economici e sociali;
in tale irrobustimento della fiducia nel capitalismo consiste da ultimo il suo stesso maggior valore teorico.
Eppure accade spesso che, proprio mentre la cosa sta cambiando sotto i nostri occhi, si continui
a usare la stessa parola per indicarla. Siamo sicuri che questo non sia anche il caso della parola
capitalismo e della cosa che dovrebbe corrispondergli?
Ci che continuiamo a chiamare capitalismo sta cambiando pi profondamente e pi
rapidamente di quanto non si pensi (sebbene si tratti di un cambiamento molto pi lento di quello che
ha travolto il comunismo). Mi riferisco a una forma di cambiamento molto diversa da quella, ben
conosciuta, per la quale  come si legge nel Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels  la
borghesia non pu esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di
produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Nonostante questo continuo rivoluzionamento della
produzione, il capitalismo permane, anzi si rafforza e si estende. Dicendo che il capitalismo sta
cambiando pi profondamente e rapidamente di quanto si creda, mi riferisco alla forma di
cambiamento che spinge il capitalismo al tramonto  al tramonto della sua capacit di conquistare la
coscienza degli uomini e di ottenerne la fiducia.
Si pu arrischiare unaffermazione di questo genere  proprio oggi che il capitalismo sta
mostrando nel modo pi irrefutabile la propria superiorit e capacit di tenuta rispetto al comunismo,
perch, come stiamo rilevando, esistono delle forze che mirano ad assegnare al capitalismo uno scopo
diverso da quello che gli  proprio. Ci si deve allora chiedere se  cos irrilevante, per lagire  e il
capitalismo  appunto una forma, estremamente complessa di azione , cambiare i propri scopi. Non 
irrilevante per unazione assumere uno scopo diverso da quello a cui essa  orientata. Si tratta anzi di
comprendere che non solo non  irrilevante, ma  decisivo, appunto perch ogni azione, struttura
pratica, procedura, impresa delluomo  ci che essa , e si configura nel modo in cui si configura,
proprio perch essa ha un certo scopo, e non un altro; e quindi, se a un certo punto si orienta verso uno
scopo diverso, lazione cambia completamente in ogni sua parte e in ogni suo aspetto  anche se si
crede che continui ad essere quello che era. Diventa qualcosa di diverso. Solo apparentemente due
azioni che abbiano scopi diversi sono uguali. Lo scopo di unazione appartiene allessenza dellazione.
Cambiare il proprio scopo significa cambiare la propria essenza. Dicevamo che se la professione
medica viene esercitata con lintento di guarire, essa  in ogni suo aspetto qualcosa di diverso da una
professione medica esercitata in vista del guadagno. In entrambi i casi parliamo di professione
medica, ma usiamo la stessa espressione per indicare cose diverse  una diversit che il malato finisce
prima o poi col percepire. La societ feudale (ossia quellinsieme di azioni che costituiscono tale forma
di societ) cessa di esistere non quando vengono inventate nuove forme di produzione  la societ
borghese infatti, ai suoi inizi, produce servendosi dei mezzi di produzione e di scambio presenti nella
societ feudale , ma quando cambia lo scopo del suo agire economico; quando cio lo scopo della
produzione economica non  pi qualcosa di diverso da essa (come il benessere e i consumi del
signore, la guerra, la cultura, la vita buona), ma diventa la produzione stessa e la sua crescita
incessante. Gi per Aristotele una produzione economica che abbia per fine la vita buona  qualcosa di
essenzialmente diverso da una produzione economica, la crematistica, che, apparentemente uguale
alla prima, assuma come scopo lincremento indefinito della ricchezza. Questa  da condannare; quella
 da lodare. Appunto perch sono essenzialmente diverse. Essenzialmente diverse, per la diversit degli
scopi di procedure solo apparentemente identiche. Ebbene, il capitalismo si  sbarazzato del
comunismo; ma oggi nel mondo esistono forze che mirano ad assegnare al capitalismo uno scopo
diverso da quello per il quale il capitalismo  tale. Mirano cio, anche senza rendersene conto, a
distruggere il capitalismo. Ad esempio, chiedendo al capitalismo di avere come scopo non pi il puro
profitto, ma il bene comune della societ, la Chiesa cattolica chiede al capitalismo di cambiare la
propria essenza, e cio gli chiede di non essere pi capitalismo.  molto improbabile che la Chiesa
riesca l dove il comunismo ha fallito, ma lazione della Chiesa pu servire da supporto, insieme ad
altre forme di azione (ad esempio quella democratica), alla forza che sempre pi va mostrandosi come
il fattore decisivo relativamente al destino del capitalismo. Mi riferisco alla consapevolezza che la
forma attuale, e peraltro vincente, della produzione economica conduce inevitabilmente alla distruzione
della Terra. Una consapevolezza che incomincia ad affacciarsi allinterno stesso del capitalismo, e che
ormai  ben visibile, oltre che nelle diverse prospettive ecologiche, in campo scientifico e in tutte le
forme della cultura attuale, ed  presente nella stessa esperienza cristiana del mondo e nelle
rivendicazioni della coscienza democratica, e sta guadagnando terreno nellopinione pubblica. La
forma attuale della produzione economica distrugge la Terra. Il capitalismo distrugge dunque se stesso.
Ma la maggiore efficacia di questa consapevolezza  data dal suo essere espressione della
razionalit dellapparato scientifico-tecnologico, che si sente minacciato dal modo in cui oggi viene
realizzata la produzione economica, come ieri (ma le conseguenze sono tuttora attive) si sentiva
minacciato dalla possibilit che il conflitto ideologico Est-Ovest conducesse alla distruzione
dellapparato stesso, dovuta alle stesse capacit distruttive di questultimo. Non ci troviamo allora a una
svolta, dove un insieme di fattori preme perch il capitalismo non abbia pi come scopo il profitto, ma
la salvezza della Terra? E non  appunto questo il processo in cui il capitalismo si incammina verso il tramonto?
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11.
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Il dilemma del capitalismo: conferma della sua esistenza.
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Il destino del capitalismo  uno dei problemi essenziali del nostro tempo  e ancora pi decisivo dopo il crollo del comunismo.
Richiamiamo ancora una volta lattenzione sul legame che unisce questo problema al principio
che lo scopo di unazione (o di una struttura di azioni) ne determina lessenza. Nella nostra civilt 
divenuta radicale la convinzione delluomo di essere una realt capace di agire in vista di scopi. 
appunto allinterno di questo convincimento che lo scopo di unazione ne stabilisce e configura i tratti
essenziali. Se cambia lo scopo, cambia anche lessenza e la natura dellagire, e lagire orientato allo
scopo iniziale non esiste pi. Se quellagire estremamente complesso che  il capitalismo non dovesse
pi avere come scopo il profitto privato e si orientasse verso uno scopo diverso, il capitalismo non esisterebbe pi.
Ma appunto questo sta accadendo: un insieme di forze spinge il capitalismo a darsi uno scopo
diverso da quello che gli  proprio. Si sta diffondendo nel mondo  e nella stessa coscienza che il
capitalismo ha della realt  la consapevolezza che la produzione capitalistica della ricchezza porta in
breve tempo alla distruzione della Terra. Mantenendo i ritmi e le forme attuali della produzione
economica, la Terra sar distrutta anche senza lo scontro nucleare (ormai del tutto obsoleto) tra
capitalismo e comunismo  e nonostante la minore distruttivit delleconomia capitalistica rispetto a
quella dei Paesi del socialismo reale.
Distruggendo la Terra, il capitalismo oggi vincente distrugge lapparato scientifico-tecnologico
che gli permette di produrre ricchezze e di incrementare il profitto. Distruggendo la Terra, distrugge se
stesso. Oggi si riconosce che, contrariamente a quanto pensava Marx, la produzione capitalistica fa
aumentare il livello di vita delle masse delle societ industriali.  cio venuto meno il presupposto
fondamentale in base a cui Marx credeva che il capitalismo distruggesse se stesso, in quanto,
determinando limmiserimento crescente delle masse, il capitalismo avrebbe prodotto la loro ribellione
(gli espropriatori vengono espropriati). E tuttavia, proprio il consenso di massa di cui il capitalismo
sta godendo, proprio lefficacia dei capitalismo sul piano economico-sociale e la sua capacit di uscire
indenne, sul piano teorico, dalle critiche rivoltegli dal marxismo, proprio questo insieme di fattori
positivi alimenta un processo produttivo di cui si pensa che devasti la Terra e lumanit che la abita, e
che dunque, se questa convinzione ha valore, distrugge se stesso.
Diffondendosi nel mondo, la consapevolezza dellinsostenibilit della forma attuale della
produzione economica mobilita quindi le forze che, tentando di evitare la distruzione della Terra,
mirano ad assegnare al capitalismo uno scopo diverso da quello che gli  proprio (il profitto), mirano
cio a porre la salvezza della Terra come elemento essenziale, imprescindibile, dello scopo della
produzione capitalistica. In questa prospettiva  anzi inevitabile, dato il carattere conflittuale dei due
scopi, che il conseguimento del profitto venga subordinato alla salvaguardia della Terra: il profitto non
 pi lo scopo della produzione economica. La quale dunque  indipendentemente dalle convinzioni
soggettive degli imprenditori  non  pi una produzione capitalistica (appunto perch guidata da uno
scopo diverso dal profitto).
Appunto per questo  si diceva sopra  sembra che il capitalismo si trovi di fronte a un dilemma
che comunque venga risolto conduce il capitalismo al tramonto. Infatti, nella sua forma attuale  cio
mantenendo come scopo il profitto e subordinando al profitto la salvaguardia della Terra , la
produzione economica, o distrugge la Terra e quindi distrugge se stessa, oppure alimenta la
convinzione (sia pure non giustificata in modo scientificamente rigoroso) che questa forma di
produzione abbia un carattere irreparabilmente distruttivo. Ma se questa convinzione, diffondendosi,
spinge il capitalismo stesso a convincersi del proprio carattere autodistruttivo e dunque della necessit
di subordinare il profitto alla salvezza della Terra, dando quindi alla produzione economica uno scopo
diverso da quello attuale, ebbene, anche in questo secondo caso il capitalismo giunge da ultimo alla
propria distruzione, distrugge se stesso.
O il capitalismo rimane tale, e perviene realmente (cio dal punto di vista scientifico) allautodistruzione come conseguenza della distruzione della Terra; oppure si d uno scopo diverso dal profitto, e anche in questo secondo caso perviene alla distruzione di se stesso. Fra le cose che mirano ad assegnare al capitalismo uno scopo diverso da quello che gli  proprio, si deve dunque annoverare il capitalismo stesso.
Indubbiamente, si pu ritenere che la prospettazione di questo dilemma derivi da un modo di
pensare molto astratto, e si pu obiettare che il dilemma si costituisce solo se ci si dimentica
dellesistenza delle energie alternative: in relazione alle forme attuali di energia sembra proprio che le
risorse consumate non siano riproducibili, che linquinamento del Pianeta uccida la vita, che il cibo
disponibile sia sempre pi insufficiente, su scala mondiale, rispetto allincremento demografico; ma da
tale situazione, si aggiunge, si pu uscire senza uscire dal capitalismo, appunto perch non  pi
unutopia luso di energie alternative capaci di evitare quelle disfunzioni: tali energie non devastano la
Terra e, insieme, consentono di mantenere come scopo il profitto privato e, anzi, di incrementarlo. La
perpetuazione del capitalismo si fonda sullo sviluppo tecnologico.
Eppure il problema non  chiuso. Ladozione delle energie alternative richiede una
riconversione industriale di grandi proporzioni; e se il capitalismo ha continuato e continua a rinnovare
le proprie strutture industriali, altro  operare la riconversione per incrementare il profitto, altro 
operarla perch altrimenti la produzione economica distrugge la Terra e quindi se stessa. Nel primo
caso, poich lo scopo della riconversione rimane il profitto, il capitalismo continua ad essere
capitalismo. E nel secondo caso?
Certamente, il capitalismo non vuole salvare se stesso per salvare la Terra, ma vuole salvare la
Terra per salvare se stesso. Se si convincesse che la forma attuale della sua produzione economica
distrugge la Terra e quindi che praticando tale forma distrugge se stesso, il capitalismo, come ogni altro
soggetto di azione, si farebbe guidare in modo esplicito dallistinto di sopravvivenza da cui  sempre
stato implicitamente guidato.
Quando si dice che unazione ha un certo scopo, non si deve dimenticare che lo scopo specifico
di unazione  inscritto nello scopo generico dellagire, ossia nello scopo che  comune ad ogni azione,
e che  appunto la volont di esistere, di perpetuarsi, cio la volont e listinto di conservazione. Lo
scopo generico  la volont di realizzare la condizione fondamentale perch lo scopo specifico possa
avverarsi  ossia, nel caso dellagire capitalistico,  la volont che tale agire si perpetui e non vada
distrutto, s che possa venir realizzato il suo scopo specifico, cio il profitto. E le istanze
dellecologismo potranno convincere limpresa capitalistica alla riconversione del suo apparato
industriale solo quando limpresa creder nel vantaggio economico delloperazione  cos come in
passato gli appelli umanitari per evitare lo sfruttamento degli operai hanno convinto il capitalismo solo
quando esso si  reso conto che il perfezionamento del macchinario, il cui sottoprodotto era il
miglioramento delle condizioni di lavoro e lelevazione del salario, avrebbe consentito un maggior
incremento del profitto. (E non  il caso che la cultura capitalistica se lo nasconda, visto che lintento
egoistico dellintrapresa capitalistica ha favorito il benessere dei lavoratori molto di pi che quelle
forme di azione politica che, come il comunismo, tale benessere se lo proponevano esplicitamente.)
Ebbene, la volont del capitalismo di salvare la Terra per salvare se stesso, non solo  qualcosa
di essenzialmente diverso dalla volont di salvare la Terra per salvare la Terra, ma queste due forme di
volont sono antitetiche, e quindi tendono a indebolirsi e a elidersi vicendevolmente. Intendo dire che
ogni riconversione dellindustria, che abbia come scopo la salvezza del capitale  inevitabilmente
destinata a subordinare a tale scopo la salvezza della Terra, e quindi finisce col pregiudicarla. Che
questo debba accadere non  unaffermazione che ha bisogno di essere giustificata dalle forme
specifiche del sapere scientifico, ma  una conseguenza di quella logica del rapporto mezzo-fine che il
capitalismo incorpora in s (e che daltra parte  presupposta dal sapere scientifico, la cui forma di
razionalit fa parte a sua volta dellinsieme di convinzioni senza di cui il capitalismo non potrebbe
sussistere). Se, dunque, lo scopo  il profitto  se cio il capitalismo salva la Terra per salvare se stesso
,  inevitabile che la salvezza della Terra divenga uno scopo subordinato allo scopo primario del
profitto, e cio divenga un mezzo per la realizzazione dello scopo. Ma ogni mezzo deve non ostacolare,
bens servire alla realizzazione dello scopo; e ogni mezzo serve, in quanto viene consumato affinch lo
scopo si realizzi. Ma (e questa volta dal punto di vista stesso della scienza) la consunzione ha un punto
di non ritorno, oltre il quale essa diventa inevitabilmente distruzione di ci che va consumandosi.
Rendendosi conto del punto-limite della consunzione del mezzo, il capitalismo non pu pi salvare la
Terra per salvare se stesso, ma o cessa di agire e di esistere, oppure deve salvare la Terra per salvare la
Terra. Cio deve rinunciare a se stesso, giacch, anche se vuole continuare a esistere, deve realizzare il
profitto come mezzo (dunque consumabile) per assumere come scopo la salvezza della Terra.
Il capitalismo ha vita lunga (ma pi breve di quanto si creda), perch ha la possibilit di
ritardare lesito distruttivo della propria attivit. Ma  inevitabile che per il capitalismo giunga un
momento cruciale in cui gli divenga evidente che tale esito non pu pi essere ritardato e rinviato, e che
la forma di produzione che salva la Terra con lintento di salvare se stessa sta giungendo al punto di
non ritorno, ossia  in procinto di avviare un processo irreversibile di distruzione della Terra e di se stessa.
 a questo punto che, se luomo  e lo stesso elemento umano che guida il capitalismo  vorr
continuare a vivere, dovr dare alla produzione economica uno scopo diverso dal profitto privato. 
cio a questo punto che il capitalismo, proprio per non distruggere la Terra e quindi se stesso, dovr
rinunciare al proprio scopo specifico, ossia dovr rinunciare a se stesso. E cio, daccapo, dovr
distruggere se stesso. Il dilemma che sopra  stato prospettato rimane insuperabile. Soprattutto su di
esso sar chiamata a riflettere lanalisi della societ contemporanea.
Tuttavia non si pu escludere lipotesi che lo sviluppo della scienza e della tecnica metta a
disposizione del capitalismo energie sempre meno inquinanti e infine assolutamente non inquinanti.
Lenergia pura, pertanto, salverebbe la Terra, e la salvezza della Terra, sembra, sarebbe s il mezzo per
realizzare il profitto, ma, questa volta, un mezzo che, appunto per la disponibilit illimitata di energie
non distruttive, non sarebbe consumato per la realizzazione dello scopo. Capitalismo e salvezza della
Terra potrebbero convivere.
Ma in questa situazione  nella quale, certamente, il dilemma sopra considerato non
sussisterebbe pi  il destino del capitalismo verrebbe a dipendere dalla tecnica e dalla scienza, come si
 rilevato nella prima parte del capitolo precedente. Il capitalismo si rapporterebbe allo sviluppo della
tecnica come a ci che non dovrebbe essere ostacolato da alcunch, e dunque nemmeno dalla volont
di profitto, e che quindi si porrebbe come lo scopo primario della produzione economica. Pertanto, il
capitalismo dovrebbe, insieme, assumere e non assumere come scopo primario lo sviluppo della
tecnica. Dovrebbe cos assumerlo, appunto perch da esso dipenderebbe la sopravvivenza del
capitalismo; ma, per non rinunciare a se stesso, il capitalismo dovrebbe anche non assumerlo come
scopo primario. Ma per uscire da questa contraddizione, il capitalismo non potrebbe rinunciare
direttamente e immediatamente a se stesso e dovrebbe quindi illudersi di poter sopravvivere anche
quando lo scopo primario dellattivit produttiva fosse la produzione dello sviluppo della tecnica, da
cui dipende la sua sopravvivenza. Dovrebbe illudersi di sopravvivere anche quando ci che domina non
fosse pi il capitalismo, ma la tecnica.
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12.
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Guerra fredda, economia, ecologia.
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La tensione Usa-Urss ha favorito degli interessi economici  sia allOvest, sia allEst.  ovvio.
Nel mondo occidentale, la corsa agli armamenti ha arricchito soprattutto le imprese legate
allorganizzazione della guerra; nel mondo sovietico ha rafforzato i privilegi dei ceti sociali preposti a
tale organizzazione.  anche questo  ovvio: che chi trae vantaggio da una certa situazione agisce per
perpetuarla, tanto pi intensamente quanto pi gli  vantaggiosa. Ovvio, dunque, che sia allEst sia
allOvest esistessero forze miranti a perpetuare la guerra fredda e la corsa agli armamenti  forze di
grandi proporzioni, dato il peso che lorganizzazione della guerra ha nelleconomia mondiale.
Si riflette invece di meno sulla circostanza che, se cos stanno le cose, la fine della guerra fredda
non ha determinato soltanto il tracollo del comunismo, ma ha anche messo in crisi quel grande settore
del mondo capitalistico che traeva i propri benefici dalla tensione tra capitalismo e comunismo, e che
era divenuto il fattore trainante dellintera economia occidentale.
Non intendo certo, con questo, sostenere che gli Stati Uniti (e il mondo occidentale) stiano
andando verso il disarmo. Il mondo ricco ha attorno a s troppi nemici perch possa rinunciare alla
propria potenza. In questa condizione si trova anche la Csi, che nonostante i problemi economici
attuali, appartiene al club dei ricchi e non pu rinunciare alla potenza militare che le consente di rimanervi.
Ci nonostante, con la fine della guerra fredda, sia allOvest sia allEst lorganizzazione della
potenza militare e la produzione di ricchezza che ne deriva stanno subendo una profonda
trasformazione, che nel mondo occidentale mette in crisi uno dei settori pi importanti delleconomia
capitalistica, quello che ha tratto i maggiori vantaggi dalla tensione Est-Ovest e che quindi mirava a perpetuarla.
Si deve quindi ritenere che lazione degli Usa che ha condotto al crollo dello Stato comunista
sia lespressione di forze economiche diverse da quelle interessate al mantenimento della tensione. 
difficile sostenere che tale azione non sia stata lespressione di queste altre forze e che il crollo
dellideologia comunista (ossia della fonte principale della tensione con il mondo capitalistico) sia stato
un evento non previsto e non calcolato dalle forze economiche interessate alla sopravvivenza
dellavversario dellEst. Il programma dello scudo spaziale, avviato da Ronald Reagan, ha segnato
infatti un salto di qualit, cio ha condotto da una configurazione della tensione Usa-Urss, dove lUrss
poteva ancora reggere la competizione e sopravvivere come avversario, a una diversa configurazione
della tensione, dove lUrss, pur rimanendo superpotenza atomica, non avrebbe pi potuto reggere il
confronto con leconomia capitalistica e avrebbe dovuto rinunciare alla lotta, lasciando in eredit a uno
Stato postcomunista la propria potenza (che sul piano delloffesa atomica  peraltro tuttora competitiva con quella americana).
Questa seconda configurazione della tensione Usa-Urss ha cio mobilitato negli Stati Uniti
risorse economiche, il cui scopo  antitetico a quello delle risorse mobilitate dalla prima configurazione
della tensione.  certamente possibile che negli Usa i settori occupati da questi due tipi di risorse siano,
oltre che intercomunicanti, ampiamente coincidenti. Ma anche se il settore economico che organizza la
forma tradizionale della tensione fosse fortemente integrato a quello mobilitato dal progetto dello
scudo spaziale e delle guerre stellari rimane il carattere antitetico degli scopi perseguiti dai due
settori, la cui diversit  dunque irriducibile. Rimane cio fermo che il crollo del comunismo ha
determinato, nelleconomia statunitense, il crollo del settore tradizionale  quello cio che
organizzava la tensione con lUrss in modo di consentire e anzi salvaguardare la sopravvivenza dellavversario.
Laltro settore, invece, ha un futuro, sia perch, anche se il comunismo  crollato, rimane,
sempre pi minacciosa, la pressione del Terzo Mondo, sia perch pu diventare uno dei principali
campi di collaborazione tra Ovest ed Est. Rispetto alla proliferazione atomica del Terzo Mondo 
inutile rafforzare ulteriormente larsenale atomico esistente nel Nord del Pianeta, pi che sufficiente a
rispondere con successo a qualsiasi coalizione atomica dei Paesi poveri, e nellallestimento del quale si
 impegnato, negli Usa, il settore tradizionale dellorganizzazione della tensione.
Che la vittoria delle democrazie occidentali sul comunismo abbia leso, nel mondo capitalistico,
interessi economici di grande consistenza,  un fatto da non trascurare nel chiarimento dei motivi per i
quali gli Stati Uniti hanno penalizzato, in modo apparentemente paradossale, il presidente che li ha
condotti alla vittoria sul comunismo, sviluppando la politica di Reagan.  in atto, allinterno
delleconomia statunitense, uno scontro di grandi proporzioni tra il settore tradizionale  che non
trova conveniente la riconversione del proprio sistema produttivo, basato soprattutto sullallestimento
dellattrezzatura atomica  e il settore pi avanzato (in cui fa sentire la sua voce il tipo di tecnologia
prodotta dal Giappone), che, anche per disfarsi del concorrente, ha fatto proprio il principio che il
prolungamento della tensione Est-Ovest conduce inevitabilmente alla distruzione atomica dellumanit
 e che si evita questo pericolo predisponendo un sistema di difesa che leconomia dellavversario non
abbia la capacit di realizzare.  difficile negare che lo scontro tra questi due settori, che sembra ormai
risolto in favore del secondo, appartenga alla sostanza della crisi economica che il mondo capitalistico
sta attraversando dopo la fine della guerra fredda.
In termini ecologico-energetici, si pu dire che allOvest e allEst  prevalso il convincimento
che la produzione della sicurezza delle societ del Nord del Pianeta non pu pi essere affidata
allaccumulazione militare dellenergia atomica, in procinto di portare a quella forma estrema di
inquinamento che  la stessa distruzione nucleare dellumanit ricca. Gli Usa si sono convinti che la
sicurezza deve essere affidata a una forma di energia pulita, quella utilizzata appunto nella strategia
dello scudo spaziale. Tale convinzione ha condizionato e insieme  stata condizionata dal fatto che la
corrente principale della conflittualit planetaria non procede pi da Est a Ovest, ma da Nord a Sud 
come lo stesso Eltsin ha riconosciuto, proponendo la collaborazione di Russia e America per la
realizzazione di quella strategia.
Analizzare in termini ecologico-energetici la fine della tensione Usa-Urss significa vedere in
luce pi chiara il modo in cui  destinata a risolversi la tensione che sussiste tra la forma attuale della
produzione economica  ossia tra la forma di energia attualmente impegnata  e la sopravvivenza della Terra e delluomo.
Come il ritmo di produzione di armi nucleari conduce, se mantenuto, alla distruzione della
Terra, cos a tale distruzione si perviene se la produzione economica continua nelle forme attuali. Si
pu allora credere che come i popoli ricchi del Pianeta, sia pure a prezzo di una profonda crisi
economica, possono imboccare la strada che, mediante ladozione di una forma alternativa di energia,
evita la distruzione nucleare, cos essi possono evitare la distruzione dovuta alla produzione economica
pacifica, adottando energie alternative non inquinanti e mantenendo in vita la produzione economica di tipo capitalistico.
Il sottinteso di questa opinione  che tali energie possano essere sempre disponibili. Ma  anche
possibile che accada lopposto, e che il capitalismo si renda conto di provocare la distruzione della
Terra e quindi di se stesso. Il dilemma del capitalismo  abbiamo rilevato   o distruggere
realmente la Terra, distruggendo quindi se stesso, oppure convincendosi del carattere distruttivo del
proprio agire, assumere come scopo la salvezza della Terra e non il profitto, anche in questo secondo
caso distruggendo se stesso.  vero che tale dilemma  insuperabile in relazione alla situazione  che
peraltro  la pi probabile  in cui le energie alternative non inquinanti non siano sempre disponibili.
Ma al termine del capitolo precedente  stata affrontata anche la questione di principio, e cio a quale
sorte andrebbe incontro il capitalismo, se si trovasse nella felice circostanza di poter disporre in
continuazione di energie sempre meno distruttive. Anche in questo caso, abbiamo incominciato a
rilevare, il capitalismo dovrebbe rinunciare a se stesso. Unulteriore giustificazione di questultimo
asserto  indicata nel capitolo seguente.
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13.
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Il conflitto tra capitalismo e tecnica.
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A Rio de Janeiro, la Conferenza mondiale sullambiente si  chiesta fino a che punto il sistema
attuale della produzione economica distrugga la Terra. Larea conservatrice del capitalismo americano
aveva suggerito a Bush di non partecipare al vertice ecologico brasiliano: consumismo e capitalismo
non sono distruttivi. Il punto  per controverso. Non solo in sede politica ed economica, ma anche scientifica.
Tuttavia la convinzione che la forma attuale dello sviluppo economico condurr in breve tempo
alla distruzione totale della vita sta diffondendosi. Tale convinzione non ha certo lappoggio di tutti e
forse nemmeno della maggior parte degli scienziati qualificati; ci nonostante essa pu spingere le
societ ricche del Pianeta a impedire che lo scopo primario della produzione economica sia il profitto
privato, e a far s che tale scopo consista invece nella salvaguardia della Terra.
 comprensibile pertanto che le forze conservatrici del capitalismo intendano squalificare sia la
convinzione che la produzione economica sta distruggendo la Terra, sia iniziative come la Conferenza
di Rio de Janeiro, dove tale convinzione pu diventare trascinante. Daltra parte, in occasione del
summit brasiliano una voce insospettabile come la Banca mondiale ha dichiarato nel modo pi esplicito
che la lotta contro la povert non pu essere separata dalla protezione dellambiente, e ha consigliato
una mossa sostanzialmente riconducibile a quella concezione economica keynesiana che lattuale
cultura capitalistica sente come il fumo negli occhi: la presenza essenziale di forti istituzioni
pubbliche e politiche che, questa volta, proteggano lambiente dalla produzione incontrollata e devastante.
Il dilemma (richiamato anche al termine del capitolo precedente) di fronte al quale il
capitalismo si trova, si riferisce appunto al carattere distruttivo della forma attuale della produzione
capitalistica. Ed  su questo piano che oggi si gioca la partita. Essa, tuttavia, diventa ancora pi
decisiva se si considera il destino del capitalismo non soltanto in relazione al suo presumibile carattere
distruttivo, ma anche in relazione alla possibilit che la produzione capitalistica adotti forme sempre
pi pulite di energia, rese disponibili dallo sviluppo tecnologico. Anzi, in linea di principio non si pu
escludere che la produzione capitalistica riesca a non esser pi in alcun modo inquinante. Non si tratta
di prestare attenzione a ipotesi lontane dallo stato presente del mondo, ma di non ridurre lanalisi del
capitalismo agli aspetti distruttivi della sua forma di produzione.
Dopo il crollo del comunismo non viene in primo piano soltanto il conflitto tra il capitalismo e
le altre forze che oggi intendono guidare il mondo  democrazia, cristianesimo, movimenti ecologici :
il capitalismo si trova in conflitto con lo stesso strumento che gli consente una vertiginosa
moltiplicazione del capitale: la tecnica. Il capitalismo si trova in conflitto cio con la forza che pi delle
altre pu pretendere di porsi alla guida del mondo. La tecnica  cio il sistema di strumenti organizzati
secondo i criteri della razionalit scientifica e costituenti quella complessa struttura di prestazioni, non
solo tecnologiche in senso stretto, ma anche giuridiche, burocratiche, istituzionali, militari, sanitarie,
scolastiche e certamente anche economiche, che formano lapparato scientifico-tecnologico.
Il capitalismo  in conflitto con la tecnica, perch mentre lapparato della tecnica tende a ridurre
il pi possibile la scarsit, il capitalismo deve perpetuarla. Lo scopo che tale apparato possiede di per se
stesso  lincremento indefinito della propria potenza, cio della propria capacit di realizzare scopi. E
la scarsit di beni  una forma di impotenza; che dunque lapparato tende a ridurre il pi possibile. Il
capitalismo, invece,  un modo di produrre ricchezza in una situazione di scarsit. Se quindi vuole
sopravvivere, deve perpetuare la scarsit. In un mondo dove lo sviluppo della tecnica eliminasse la
scarsit  cio consentisse di avere a disposizione i beni economici mediante limpiego di una quantit
di capitale e di lavoro considerevolmente inferiore a quella richiesta dalleconomia capitalistica , quasi
tutti potrebbero essere imprenditori, ed essere nel contempo lavoratori per svolgere la quantit minima
di lavoro richiesta dallalto sviluppo tecnologico. In questa situazione il profitto, cos estesamente
distribuito, non sarebbe pi qualcosa di appetibile: la sua appetibilit consiste nella sua capacit di far
avere quello che la maggior parte del prossimo non riesce ad avere.
Per sopravvivere, il capitalismo deve dunque frenare, a un certo momento, lo sviluppo
tecnologico: deve controllarlo in modo da impedire che esso metta tutti su un piano di parit
economica. Se non vorr limitare la potenza della tecnica e intender daltra parte sopravvivere, il
capitalismo dovr trasformarsi in una ideologia palesemente repressiva, in nome della quale una
ristretta minoranza estromette la maggioranza dal controllo dellapparato scientifico-tecnologico e la
estromette in modo essenzialmente diverso da quello che oggi sta verificandosi. Oggi infatti, anche al
Nord del Pianeta, la maggioranza della popolazione non dispone dei capitali richiesti dalla forma
attuale della concorrenza (e appunto per questo pu accadere che in America si ritenga ancora
accettabile che l1% abbia una ricchezza superiore a quella del 90% della popolazione); mentre nella
situazione ora ipotizzata, dove lo sviluppo tecnologico sarebbe cos elevato da eliminare la scarsit,
tutti o quasi tutti avrebbero il capitale necessario per giungere allelevato tenore di vita consentito da
quello sviluppo, e tuttavia sarebbe loro impedito di giungervi.
Il capitalismo  una procedura economica volta a realizzare benefici considerevolmente
superiori a quelli goduti dalla maggioranza. Un imprenditore che guadagni come un impiegato statale
non  un capitalista povero, ma un capitalista fallito (anche se, in un futuro pi o meno remoto, il tenore
di vita di un impiegato statale fosse simile a quello di un imprenditore del nostro tempo). Uno sviluppo
tecnologico che consentisse a tutti di vivere come oggi vivono i ricchi, vanificherebbe limpulso
principale dellintrapresa capitalistica, cio la volont di avere pi ricchezza e pi potere degli altri.
Proprio perch il capitalismo deve limitare lo sviluppo della tecnica, diventa improponibile il
principio che la propriet privata dei mezzi di produzione (e in generale la propriet privata in quanto
tale) sia la condizione imprescindibile dellefficacia della produzione economica (anche se questo
principio rimane sostanzialmente valido nel confronto tra leconomia capitalistica e le varie forme di
economia pianificata). I cosiddetti fondamenti etico-giuridici della propriet privata non hanno alcun
valore assoluto: il nostro  il tempo della morte di ogni verit assoluta e quindi nemmeno quei
fondamenti possono avere una tale verit: essi possono soltanto rafforzare (con motivazioni
controvertibili) la volont di tenere in vita la propriet privata.
Con rilievi sopra sviluppati non abbiamo semplicemente considerato unipotesi che riguarda il
futuro e insegna poco al presente. Rispetto al Terzo Mondo, tutto il Nord del Pianeta  larea dove lo
sviluppo tecnologico  cos elevato da consentire gi oggi di risolvere i problemi della sopravvivenza
dellumanit intera; e dove il capitalismo  lideologia repressiva, sostanzialmente condivisa dalle
popolazioni del Nord, per la quale la minoranza costituita da tali popolazioni estromette il resto del
mondo dal controllo dellapparato scientifico-tecnologico.  del tutto improbabile che i ricchi
rinuncino ai loro privilegi.
Ma  anche evidente che il capitalismo  inseparabile dallideologia che lo spinge a
sopravvivere e prevalere. Ha infatti un carattere ideologico, politico, sia la volont di frenare lo
sviluppo e la potenza della tecnica, sia la volont di estromettere la maggior parte del mondo dal
controllo di tale sviluppo, sia la forma attuale della produzione, che conduce alla distruzione della
Terra e dello stesso capitalismo.
Daltra parte sono gi ben visibili i segni che la politica e le ideologie sono al tramonto. Per
sopravvivere nei Paesi dellEst, lapparato della tecnica ha dovuto separare la propria sorte
dallideologia marxista. Non si profila dunque qualcosa di simile a proposito dellideologia capitalistica?
Quindi, da un lato (cfr. capp. 9, 10), la sopravvivenza del capitalismo dipende dallo sviluppo
della tecnica, perch  in forza di esso che sono rese disponibili quelle energie non inquinanti senza le
quali il capitalismo non potrebbe uscire dal dilemma indicato nei capitoli precedenti. Per questo
primo lato, il potenziamento della tecnica diventa lo scopo primario della produzione economica e
quindi il capitalismo scompare.
Dallaltro lato, il capitalismo deve indebolire e frenare lo sviluppo tecnologico, perch, come si
 visto in questo capitolo, deve evitare che tale sviluppo elimini la scarsit e quindi dissolva la
convenienza economica dellattivit imprenditoriale. Per questo secondo lato, il capitalismo deve cio
indebolire lo strumento da cui ormai dipende la sopravvivenza delluomo, di ogni attivit economica e
dunque del capitalismo stesso. Per questo secondo lato, il capitalismo deve indebolire se stesso. Questi
due lati sono tra di loro in contraddizione e formano un superiore dilemma di fronte al quale il
capitalismo viene a trovarsi.
Ritornando ora al primo dei due lati di cui si  ora parlato, va aggiunto che il potenziamento
della tecnica, a cui il capitalismo  costretto,  determinato anche dalla situazione conflittuale in cui
lagire capitalistico si trova, rispetto ai propri avversari (cfr. E.S., La tendenza fondamentale del nostro
tempo, cit., 2; La filosofia futura, cit., Parte seconda)  sia rispetto a quelli ideologici, sia rispetto a
quelli costituiti dalla stessa concorrenza capitalistica. In questa situazione conflittuale lagire
capitalistico deve incrementare, per prevalere, la potenza dellapparato della tecnica e non ostacolarne
la crescita anteponendogli il proprio scopo ideologico (il profitto). Lo scopo ultimo del capitalismo 
come di ogni forza che trovandosi oggi in conflitto con le altre intenda prevalere servendosi della
potenza della tecnica  diventa pertanto, inevitabilmente, lincremento indefinito della potenza della
tecnica. Anche lesigenza di non distruggere la Terra  un avversario della volont di profitto, che il
capitalismo pu neutralizzare affidando alla tecnica il compito di assicurare energie sempre meno
inquinanti e cio affidando la propria sorte e salvezza alla tecnica.
Ma chi viene salvato deve assumere come scopo primario la potenza del salvatore. Se il
salvatore fallisce non c salvezza. Ma se lo scopo primario di chi  salvato  la potenza del salvatore,
chi viene salvato non  pi chi voleva salvarsi;  diventato qualcosa di diverso. Proprio perch la
tecnica salva, chi  salvato non  salvato: ha perduto la propria anima, cio il proprio scopo. Si pu
salvare la propria anima solo perdendola. (Accade lo stesso anche quando luomo vuole ottenere la
propria salvezza mediante la grazia di Dio: luomo non deve porre ostacoli alla potenza della grazia,
deve assumerla come scopo primario, aprirsi incondizionatamente ad essa, giacch solo nel trionfo
della grazia egli pu ottenere la propria salvezza. Lo scopo primario diventa cos la potenza e il trionfo
della grazia divina. Come distinta e autonoma rispetto alla grazia, la salvezza delluomo diventa uno
scopo subordinato, anzi, diventa uno scopo evitato. Cos come diventa uno scopo evitato la volont di
profitto come distinta e autonoma rispetto alla potenza salvifica della tecnica. Luomo aveva
incominciato col voler salvare se stesso, e finisce col volere che sia fatta la volont di Dio  o della Tecnica.).
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14.
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Obiettivi complementari.
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Con Al Gore, Clinton sostiene che  unalternativa falsa quella per la quale uneconomia
forte  incompatibile con le preoccupazioni per lambiente. Il conseguimento di uneconomia sana e
di un ambiente sano sono obiettivi complementari, non contraddittori. Questa tesi  sostenuta
nellarticolo scritto da Bill Clinton per The Earth Times e il Corriere della Sera poco dopo la sua
elezione a presidente degli Stati Uniti.
Una tesi che far piacere a una parte e dispiacer a unaltra parte del capitalismo mondiale. Far
piacere ai gruppi industriali che producono tecnologie non inquinanti o addirittura disinquinanti,
oppure possono permettersi o hanno convenienza a effettuare una riconversione del loro sistema
produttivo mirata alla salvaguardia dellambiente. Non far piacere a tutti gli altri, cio a quelli
organizzati in modo che per essi la produttivit economica  effettivamente incompatibile con le
preoccupazioni per lambiente.
La mossa di Clinton d comunque un rilevante contributo a quel rimescolamento gigantesco
delle forze produttive del capitalismo, che prima ha deciso la fine della guerra fredda e ora pone la
produzione economica di fronte allesigenza di salvare la Terra. Gi la strategia reaganiana dello
scudo spaziale, oltre a mettere in ginocchio lapparato militar-industriale dellUrss, ha determinato la
crisi del settore dellindustria americana che aveva legato la propria fortuna alla perpetuazione della
contrapposizione nucleare. Ora il rimescolamento si accentua perch, se si d ascolto a Clinton, la
riconversione industriale si estende dallindustria bellica a tutto il sistema produttivo. La tesi di Clinton
non  utopica solo se egli pu contare su una parte consistente del capitalismo americano.
 comunque una tesi pericolosa per il capitalismo. Proprio perch essa, che non  affatto nuova,
vien fatta valere dal nuovo presidente e dal nuovo ceto dirigente americano. Clinton e Al Gore 
rovesciando completamente latteggiamento tenuto dagli Usa e da Bush alla Conferenza di Rio
sullambiente  sollecitano le forze produttive a trasformarsi perch, se cos come sono attualmente
sono distruttive ed economicamente malate, esse devono rendersi conto che ambiente sano ed
economia sana sono obiettivi complementari, non contraddittori.
Ma economia sana vuol dire tutela e crescita del profitto. Si tratta di comprendere che un
obiettivo non rimane lo stesso quando  perseguito come unico scopo e quando  perseguito insieme
a un altro obiettivo che gli sia complementare.
Uno pu uscire di casa per fare del moto. Se questo  il suo unico obiettivo, non far altro. Ma
si pu uscire di casa per fare del moto e insieme per fare degli acquisti. Se i negozi non sono troppo
lontani questi due obiettivi non sono contraddittori ma complementari. Tuttavia gli acquisti ridurranno
il moto, e viceversa. Il moto, come unico obiettivo, non  cio il moto che  praticato insieme a
quellobiettivo complementare che sono gli acquisti.
Analogamente, leconomia sana, come unico obiettivo dellattivit economica, non 
leconomia sana come obiettivo perseguito insieme a quellobiettivo complementare che  lambiente
sano. Questi due obiettivi, come tutti gli altri obiettivi complementari, si riducono, si limitano, si
frenano a vicenda. Il capitalismo  la volont che il profitto non sia limitato, frenato, ridotto da
alcunch. Perseguire il profitto insieme a qualche altro obiettivo complementare  come la salvaguardia
della Terra, o la democrazia, o il bene comune  significa quindi uscire dal capitalismo. Appunto per
questo latteggiamento di Clinton e del nuovo ceto dirigente democratico non potr non essere
percepito come una minaccia dellordinamento capitalistico.
Nel suo articolo Clinton affermava che sta sempre pi crescendo  nei Paesi sottosviluppati e in
quelli che si sono sviluppati troppo rapidamente, come il Messico, a spese dellambiente  la domanda
di attrezzature, tecnologie, servizi che alimentino la crescita economica senza distruggere lambiente. E
la salute delleconomia americana  egli aggiunge  dipende dalla sua capacit di soddisfare questo
tipo di domanda. In questo modo  sembra voler dire Clinton  lincremento del profitto sarebbe cos
complementare alla salvaguardia dellambiente da coincidere addirittura con essa. Si aumenterebbe il
profitto proprio producendo la salute dellambiente. Come se uno riuscisse a fare del moto anche e
proprio mentre fa degli acquisti.
Tuttavia, fare degli acquisti per fare del moto non  la stessa cosa che fare del moto per fare
degli acquisti. Sentir musica per stare in compagnia di una donna a cui piace la musica non  la stessa
cosa che stare in compagnia di una donna per sentir musica. Mangiare per vivere non  la stessa cosa
che vivere per mangiare. Produrre la salute dellambiente per incrementare il profitto non  la stessa
cosa che incrementare il profitto per produrre la salute dellambiente: nel primo caso il capitalismo
continua a vivere, nel secondo no. Ma nel primo caso  inevitabile che la volont di incrementare il
profitto finisca col mettere a repentaglio la salute dellambiente (cos come prima o poi una donna si
stanca di essere il pretesto, o il mezzo, per ascoltar musica).
Clinton non prevede tutto questo e quindi non dice nemmeno per quale di quei due casi
propende. La logica del suo discorso vorrebbe che egli si dichiarasse favorevole a entrambi. Ma 
impossibile. Non si pu mangiare per vivere e, insieme, vivere per mangiare. Se si pensa che vivere e
mangiare siano obiettivi complementari, si ritorna alla situazione precedentemente considerata, nella
quale gli obiettivi complementari si limitano a vicenda, e dove la salute economica, perseguita come
unico obiettivo,  qualcosa di diverso dalla salute economica perseguita insieme alla salute
dellambiente. La preoccupazione per questa seconda salute mette in questione il capitalismo. Gli
ecologisti non se ne rendono conto. Non se ne rendono conto nemmeno Clinton e Al Gore; ma 
inevitabile che prima o poi si percepisca che tutti gli obiettivi complementari sono contraddittori e che
parlare di pi scopi complementari equivale a dire che un convoglio si muove contemporaneamente
verso sud e verso nord. Non si possono servire contemporaneamente due padroni.
Prima o poi il capitalismo si render conto che la propria forma di produzione finisce col
distruggere la Terra e, con la Terra, se stessa. Come ogni attivit, anche il capitalismo si  sviluppato e
ha perseguito il proprio obiettivo sulla base del presupposto che la propria attivit produttiva non
distrugge se stessa. Lassenza di questa autodistruttivit  sempre stata intesa dal capitalismo come una
condizione naturale, e sulla base di tale convinzione il capitalismo ha perseguito il profitto. Ma
questa condizione naturale sta sempre pi manifestandosi come qualcosa di non naturale  tanto che
la produzione economica sta orientandosi verso un tipo di produzione che mira a realizzare, essa,
quello che invece dovrebbe essere un prerequisito, ossia mira a evitare, essa, quellautodistruttivit
della produzione economica che invece dovrebbe essere una condizione naturale. Ma quando la
produzione economica si propone di non essere autodistruttiva, essa  gi qualcosa di diverso da quello
che essa  quando il suo scopo  il profitto e lassenza di autodistruttivit  un prerequisito e una
precondizione naturale del perseguimento del profitto. Appunto per questo vado dicendo da qualche
tempo che  il capitalismo a determinare la fuoriuscita dal capitalismo, e che il pericolo maggiore per il
capitalismo  il capitalismo stesso.
Le elezioni presidenziali americane hanno confermato la crisi delle forze che sono s uscite
vincenti dalla lotta contro il socialismo reale, ma che dopo la vittoria hanno accentuato la loro reciproca
incompatibilit e conflittualit. Che nelle elezioni americane la crisi abbia investito il fondamentalismo
della destra repubblicana, cio laspetto pi radicale e pi vistoso del cristianesimo nordamericano,  il
lato meno sorprendente della situazione. Il tramonto del cristianesimo  in atto da tempo e solo la
confusione tra londa lunga e londa corta degli eventi pu far pensare che lattuale vigore della Chiesa
cattolica costituisca linversione della tendenza a lungo termine che porta il cristianesimo al tramonto.
Il successo di un Ross Perot, che non vede alcuna differenza sostanziale tra unazienda e uno Stato, e
che si  opposto sia ai democratici sia ai repubblicani, mostra che  in crisi anche la politica, e anzi la
democrazia stessa come forma attualmente vincente della politica. E laffermazione elettorale  toccata
a un Clinton che si era lasciato alle spalle la problematica pi propriamente politica dei democratici
(ossia quella dei democratici liberali) e che aveva posto al centro la questione del risanamento
delleconomia americana. Ma la mossa di Clinton a proposito della necessit di concepire leconomia
sana come obiettivo complementare alla salute dellambiente  un segnale importante che la crisi sta
investendo lo stesso capitalismo.
Gli equivoci sul carattere complementare degli obiettivi possono essere illustrati anche nel
modo seguente. Questa volta non si tratta della complementariet tra economia forte e tutela
dellambiente, ma della complementariet tra efficienza economica e solidariet.
Prima del convegno di Cernobbio del settembre 93, Mario Monti ha illustrato sul Corriere
della Sera (3.9) il suo progetto di come dovr essere organizzata e gestita leconomia dei prossimi
anni in Italia. Ha cio indicato un insieme di obiettivi da realizzare. E mi sembra che abbia
ricondotto la molteplicit degli obiettivi (ad esempio leliminazione del disavanzo corrente, degli
impieghi improduttivi del capitale e del lavoro, leliminazione del consociativismo, la solidariet
vera, coperta con tasse e non con spese sociali in disavanzo e con prezzi politici) a due obiettivi
primari: la capacit di competizione con i Paesi europei economicamente pi avanzati e con quelli del
Nord America e dellAsia  capacit in assenza della quale senza volerlo prepariamo lItalia a un
futuro di disoccupazione ; e gli obiettivi di solidariet, non perseguendo i quali rinunceremmo a
valori che sono parte importante del nostro patrimonio culturale.
Al convegno di Cernobbio, limplicazione di efficienza e solidariet  stata sostenuta anche dal
presidente di Confindustria Luigi Abete, per il quale  indispensabile (sebbene come uno degli
elementi fondamentali della forma che il capitalismo deve assumere) la definizione dei livelli di
solidariet compatibile e necessaria per lo sviluppo economico: sviluppo (cio efficienza) e solidariet
devono alimentarsi in una circolarit virtuosa. Fino a ieri si poteva dire che lo sviluppo era la
premessa della solidariet, perch senza accumulazione non  possibile alcuna redistribuzione, ma oggi
bisogna anche dire che la solidariet  la premessa per lo sviluppo, perch senza la coesione sociale che
deriva dalla partecipazione a un sistema solidale non  possibile sviluppo (Il Sole-24 ore, 4.9).
Anche se losservazione pu sembrare molto astratta, va detto che ogni prospettazione di
obiettivi presuppone che si sappia che cos un obiettivo, cio uno scopo, e cosa significa proporselo.
Unosservazione, dunque, che non si riferisce specificamente al discorso di Monti e di Abete, ma ad
ogni riflessione sullagire individuale e sociale, e anzi ad ogni agire in quanto tale, lagire essendo
appunto la realizzazione degli obiettivi. Il disagio che la scienza prova di fronte alle considerazioni
astratte  in effetti il risultato di un malinteso. Pu sembrare molto astratto o banale ricordare
alleconomia le regole dellaritmetica; ma non sarebbe astratto n banale mostrare che tali regole non
vengono rispettate, poniamo in un saggio di scienza economica o nei calcoli di unimpresa. Ma oltre
alle leggi dellaritmetica e delle scienze formali e naturali, ci sono anche, e altrettanto importanti, le
leggi degli obiettivi, ossia le leggi che regolano il rapporto che intercorre tra obiettivi diversi, e tra
gli obiettivi (gli scopi) e i mezzi con cui essi sono realizzati. Scienza economica apparente non 
soltanto un discorso economico che violi le regole dellaritmetica, ma anche un discorso che violi
quelle degli obiettivi. Che tutti crediamo di conoscere, ma che hanno invece una natura molto
diversa da quella che ci  familiare, che crediamo di praticare e che  generalmente adottata.
La prima diversit riguarda appunto la molteplicit e la complementariet degli obiettivi.
Ognuno di noi si propone molti scopi contemporaneamente. Se li propongono anche le istituzioni, i
sistemi e gli scienziati sociali. E si sa che gli scopi non devono essere in contraddizione tra di loro. Non
ci si pu proporre di andare contemporaneamente al Polo Nord e al Polo Sud, nella sala da pranzo e
nella camera da letto. Perch non lo si possa fare, le scienze sociali, e quindi la scienza economica, non
se lo domandano  n qui ci avventureremo in questa direzione. Ma per ogni economista, e per ogni
imprenditore, che unazienda non possa fare nuove assunzioni riducendo contemporaneamente le spese
 cio che non si possano perseguire scopi tra loro contraddittori   una verit altrettanto certa
dellaffermazione che due pi due fa quattro.
Le scienze sociali  ma il discorso va allargato a tutte le altre forme culturali, arte, religione,
filosofia comprese  sono anche generalmente convinte che sia possibile, quando gli scopi non siano in
contraddizione tra loro, proporsi contemporaneamente scopi diversi, molteplici, complementari. Ad
esempio, come sopra si diceva, lefficienza del sistema economico e la solidariet sociale. Anche se a
prima vista la cosa pu sembrare del tutto inaccettabile, si tratta di capire che la diversit degli scopi e
il loro carattere complementare, in unazione o un insieme unitario di azioni, equivale alla loro
contraddizione. Quando una coppia mette al mondo un bambino, provvede al suo sostentamento. Ha
come scopo (di un certo insieme di azioni o addirittura di tutte le proprie azioni) il suo sostentamento o
benessere; compie certe azioni in vista di questo scopo. Quando per mette al mondo un secondo
bambino, essa si propone certamente il sostentamento di entrambi, ma nei confronti del primo non pu
pi agire come in passato, non pu pi perseguire il suo sostentamento nelle forme e nei modi in cui era
prima perseguito. Se lo facesse, trascurerebbe il secondogenito, o comunque subordinerebbe il suo
benessere a quello del primogenito. Quando questultimo era solo, il suo benessere era lo scopo
primario dei genitori (o comunque di un certo insieme delle loro azioni); quando i generati sono due, lo
scopo primario non  pi il benessere del primo, ma di entrambi. La volont che vuole primariamente
il benessere del primo non  compatibile con la volont che vuole anche il benessere del secondo, e
tanto meno con quella che vuole primariamente il benessere del secondo. Ognuna delle due volont
tende a subordinare a s laltra. In ununica volont, gli scopi di queste due volont possono cio
convivere gerarchicamente, ossia in un ordine dove uno dei due  subordinato allaltro  dove uno dei
due  lo scopo primario e laltro  quello secondario, subordinato.
Si pu dire che, anche per motivi storici, lefficienza economica sia il primogenito del
capitalismo, e la solidariet il secondogenito. Lefficienza  infatti efficienza delle procedure che
producono accumulazione, e laccumulazione  il profitto (dei singoli capitalisti, delle public company,
dei lavoratori e risparmiatori le cui risorse finanziarie sono gestite dai money manager). Ma nonostante
quello che dice Abete sulla circolarit virtuosa di efficienza e di solidariet, il capitalismo riserva e
deve riservare ai suoi due figli un trattamento diverso. Nella sua prima fase storica il capitalismo ha
avuto come scopo primario il profitto, e non certo la solidariet. Evolvendosi, il capitalismo capisce che
deve dare spazio anche alla solidariet, ad esempio perch essa  un valore importante della nostra
cultura, come scrive Monti, oppure perch, come dice Abete, non ci pu essere accumulazione senza
solidariet. Ma non pu dar spazio alla solidariet nel modo in cui quella coppia bennata dava spazio al
secondogenito. Se lo facesse  se facesse davvero quello che Monti e Abete prescrivono al capitalismo,
il capitalismo non ci sarebbe pi. Non dico semplicemente come parola, ma come sostanza.  vero che
discorsi come quelli di Monti e Abete possono essere intesi sia come mascheramenti pi o meno
consapevoli di ci che il capitalismo vuole, sia come sintomi del declino del capitalismo. E si
tratterebbe di un sintomo molto interessante.
Il capitalismo fa certamente spazio alla solidariet; ma perch ora vede che  un mezzo
indispensabile per realizzare lefficienza. A loro volta, i movimenti di sinistra e la Chiesa cattolica
fanno ora certamente spazio al capitalismo, ma perch ora si sono convinti che il capitalismo  lo
strumento pi efficace per produrre la ricchezza che deve servire alla promozione della solidariet. Per
il capitalismo la solidariet  un mezzo indispensabile per produrre laccumulazione; per le sinistre e la
Chiesa laccumulazione  un mezzo indispensabile per produrre la solidariet. Nel primo caso la
solidariet  subordinata allaccumulazione; nel secondo laccumulazione  subordinata alla solidariet.
Sono due cose molto diverse. Anzi, antitetiche. Se si percorre la prima strada non si pu percorrere la
seconda; e viceversa. Il capitalismo non  opera pia o di beneficenza, n opera di carit; e anche quando
si rende conto che non pu esserci accumulazione senza solidariet, il suo scopo primario 
laccumulazione, e la solidariet  uno scopo secondario e subordinato. In un celebre passo de La
ricchezza delle nazioni (UTET, 1975, p. 92) Adam Smith, indicando lessenza del mercato, osserva che
nella societ civile luomo ha bisogno dellaiuto dei suoi simili, ma invano se laspetterebbe
soltanto dalla loro benevolenza. Potr pi probabilmente riuscirci se pu indirizzare il loro egoismo a
suo favore, e mostrare che per loro  vantaggioso fare ci che egli richiede. Chiunque propone a un
altro una transazione di qualsiasi specie procede cos. Unofferta del genere significa: dammi ci di cui
ho bisogno e avrai questo che ti occorre. In questo modo otteniamo dagli altri la massima parte dei
servizi di cui abbiamo bisogno. Non  dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci
aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo
alla loro umanit ma al loro egoismo, e parliamo dei loro vantaggi e mai dei nostri bisogni. Quando
arriva sul mercato, anche il capitalista si comporta nello stesso modo: non si propone di andare incontro
ai bisogni altrui, per benevolenza, ma di ottenere ci di cui egli ha bisogno, ossia lincremento del
profitto, dando in cambio quel che occorre (o si crede che occorra) a coloro con i quali effettua lo
scambio. Che poi il mercato non debba essere formato da operatori morti di fame, e che dunque la
solidariet debba essere favorita  nellinteresse del capitalismo. Ma, appunto, lo scopo primario del
capitalismo  lincremento del profitto, non la solidariet. Da parte loro i movimenti di sinistra e la
Chiesa non si propongono primariamente di aumentare il profitto dei capitalisti, e anche se qualche
intellettuale di sinistra, che scopre ora il mercato e il capitale, va a onde come i seminaristi che vedono
per la prima volta una donna nuda, lo scopo primario delle sinistre e della Chiesa  la solidariet o il
bene comune della societ, anche se  nel loro interesse che non venga manomessa e anzi venga
favorita quellefficienza della produzione capitalistica, che si  rivelata lo strumento pi adatto per
promuovere la solidariet e il bene comune.
Se le cose non stessero cos e quello che vuole il capitalismo non differisse da quello che
vogliono le sinistre e la Chiesa, non ci sarebbe alcun conflitto tra i due schieramenti, e non si vedrebbe
perch oggi, da una parte e dallaltra, ci si debba preoccupare tanto dei pericoli che per gli uni si stanno
correndo dando ascolto agli altri. Il conflitto invece esiste, ed  inevitabile che esista. A questo punto,
non solo  chiaro che la sintesi di efficienza e solidariet  vista in modo rovesciato dalle parti in
conflitto, ma (e anzi appunto per questo)  chiaro anche che efficienza e solidariet non sono due scopi,
ma due fattori dellunico scopo che per il capitalismo  laccumulazione, alla quale viene subordinata
la solidariet, e che per le sinistre e la Chiesa  la solidariet, alla quale viene subordinata
laccumulazione. Due scopi diversi sono dunque in contraddizione tra loro, quando non si coordinano
in una gerarchia e pretendono entrambi di essere scopi primari.
Ma non ci siamo nemmeno dimenticati della sintesi di efficienza e solidariet di cui parla
Monti, e della circolarit virtuosa di cui parla Abete: questa sintesi e circolarit, pensata per davvero,
non  pi capitalismo  e non  ancora solidarismo laico o cattolico. Pensata per davvero, infatti, essa 
ci a cui non solo  subordinata, sino ad essere annullata, la volont di assumere come scopo primario
il profitto (e, anche, la volont di assumere come scopo primario la solidariet), ma  subordinata anche
quella volont di profitto che d spazio alla volont di solidariet cos come la coppia bennata di cui si
parlava d spazio anche al secondogenito. Nella sintesi o circolarit virtuosa ognuno dei due fattori
della sintesi  subordinato alla sintesi. Alla sintesi, cio, non solo  subordinato il capitalismo vero e
proprio, quello crudo e schietto che primariamente vuole il profitto, ma  subordinato anche quel
capitalismo addomesticato e sfalsato che insieme alla solidariet costituisce uno dei due fattori di
quello scopo primariamente perseguito che  la sintesi di tali fattori. La circolarit  virtuosa perch i
due fattori circolanti sono castrati. Fortunatamente per loro, i capitalisti razzolano meglio di quanto
predichino. Che se, invece, quel che predicano fosse davvero quel che vogliono, allora, come ho gi
detto sopra, che il capitalismo voglia la sintesi e la circolarit virtuosa sarebbe un sintomo rilevante del
declino e del dissolvimento al quale esso sta andando incontro.
 possibile che le sinistre e la Chiesa abbocchino allamo della circolarit virtuosa (peraltro
involontario perch  innanzitutto il pescatore ad esserne vittima). Pu accadere, anche perch, last but
not least, anche da questa parte c molta nebbia intorno alle leggi che regolano il gioco tra mezzi e
fini. E se ci accadesse, non sarebbe solo il capitalismo ad andare verso il tramonto, ma anche la
dottrina sociale della Chiesa e quel che  rimasto delle dottrine sociali delle sinistre dopo il crollo del
marxismo. Perseguire il limbo della circolarit virtuosa significa infatti (con castrazione simmetrica a
quella del capitalismo) rinunciare alla solidariet come scopo primario dellazione sociale.
Ho anche qualche dubbio sulla possibilit che la circolarit virtuosa sia una buona mossa
politica, perch (al di l dellincapacit di scorgere lautentica struttura del rapporto mezzo-fine) la
circolarit virtuosa  un difficile punto di equilibrio tra i suoi due fattori. Abete esige appunto la
definizione dei livelli di solidariet compatibile con lo sviluppo economico. Ma come si fa a sapere
che il rapporto tra solidariet e sviluppo  equilibrato e al giusto livello? Molti elementi che per la
Confindustria e, in generale, per il capitalismo sono equilibrati, per i sindacati e, in generale, per la
Chiesa e per le sinistre sono invece squilibrati; e viceversa. E come Monti intende tutelare la solidariet
vera, quella la cui attuazione sia affidata a strumenti che non ostacolino troppo lefficienza del
sistema produttivo, cos dallaltra parte si pu auspicare lefficienza vera, quella cio la cui
attuazione sia affidata a strumenti che non ostacolino troppo il bisogno di sicurezza e di moderato
godimento della vita da parte di chi lavora. Quella efficienza, dico, per la quale  pur tenendo conto che
senza di essa lItalia andrebbe incontro a un futuro di disoccupazione, come ricorda Monti  non si
debba pagare un prezzo troppo elevato in termini di infelicit per coloro che oggi sono al mondo. I
quali forse preferiscono maggiore felicit per s e i loro figli, piuttosto che una riduzione della loro
felicit presente in favore di una maggiore felicit delle generazioni future. La scelta della felicit
presente  certo egoistica e poco previdente, ma  difficile considerarla come senzaltro falsa, di
contro a quella vera; mentre  pi facile rilevare che la scelta opposta, in favore delle generazioni
future,  pi congruente con gli interessi del capitalismo, che per poter investire deve ridurre gli
investimenti improduttivi (ed era pi congruente anche con gli interessi del marxismo, che per la
felicit delle generazioni future doveva sacrificare  disapprovato anche da Popper  quelle presenti).
Ci potrebbe essere dunque pieno accordo sulla formula astratta della circolarit virtuosa e totale
disaccordo sul modo in cui da una parte e dallaltra questa formula viene riempita. Non sapendo o non
essendo daccordo sul livello in cui si colloca il giusto rapporto tra efficienza e solidariet,  inevitabile
che ognuno dei due contendenti tenda a subordinare al proprio scopo quello dellantagonista, rompendo
per ci stesso il circolo virtuoso. O questultimo prende piede nella coscienza dei contendenti, e si
produce a un tempo la fuoriuscita dal capitalismo e dalla dottrina sociale della Chiesa e delle altre forze
solidaristiche; oppure il circolo virtuoso rimane nel regno dei sogni, e il solco tra capitalismo e Chiesa
(e, forse in misura minore, tra capitalismo e solidarismo laico)  destinato ad allargarsi. E anche per
questo lato si preannuncia il declino delle grandi forze della tradizione occidentale oggi dominanti.
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15.
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Democrazia americana e Chiesa cattolica.
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Il nuovo presidente americano ha rivolto dunque al capitalismo un appello molto simile a quello
della Chiesa cattolica. La Centesimus annus sollecita il capitalismo a perseguire il profitto non come
scopo, ma come mezzo per la realizzazione del bene comune. Clinton sollecita il capitalismo a
perseguire il profitto come obiettivo complementare alla salvaguardia dellambiente umano e naturale.
In entrambi i casi, pi o meno consapevolmente, si sollecita il capitalismo ad assumere un obiettivo,
uno scopo, diverso da quello per cui il capitalismo  quello che . In entrambi i casi, pi o meno
consapevolmente, si sollecita il capitalismo a uscire da se stesso.
Ma, daccapo, la volont laica di salvare la Terra  qualcosa di diverso dalla volont della
Chiesa di salvaguardare il bene comune. Si profila un processo in cui queste due volont, pur
trovandosi ad essere compagne di strada nella limitazione e nel contenimento del capitalismo, non
possono perdere di vista la loro diversit. Sarebbe importante vedere fino a che punto e in quali termini
si costituisca, dopo quella costituitasi contro il socialismo reale, questa nuova forma di sintonia tra
Chiesa cattolica e classe dirigente americana.
Il nuovo presidente degli Stati Uniti riconosce che lattuale sistema produttivo americano
distrugge la Terra ed  economicamente malato; ma sostiene che una economia sana non 
necessariamente incompatibile con la salute dellambiente e si propone di agire per la loro
conciliazione. Larticolo di Bill Clinton ha avuto molti riscontri, ma non se ne  colto dunque il
significato profondo. Nemmeno Clinton, e nemmeno Al Gore, il probabile ispiratore di questo scritto,
si trovano nella condizione di poterlo cogliere.
Laffermazione che gli americani dovranno scegliere fra un ambiente salubre e uneconomia
forte, sostiene Clinton,  unalternativa falsa: Il conseguimento di uneconomia sana e di un
ambiente sano sono obiettivi complementari, non contraddittori, perch nel mondo, e soprattutto nei
Paesi in via di sviluppo c una forte domanda di tecnologie, servizi, attrezzature, procedimenti
industriali che alimentino la crescita economica senza distruggere lambiente; e la salute
delleconomia americana dipender dalla sua capacit di soddisfare questo tipo di domanda.
In questo discorso  dunque contenuta, come si  visto, unimportante questione di principio:
lesistenza di obiettivi complementari, non contraddittori. Laffermazione di tale esistenza gode di
ampi consensi. Ad esempio, anche per la Chiesa cattolica la procreazione e lappagamento sessuale
sono obiettivi complementari e non contraddittori del matrimonio. Anche per lindustria
automobilistica andare verso la natura e usare lautomobile sono obiettivi complementari e non
contraddittori di chi guida.
Ma, anche qui, si pu ripetere che altro  procreare per godere sessualmente, altro  quel pi
grigio godimento sessuale che viene praticato per procreare. Altro  usare lautomobile per andare
verso la natura, altro  andare verso la natura per usare lautomobile. Dunque: altro  salvare lambiente
per vendere di pi e salvare leconomia, altro  render sana leconomia per salvare lambiente. Nel
primo caso il capitalismo vive, nel secondo  morto.
Quando si usa lautomobile per andare verso la natura, il contatto con la natura  il fine primario
e luso dellautomobile  un fine subordinato e sostituibile (verso la natura si pu andare anche a piedi);
quando invece si va verso la natura per usare lautomobile, fine primario  questuso, mentre il contatto
con la natura  fine subordinato e sostituibile. I cosiddetti obiettivi complementari sono sempre
gerarchizzati; uno  dominante, laltro subordinato. Uno  il fine vero e proprio, laltro il mezzo. Se
vogliono essere tutti e due dominanti diventano contraddittori. N si possono servire due padroni, n si
pu avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Ma anche quando la gerarchia degli obiettivi e degli scopi viene rispettata,  s vero che
lobiettivo dominante soffoca quello subordinato, ma  anche vero che quello subordinato  una palla al
piede di quello dominante. Voler avere la botte piena trovandosi ad essere senza moglie  cosa diversa
dal proporsi questo stesso obiettivo avendo moglie. Quando la moglie c, prima o poi qualche
bicchiere se lo beve. Clinton non dice se vuole un ambiente sano per avere uneconomia sana, o
viceversa. Ma anche nel primo di questi due casi la salute dellambiente  una palla al piede dello
sforzo di realizzare la salute delleconomia. Prima o poi la salute dellambiente si beve qualche
bicchiere della botte del profitto.
Nonostante i suoi mille volti, il capitalismo ha sempre come obiettivo primario il profitto; cio
non intende che il profitto sia limitato, frenato, ridotto; non intende associare il proprio obiettivo
primario ad alcun obiettivo complementare, nemmeno quando questultimo si rassegna a stare in
seconda fila. Giacch lesistenza del fine subordinato frena, riduce, limita il conseguimento di quello
primario. Anche gerarchizzati sono contraddittori. Prima o poi la preoccupazione per la salute
dellambiente riduce il profitto.  la sua palla al piede.
Spingere il capitalismo ad associare il proprio obiettivo a quello complementare della salute
dellambiente o a qualsiasi altro obiettivo complementare significa dunque sollecitare il capitalismo a
indebolirsi fino non essere pi capitalismo. Significa  anche se Clinton e i capitalisti non se ne
rendono conto  voler dare al capitalismo un obiettivo diverso da quello per cui esso  quello che , e
dunque farlo scomparire. Modificare gli scopi delle attivit umane, piccole o grandi,  alterare
lessenza di tali attivit.
Anche la Chiesa cattolica sollecita lattivit economica ad avere come obiettivo primario non il
profitto, ma il bene comune della societ. Chiede cio che il profitto, non pi giudicato da essa un
obiettivo contraddittorio al bene comune, divenga obiettivo complementare e subordinato a tale
bene. E in questo modo la Chiesa cattolica chiede al capitalismo, n pi n meno, di non esser pi
capitalismo. Forse nemmeno la Chiesa se ne rende conto; come nemmeno Clinton e gli ecologisti. Si
profila  dicevamo  una nuova alleanza tra la Chiesa e la democrazia americana. Ma, questa volta, non
contro il socialismo reale. Lo scontro si preannuncia drammatico, perch se il nuovo avversario  il
capitalismo sibi permissus, il capitalismo  anche la forza che oggi consente la sopravvivenza
delluomo sulla Terra.
Tutto questo, per quanto riguarda la questione di principio. Poi, lo so, ci sono le mediazioni.
Aver la botte mezzo piena e la moglie mezzo ubriaca. Ma ogni mediazione, in questo campo, vuol
mettere daccordo ci che  essenzialmente incompatibile. Per un po sembra che la cosa funzioni; poi
la contraddizione rompe gli equilibri apparenti.
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16.
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Economia ed ecologia: il fondamento della separazione.
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Poco prima della Conferenza di Rio sullambiente  apparsa ledizione italiana del rapporto
annuale sul nostro pianeta, State of the World (Isedi), che sotto la guida di Lester R. Brown  ormai
diventato uno strumento indispensabile per la discussione di quel problema. Per Brown, non  pi
possibile separare il problema della futura abitabilit del pianeta da quello dellattuale distribuzione
delle ricchezze. Cio non  pi possibile separare economia ed ecologia.
A questa separazione  sostanzialmente dedicato anche un libro (Carla Ravaioli, Il pianeta degli
economisti ovvero leconomia contro il pianeta, Isedi, 1992), dove sono intervistati i maggiori
economisti del mondo. Lintervistatrice fa sentire ai rappresentanti della scienza economica ufficiale le
voci del dissenso  dagli economisti ambientalisti, con in testa N. Georgescu-Roegen, ai marxisti come
J. OConnor ; ma fa anche loperazione opposta, cio invita i contestatori a discutere le obiezioni
che vengono loro rivolte dalla scienza ufficiale.
Nel complesso, i rappresentanti della scienza economica (economics) attuale ne vengono fuori
bene, anche quando M. Friedman, premio Nobel e consigliere economico di Reagan, sostiene che i
cavalli inquinavano molto pi delle automobili, che lindustria privata tende a ridurre
linquinamento, non ad aumentarlo, perch  suo interesse usare meno risorse per produrre di pi e
che comunque quello dellambiente non  un problema grave.
Latteggiamento prevalente degli economisti di formazione neoclassica (ma con qualche
eccezione di rilievo, come quella di J.E. Meade)  che la scienza economica deve restare separata dai
problemi ambientali. Senza specializzazione non c scienza (non  possibile la misurazione dei dati e
la precisione dei risultati). , questa, la voce dominante di tutta la cultura del nostro tempo. Quando
Wittgenstein, allinizio del Tractatus logico-philosophicus scrive che una cosa pu accadere o non
accadere e tutto laltro restare uguale, esprime la vocazione pi profonda del nostro tempo. Che una
cosa accada o non accada  indifferente a tutto il resto, perch ogni cosa  separata da tutte le altre. La
specializzazione scientifica  il rispecchiamento fedele della separatezza in cui si trovano le cose stesse.
La filosofia contemporanea non giunge per caso a questo risultato. Esso  la conseguenza di
quella distruzione di ogni verit assoluta e incontrovertibile, nella quale il pensiero filosofico si 
impegnato nellultimo secolo e mezzo. E a questa distruzione la filosofia perviene inevitabilmente, dato
il modo in cui ha avuto inizio il pensiero filosofico occidentale. Sin dalla sua nascita esso sostiene che
le cose del mondo provengono dal nulla e vi fanno ritorno. Dunque  e in questo dunque, cos poco
capito,  giocato il destino stesso della nostra civilt  non pu esistere alcun legame necessario tra le
cose; cio non pu esistere alcuna verit assoluta (i legami necessari essendo appunto il contenuto della
verit assoluta). La logica unificante della tradizione occidentale si illude di poter unificare ci che essa
stessa pensa come originariamente separato. La logica separante  la conseguenza legittima del modo
in cui la tradizione occidentale vuole unificare il non unificabile. Restano le cose slegate luna
dallaltra. Far scienza significa innanzitutto considerare le cose in questo loro esser sciolte le une dalle
altre. Appunto questo , innanzitutto, la specializzazione scientifica.
Anche se non si rendono conto di tutto questo, gli economisti che difendono il carattere
specialistico della loro disciplina avvertono di essere in sintonia con i filosofi, e cio di trovarsi nel
mezzo della corrente, o, se si preferisce unaltra metafora, col vento in poppa.
Daltra parte, di fronte al tentativo di unire economia e cura dellambiente, modificando la
misurazione del Pil, e cio includendo in esso le conseguenze distruttive dellattivit economica, si pu
segnalare il pericolo che la volont di fissare i prezzi anche dei beni ambientali rimanga in qualche
modo omogeneo alla scienza economica dominante, che considera ogni cosa misurabile in denaro (op.
cit.). Ma questo significa, da ultimo, che la logica della separazione agisce nel cuore stesso delle
prospettive che intendono mantenere in vita le logiche dellunificazione. Da tempo, lessenza delle cose
 il denaro. Ma che cosa c di pi separabile del denaro? Il denaro esistente sulla Terra ha
precisamente la natura della cosa di cui parla Wittgenstein: una qualsiasi somma di denaro pu
esserci o non esserci, e tutto il resto rimane indifferente.
Certo, la prospettiva dei sostenitori del legame tra economia ed ecologia appare, anche in queste
interviste, pi ariosa, pi suggestiva, pi intelligente. Ma si tratta del fascino di una cultura  la grande
tradizione filosofica  che era presente nelle forme classiche della scienza economica (scuola
fisiocratica, A. Smith, D. Ricardo, J.S. Mill), ma che ormai  al tramonto. Leconomia  sostengono 
non deve rivolgersi solo ai flussi monetari, ma anche a quelli fisici, biologici, energetici (R. Passet),
abbandonando lepistemologia meccanicistica (H.E. Daly) e la settorializzazione (W. Leontief, J.
OConnor, M. Bresso). In questo atteggiamento si rispecchia il principio marxiano dellunit di uomo e
natura. Un principio tipico della logica unificante che sta alla base della tradizione filosofica, ma che il
pensiero contemporaneo ha emarginato sempre pi decisamente.
Che il mondo sia lunit di parti inseparabili  la verit pi profonda. Ma non  sul fondamento
della logica dellOccidente che lo si pu affermare (n sul fondamento della logica separante del nostro
tempo n sul fondamento di quella unificante).  con questo problema essenziale e decisivo che deve
confrontarsi ogni volont di difendere la Terra dalla distruzione. Non solo, quindi, la volont degli
ecologi e degli ambientalisti, ma anche la volont morale e religiosa di non separare luomo dalla dignit e dalla vita.
Di fronte ai pericoli crescenti che provengono dallinterno o dallesterno della loro societ, i
popoli ricchi sono richiamati, dalle stesse classi dirigenti, al rispetto dei grandi valori etici della
tradizione occidentale. Si dice:  nel nostro interesse essere etici. Se qualche tempo fa Clinton ha
affermato che una produzione economica rispettosa della salute degli uomini e dellambiente 
nellinteresse stesso dellindustria americana, egli ha applicato al problema ecologico quello che il
presidente Truman sosteneva gi nel 1949 in rapporto al Terzo Mondo: Aumentare la produzione e il
reddito nazionale delle regioni meno sviluppate diceva significa aumentare la nostra stabilit economica.
Il lupo ha interesse a che le pecore siano grasse e numerose (Elie Halvy). Il sottinteso di
questa battuta  la condanna del lupo. Il giudice  letica. Ma prima ancora di chiederci se letica possa
essere un giudice indiscutibile, va rilevato che compiere buone azioni per fare buoni affari  cosa del
tutto diversa dal far buoni affari per compiere buone azioni. Chi  buono per arricchire non ha nulla a
che vedere con letica. Quaerite primum regnum Dei; perch se il regno di Dio  o del bene  lo si
cerca per arricchire o per qualsiasi altro motivo, quel che ci si trova in mano  il regnum Diaboli.
Quando il capitalismo tenta di presentare se stesso come un agire etico, si preoccupa comunque
di qualcosa che non dovrebbe preoccuparlo  a parte lindubbio vantaggio di apparire, agli occhi
dellopinione pubblica internazionale, come un agire buono piuttosto che malvagio o egoista. Laccusa
di immoralit, oggi rivolta al capitalismo  da parte di alcuni settori della cultura contemporanea, di
ispirazione cristiana e pi o meno direttamente marxista , si fonda sulletica. Ma letica non  pi in
grado di essere un fondamento. Essa  una volont, alla quale si contrappongono altre forme di
volont. Che la volont etica debba prevalere sulle altre non pu essere pi una verit assoluta che stia
al fondamento dellagire umano. La cultura filosofico-scientifica del nostro tempo nega nel modo pi
perentorio ogni verit assoluta e ogni fondamento inconcusso. Dobbiamo allora inchinarci, senza
discutere, di fronte alla cultura del nostro tempo? Certamente no. Ma non si possono nemmeno
dimenticare le ragioni che a tale cultura hanno condotto. Soprattutto perch, al di sotto delle ragioni
esplicite di cui la cultura attuale  consapevole, agiscono ragioni profonde, che per lo pi si sottraggono
a questa consapevolezza e che conferiscono un carattere di inevitabilit e irreversibilit alla distruzione
che il pensiero contemporaneo ha operato della tradizione occidentale e quindi anche delletica come
fondamento dellagire delluomo.
La condanna dellegoismo capitalistico  spesso accompagnata dal rifiuto del concetto e della
pratica della separazione. Leconomia capitalistica si separa  si dice  dal concreto tessuto sociale,
cio dal ben pi vasto insieme di rapporti che costituiscono la vita reale delluomo (solidariet,
bellezza, cultura, bont). Anche saggi come Il pianeta dei naufraghi di Serge Latouche (Bollati
Boringhieri, 1993) sono centrati sulla proposta del reinserimento delleconomia nel tessuto sociale:
si tratta, appunto, di abolire la separazione tra economia e societ, introdotta dallet moderna, e di
ritornare allunit premoderna dei due fattori, operando, appunto, la reintegrazione delleconomico
nella totalit sociale.
Ma nemmeno in questo saggio di Latouche  che pur non intende perdere di vista linflusso che
limperialismo culturale dellOccidente esercita sulle categorie economiche, sino al punto di stabilire
le stesse frontiere delleconomia  si affronta quel problema eminentemente culturale che consiste
nel chiedersi per quali motivi il mondo economico si sia separato dalla totalit sociale. Si tratta della
stessa carenza degli economisti qui sopra ricordati, che in vario modo sollecitano la scienza e quindi
anche la pratica economica a sottrarsi alla settorializzazione, cio alla separazione e isolamento in
cui attualmente si rinchiude. Ma  una carenza di gran parte della cultura contemporanea.
La critica della separazione e il concetto di totalit sociale risalgono a Marx e, da Marx a
Hegel. Col capitalismo, rileva Marx, la separazione delleconomia dalla totalit sociale  accompagnata
dalla separazione dellindividuo dagli altri individui e dalla natura, del lavoratore dagli strumenti di
produzione e dal prodotto del suo lavoro, della quantit dalla qualit del lavoro. Daltra parte, la
separazione  condizione necessaria dellagire. Marx vede nel capitalismo il genio negativo della
separazione. La separazione egli scrive nella Storia delle teorie economiche appare come il
rapporto normale di questa societ, tuttavia, quando considera lessenza del lavoro  ossia il lavoro
come azione, come condizione naturale eterna della vita umana, e quindi come indipendente da
ogni forma di tale vita e comune egualmente a tutte le forme di societ della vita umana, anche a
quelle non capitalistiche , egli rileva, in alcune celebri pagine del libro primo del Capitale, che il
lavoro scioglie (loslst) le cose dal loro nesso immediato con lorbe terracqueo. Ad esempio, nel
lavoro del pescatore il pesce viene separato dal suo elemento vitale, lacqua; il taglialegna separa il
legname dal bosco; nel lavoro del minatore il minerale  strappato dalla sua vena.
Se non si potessero separare le cose (Dinge) dal loro nesso immediato col resto del mondo,
lagire umano non potrebbe esistere, anzi non potrebbe esserci alcun agire. Se i nessi in cui le cose si
trovano fossero indissolubili, e se luomo conoscesse questa indissolubilit, egli non prenderebbe mai
alcuna decisione. Anche il linguaggio sa che de-cidere (de-caedere) significa tagliare o colpire
(caedere) in modo da separare il colpito da (de) ci a cui era unito. Nella sapienza del linguaggio  ho
rilevato in altre occasioni  luc-cidere (ob-caedere)  pensato come forma intensiva del decidere. E
sono, queste, considerazioni che possono essere estese anche alle altre lingue indoeuropee. (Ad
esempio, anche il greco antico krnein significa, insieme, decidere e separare; e anche nel tedesco
entscheiden affiora questo doppio significato.)
Luomo agisce e decide, solo se  convinto che la cosa su cui agisce e relativamente alla quale
decide sia separabile dal contesto in cui inizialmente si trova, cio non sia unita ad esso da alcun
legame necessario e insolubile. Quanto pi si riesce a separare e a isolare una cosa dalle altre e a
concepirla in questa sua separatezza e isolamento, tanto pi si  potenti su di essa.
Il pensiero greco giunge al culmine della separazione e dellisolamento perch concepisce le
cose del mondo come essenti che escono dal loro non essere stati (cio dal loro essere stati niente).
Se il resto del mondo esisteva anche quando le cose che incominciano ad essere erano ancora un niente,
e continuer ad esistere anche quando le singole cose torneranno ad essere niente, ci vuol dire che tra
ogni cosa e tutte le altre cose del mondo non esiste alcun legame e alcun nesso necessario, e che
dunque lazione delluomo scioglie legami che erano gi sciolti, divide cose che erano gi divise o che
stavano insieme con la disponibilit e la vocazione ad essere divise.
Pensando che le cose escono dal loro non essere state e ritornano nel non essere  pensando
dunque il culmine del loro essere reciprocamente isolate e separate, e pensandole cos proprio perch le
pensa isolate e separate dal loro essere e dal loro non essere , la filosofia greca predispone quindi il
terreno e le condizioni che rendono possibile il culmine della potenza, il dominio illimitato di ci che
esiste. In questo terreno nasce e cresce la scienza moderna in quanto specializzazione scientifica, cio
come forma radicale della separazione, dellagire e del de-cidere. Lontologia greca, ossia la riflessione
greca sul senso dellessere e del nulla, rende possibile lestrema potenza della scienza moderna e
dunque anche quella forma di specializzazione e di potenza scientifica che  la settorializzazione
delleconomia, cio la sua separazione dalla totalit sociale. Anche se non se ne rende conto, la
scienza moderna, in quanto specializzazione,  la forma pi rigorosa dellontologia greca.
Anche e innanzitutto la tradizione occidentale  fondata sullontologia greca; ma si illude di
poter egualmente tener fermi alcuni legami necessari, decisivi come quello che unisce il mondo a Dio o
luomo al diritto alla vita, alla libert, alla dignit. Ma se gli uomini e le cose del mondo escono dal
loro non essere e vi ritornano, non pu esistere alcun legame necessario che li unisca ad alcunch di
necessario, di divino e di buono cio a una legge immutabile che impedisce il loro essere
illimitatamente dominati. , questa impossibilit, la forza nascosta che sostiene il rifiuto della
tradizione occidentale da parte del pensiero contemporaneo. E poich il contenuto di ogni verit
assoluta  un legame necessario, la negazione di ogni verit assoluta e di ogni fondamento necessario 
la conseguenza inevitabile dellontologia greca.
Ogni critica che si rivolge alla separazione e allisolamento, rimanendo pi o meno
consapevolmente allinterno dellontologia greca, equivale dunque alla pretesa di saltare al di fuori
della propria ombra. Una pretesa di questo genere  anche il rifiuto, espresso da certi settori della
cultura contemporanea, della separazione delleconomico dalla totalit sociale. Per avere potenza, la
scienza e la tecnica devono innanzitutto pensare il mondo come composto di parti separate tra loro. E
ogni de-cisione scioglie nessi e unioni che, ai suoi occhi, esistono solo di fatto, cio che non hanno
alcun diritto a esistere, o la cui esistenza non  nulla di necessario. Nessuna decisione  violazione
dellinviolabile: se non esistono legami necessari non esiste alcuna inviolabilit. Ogni decisione 
dunque innocente. Innocente anche ogni uccisione, cio ogni separazione delluomo dalla vita. Sono
in-nocenti  non nocciono  perch trattano come separato ci che nel pensiero dellOccidente (e anche
nelle sue forme pi sensibili allamore e alla carit)  gi separato; e quindi non gli fanno alcuna
violenza. Allinterno di questo pensiero, che guida lintera civilt occidentale, la violenza pi tragica e
pi atroce risulta innocente.
Si distrugge e si uccide per ottenere vantaggi, per essere potenti e felici. Se alcune diagnosi del
comportamento dei popoli ricchi credono di poter mostrare che lagire dei ricchi equivale a una
distruzione dei deboli, il rifiuto dei ricchi di accettare queste diagnosi  dovuto alle remore del passato
nella loro cultura, giacch essi possono permettersi di essere, oltre che privilegiati anche distruttivi e
innocenti, e oltre che omicidi anche virtuosi. Non hanno colpe; o le loro colpe sono le stesse da cui
sono gravati tutti coloro che li condannano e tutti coloro che pronunciano parole di pace, di amore, di
carit, di virt, di esortazione morale, e che si sforzano di agire conformemente alle loro parole, ma
rimanendo allinterno della convinzione che uomini e cose vengono dal nulla e vi ritornano, e cio sono
separati, s che innocente risulta ogni decisione che, trattandoli come separati, li produce, li modifica, li
trasforma, li domina, li distrugge. Ogni buona volont rimane allinterno di questa convinzione.
Affidare la salvezza delluomo alla buona volont  metterla nelle mani pi infide. Troppo fragili 
troppo pericolosi  i rimedi con cui gli uomini di buona volont vogliono aiutare e salvare.
La fede nel divenire dellessere  la fede in cui consiste lontologia greca   la forma originaria
della volont di separazione, e dunque della volont di potenza, in cui cresce la storia dellOccidente e
in cui si muove quindi anche ogni critica e ogni rifiuto della separazione e della violenza. Si osserva
che le categorie contabili  ossia gli oggetti e gli eventi che hanno valore economico  sono una
forma radicale di imperialismo culturale (S. Latouche); e si ricorda che gi Robert Malthus si
chiedeva per quale ragione non dovrebbe essere un lavoro produttivo (cio economicamente
rilevante) cantare per piacere, rendere divertente una conversazione, sforzarsi di obbedire alle leggi
divine e umane. Ma, quando si rileva che  limperialismo culturale dellOccidente a fornire tale
ragione e a delimitare le frontiere delleconomico, non si pensa che alla radice di tale delimitazione
agisce il convincimento che il gesto che viene qualificato come laborioso ha una potenza superiore al
gesto ludico;  per la fede in questa superiorit che alla produzione di tessuti e non alla danza per
ottenere la pioggia viene attribuito un valore economico.
(E non si sospetta neppure che la fede nella separatezza delle cose si sviluppa nella convinzione
di essere capaci di dominarle, ossia nella fede di ottenere ci che ci si era proposti di realizzare  cfr.
E.S., Legge e caso, Adelphi, 1979, I, XXI-XXII. Il senso autentico della volont di potenza  cio
rintracciabile in un sottosuolo molto pi profondo di quello a cui si arresta la critica occidentale della
volont di potenza.).
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17.
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Sullalternativa.
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Secondo i suoi critici, la civilt della tecnica avrebbe rotto ogni ponte col passato e non avrebbe
pi nulla in comune con le grandi tradizioni culturali dellOccidente che per millenni hanno guidato la
vita delluomo sulla Terra.  quindi nel passato o nella tradizione che essi scorgono la vera alternativa
a unesistenza dove luomo  diventato, come dicono, un ingranaggio della grande macchina
tecnico-burocratica. Non sospettano neppure che sia proprio la grande tradizione occidentale a generare
e a nutrire lanima che oggi si esprime nel modo pi compiuto e potente nella civilt della tecnica, la
quale si  certo portata molto lontano dalle proprie origini, ma mantenendone e anzi rafforzandone il
tratto pi profondo ed essenziale: la persuasione che le cose si lascino dominare dalla potenza di Dio e delluomo.
La prospettiva di questi critici  condivisa anche da S. Latouche, al quale ci siamo riferiti nel
capitolo precedente e alla base del cui discorso si fa percepire, insieme ad altre componenti, il pensiero
del filosofo e teologo Ivan Illich. Lo sviluppo economico promosso dal capitalismo si fonda per Illich
sul postulato che la gente sia diventata incapace di provvedere a se stessa e possa quindi sopravvivere
solo attingendo mezzi e servizi dallorganizzazione capitalistica del mercato. E Latouche mette in
rilievo, con molta efficacia, che gli uomini sono vissuti per millenni senza questa organizzazione, e
anche oggi miliardi di persone, la maggior parte di quanti respirano sulla Terra (ai quali si aggiungono,
minoranza significativa, gli emarginati allinterno delle societ opulente) riescono a sopravvivere
indipendentemente dallaiuto che lOccidente dice di voler dare ma che in effetti non d.
Il pianeta dei naufraghi  appunto questo immenso stuolo di emarginati. In un gioco la cui
regola pi sbandierata  che tutti possono essere vincenti, la stragrande maggioranza dei giocatori 
vinta. Ci nonostante sopravvive. Sopravvive al di fuori del gioco in cui si dichiara che non pu esserci
sopravvivenza al di fuori di esso. Il segreto di questo miracolo, per Latouche, sarebbe che, a differenza
dellOccidente capitalistico, dove leconomia si  resa autonoma dal tessuto concreto dei rapporti
sociali, sul pianeta dei naufraghi leconomia  stata invece reinserita in quel tessuto. Questa
reintegrazione della societ, dove prevalgono i valori della solidariet e della convivialit su quelli
dellutilit e del profitto, potrebbe diventare addirittura, per lui, il modello di ci che lOccidente
capitalistico avrebbe la possibilit di essere dopo il naufragio.
Giacch lOccidente starebbe naufragando: questa internazionale di mendicanti, di rifugiati, di
proscritti, questi miliardi di mal nutriti, male alloggiati, insomma tutti questi storpiati dello sviluppo e
della modernit, attestano il naufragio della grande societ. Dubito che questa attestazione ci sia.
Indubbiamente, lesistenza dei miliardi di emarginati attesta che si pu sopravvivere anche se non si
partecipa al gioco delle societ industriali avanzate. Ma questo non vuol dire ancora che il gioco stia andando in pezzi.
Latouche riconosce che, ormai, gli emarginati minacciano i privilegi dellOccidente. Riconosce
lesistenza di una situazione conflittuale. Ma non vede che, nello scontro, chi ha la capacit di
difendersi e di sopravvivere  lOccidente, non il pianeta dei naufraghi. Egli scrive, per esempio, che
i nostri valori universali si oppongono a una chiusura delle frontiere e che il Sud sta per invadere il
Nord. Stranamente concede alla megamacchina occidentale una umanit cos accentuata e
controproducente, dopo averne messo in luce tutta la disumanit distruttiva. Ho sempre richiamato
lattenzione sulla poca verosimiglianza di uno scontro in cui Est e Ovest si distruggono col risultato di
lasciare in vita le grandi masse del Terzo Mondo; e della molto maggiore verosimiglianza di uno
scontro in cui il Nord usa le proprie terrificanti capacit distruttive per difendere i propri privilegi.
Anche il pianeta dei naufraghi presenta le caratteristiche di ci che altrove ho chiamato lo
spirito, che si contrappone alla carne del capitalismo e della civilt della tecnica e che nei popoli
del Terzo Mondo ripropone, accanto alle culture autoctone, i valori della tradizione occidentale. Poich
la conflittualit tra lo spirito del Terzo Mondo e la carne del Nord del Pianeta  crescente, o lo
spirito si lascia distruggere dalla potenza della carne, oppure si organizza secondo i criteri della
potenza, che sono i criteri delleconomia capitalistica e della tecnica, e quindi, qualora dovesse
prevalere, non prevarrebbe come spirito, ma come carne.
Anche in questo caso, lo spirito sarebbe costretto a subordinare i propri scopi alla potenza
dello strumento che dovrebbe realizzarli. Non ci si rende conto che il fallimento del socialismo reale 
dovuto alla subordinazione degli scopi del marxismo alla volont di rendere efficiente lapparato
scientifico-tecnologico che avrebbe dovuto renderli reali  mostra il destino dello spirito, ossia
anticipa il fallimento di ogni pianeta dei naufraghi, che in nome dello spirito intenda porsi come
alternativa al capitalismo e alla civilt della tecnica. Non ci si rende conto che il destino del capitalismo
non  di tramontare nelle braccia dello spirito, ma in quelle della tecnica. La quale non  priva di
spirito; giacch se questultimo non intende separarsi dalla tecnica, perch si illude di servirsene,
nemmeno la tecnica si separa dallo spirito, perch riesce a servirsi di esso.
Ivan Illich dice ora di studiare il passato per riuscire a comprendere lassoluta novit dellorrore
del presente. Parla ad esempio della bomba atomica come macchina genocida  e il discorso non 
obsoleto, perch passeranno decenni prima che si riesca a smontare gli arsenali atomici degli Stati Uniti
e della Russia, e nel frattempo si comprender sempre meglio che  conveniente tenerli in vita,
opportunamente snelliti e adattati, come fondamentale strumento di difesa contro chi minaccia i privilegi del Nord.
Anche il passato, scrive Illich,  stato genocida, ma i mezzi di cui si serviva (mazze, coltelli,
fuoco), servivano anche a usi normali. Le bombe atomiche, invece, servono solo al genocidio,
nemmeno allomicidio (I. Illich, Nello specchio del passato, Red edizioni, 1992).
A questo orrore, che  contiguo ai campi di concentramento, alle camere a gas e allattuale
sistema di produzione economica, ci si deve opporre, per Illich, col silenzio inorridito, contagioso,
inquietante, che si rifiuta di sprecare una sola parola perch  impossibile discutere lovvio, ossia
argomentare contro lovvia negativit della violenza.
Vorrei osservare che se si rimane coerenti a questo atteggiamento si rinuncia a comprendere
laspetto decisivo del problema. Chiedo cio: perch lovvio  stato negato? Se  ovvio che lumanit e
la Terra non devono essere devastati da chi ne trae vantaggio, perch la devastazione c stata e non
compaiono ancora i segni che il pericolo sia passato? Come  stato possibile rifiutare lovvio? Quale
terrificante potenza si nasconde in questo rifiuto? Domande, queste, a cui non sanno rispondere le voci,
numerose, che nella cultura contemporanea pongono la legge morale allinizio della coscienza,
rifiutandosi di giustificarla. Sembra che per esse luomo sia lessere che comprende lovviet della
legge morale. Ma se  cos, perch allinterno delluomo  cresciuta la non umanit stessa? Se non si
scende nelle origini greche della nostra civilt, queste domande rimangono senza risposta.
La pax oeconomica, per Illich, distrugge la pace dei popoli. Nel dodicesimo secolo, anche in
tempo di guerra questa pace proteggeva il povero, laccesso allacqua e al pascolo, il seme e il tempo
del raccolto. Proteggeva i mezzi di sussistenza e lautonomia della gente. Invece la pax oeconomica 
legata allidea di sviluppo, ossia di ci che, al di l della superficie,  la propagazione della
dipendenza degli uomini da merci e servizi che in linea di principio sono prodotti e offerti nella forma
della scarsit. La pax oeconomica incorpora il postulato secondo cui la gente  diventata incapace di
provvedere a se stessa.  una descrizione sostanzialmente adeguata della produzione capitalistica, ma
non ne  ancora una confutazione.
Pi consistente  il rilievo di Illich che la produzione capitalistica distrugge la Terra. Ma
nemmeno qui  sufficiente il silenzio inorridito. Il capitalismo ha ridotto lo sfruttamento degli operai
non in ottemperanza alla morale, ma quando ha capito che lintroduzione delle macchine (il cui
sottoprodotto era lalleggerimento del lavoro) era economicamente pi vantaggioso. Analogamente, si
profila il tempo in cui la produzione economica si asterr dalla distruzione della Terra non per motivi
morali, ma perch in tale distruzione il capitalismo scorger la distruzione di se stesso.
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18.
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Difesa dei privilegi, politica, tecnica.
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Tutti riconoscono che la maggiore novit della situazione politica italiana  il successo della
Lega. Daltra parte era possibile prevedere che la vittoria della Lega a Brescia, tra la fine dellestate e
lautunno del 1991, era il sintomo di un fenomeno di portata nazionale. Si tratta anzi di comprendere
che tale fenomeno riguarda tutte le societ ricche del Pianeta.
In quelloccasione avevo detto (LEspresso, 25 settembre 1991) che i problemi con i quali
abbiamo a che fare  crisi economica, immigrazione extracomunitaria, criminalit, droga  esigono
prima soluzioni dove le competenze tecniche spingeranno ai margini quelle della politica e dove la
repressione istituzionale del disordine sociale tender a prevalere sui diversi tipi di garantismo ai
quali, per motivi diversi, vanno le simpatie dei partiti politici. Lamministrazione tecnologica dicevo
prevarr sulla gestione politica. E aggiungevo: che la crisi del marxismo non  solo la crisi di una
politica, ma dellintera politica, se per politica si intende la volont di porre i valori tradizionali
dellumanesimo occidentale, laico o religioso, alla guida della societ. E alla domanda se questo fosse
un bene o un male rispondevo: Prima di tutto  un fatto; e il fenomeno delle Leghe lo testimonia.
Un fatto che contribuisce a configurare la tendenza fondamentale del nostro tempo.
Ci si chiede se la Lega sia di destra o di sinistra. Tale interrogativo presuppone che lunico
scontro possibile sia quello che avviene tra diverse concezioni ideologiche, e innanzitutto tra destra e
sinistra. Si fatica a comprendere che la lotta ideologica sta diventando obsoleta rispetto al conflitto in
cui tutte le ideologie sono coinvolte (anche quando non se ne rendono conto) e il loro comune
avversario  il sistema di strumenti e di prestazioni che la scienza moderna e la tecnica hanno messo a
disposizione delle societ ricche. La mentalit di chi vota per le Leghe  appunto quella di chi, abituato
a far tornare i conti in casa propria o nella propria azienda, e daltra parte escluso dai rapporti
privilegiati col potere politico, vuole che i conti tornino anche sul piano della pubblica
amministrazione, vuole cio lefficienza degli strumenti di cui oggi dispone il sistema sociale. In questo
senso, la frequente richiesta di un governo di tecnici va nella stessa direzione.
I politici ritengono di essere insostituibili, in base al principio che la politica consente una
visione globale dei problemi, che i tecnici non possono avere. E indubbiamente tale visione 
indispensabile. Difficile trovare oggi un problema la cui soluzione non coinvolga i processi in atto nel
mondo. Daltra parte, il punto di vista politico  legato a una prospettiva ideologico-culturale, e da
ultimo etico-filosofica o filosofico-religiosa; ed  questa prospettiva a determinare e configurare, in
ultima istanza, quella comprensione globale, di cui i tecnici sarebbero sprovvisti. Essi possono replicare
dicendo che tale comprensione  s indispensabile nel mondo contemporaneo, ma non  favorita, bens
ostacolata dalla forma ideologica che i politici intendono darle, e che dunque  preferibile un tipo di
conoscenza globale che tenga conto di tutto ci che  richiesto affinch gli strumenti a disposizione
della societ funzionino nel migliore dei modi e pertanto consentano di risolvere le questioni che di
volta in volta sembrano decisive.
Le Leghe sembrano concentrarsi sui problemi locali. Qualcosa di simile accade nelle destre e
nei movimenti nazionalisti europei. Eppure questo particolarismo  il sintomo di una sensazione che,
diffusa in tutto il Nord del Pianeta, riguarda lo stato globale del mondo. Come in Francia, in Germania,
in Inghilterra, anche in Italia la gente sta accorgendosi che i privilegi di cui gode rispetto allumanit
povera sono seriamente minacciati. Quando si avverte il pericolo ci si chiude in casa, in mezzo alle
cose che pi ci sono vicine e per le quali pi ci distinguiamo dagli altri. Ci si mette al riparo perch si
sente il rumore minaccioso del mare. Si pu anche non averlo mai visto, il mare, ma se ne avverte il
pericolo. Si sente il fragore sordo dellumanit povera che preme alle porte di quella ricca.
Si pu anche prevedere che presto o tardi  pi presto che tardi  anche le popolazioni dellex
Unione Sovietica, e soprattutto i Russi, gli Ucraini, i Kazaki, rendendosi conto di appartenere al Club
delle popolazioni privilegiate del Pianeta, ostacoleranno sempre di meno le forme di governo che
mirano soprattutto al funzionamento ottimale degli strumenti a disposizione, che solo pu consentire
alle popolazioni dellEst di continuare a far parte di quel Club.
Il risanamento delleconomia non  semplicemente un problema di appartenenza alla serie A o
B in Europa e nel mondo.  ben di pi:  una questione di sopravvivenza. Non si tratta solo di far
funzionare il meccanismo economico, ma di salvarlo da chi se ne vuole impadronire: la fine della
conflittualit Est-Ovest e lintensificazione della conflittualit Nord-Sud. Se i privilegi e il tenore di
vita ai quali siamo abituati sono in pericolo, la salute economica dei popoli richiede e anzi include la
capacit di difenderla.
Appunto per questo si deve dire, nonostante laspetto paradossale del discorso, che solo Stati
Uniti e Russia godono di questa salute: solo essi dispongono  e non la Germania o il Giappone o
lEuropa  della forza militare capace di difendere la ricchezza di cui essi sono i titolari. E soprattutto
la Russia dispone di una polizia allenata al contenimento di grandi spinte eversive, e quindi capace di
indirizzare le proprie capacit repressive al controllo del disordine interno. I privilegiati del Pianeta
debbono infatti difendersi su due fronti: quello dove gli avversari sono le popolazioni povere del
Pianeta, e quello interno, della ribellione degli emarginati e di tutte le forme della devianza sociale.
Che la nostra economia funzioni e il debito pubblico sia cancellato  indispensabile non tanto
per reggere il confronto con la concorrenza straniera e per entrare a pieno titolo in Europa, ma perch
solo a queste condizioni  possibile quella difesa nazionale  che  insieme la difesa di un certo stile di
vita , che fino a ieri ci veniva garantita dagli Stati Uniti (ai cui occhi lItalia rivestiva unimportanza
strategica primaria nella lotta contro il comunismo sovietico), ma che oggi essi non sono pi disposti a
concedere a Italia, Europa, Giappone, anche perch, costringendo i vecchi alleati a dirottare unarea
consistente degli investimenti verso le spese della difesa nazionale, predispongono un buon correttivo
alla concorrenza del capitalismo europeo e giapponese.
Lo strumento che assicura la sopravvivenza ai popoli ricchi in un mondo sempre pi pericoloso
 lapparato scientifico-tecnologico: produce ricchezza e anche quel tipo di ricchezza che consiste nella
capacit di difendere con la forza i propri privilegi. Daltro lato, le elezioni italiane, come quelle
europee, mostrano il prevalere di una mentalit che d sempre meno spazio alla politica  la stessa
mentalit che allEst ha condotto alla distruzione del marxismo, ossia di una delle forme pi radicali di
valorizzazione della politica. Tra questi due lati esiste un nesso profondo. Incominciamo a indicarlo.
In ogni sua forma, infatti, la politica si fonda sulla convinzione di poter controllare lapparato
scientifico-tecnologico (che si incarna in tutte le forme razionali dellesistenza sociale) e di potersene
servire come mezzo per realizzare scopi che sono appunto politici, ideologici. Ma se lo scopo 
politico, non si possono dedicare tutte le energie al perfezionamento del mezzo  lapparato
scientifico-tecnologico, appunto  con cui si intende realizzare lo scopo. Quindi si finisce col
subordinare alla realizzazione dello scopo politico lefficienza del mezzo con cui lo si vorrebbe
realizzare. Le prestazioni del mezzo vengono indebolite.
I popoli ricchi del Pianeta stanno accorgendosi che la politica indebolisce lefficienza del
sistema di strumenti e di prestazioni che la scienza moderna ha messo a loro disposizione. Avvertono
che la politica indebolisce la condizione fondamentale della loro sopravvivenza. Questi sono gli
interessi primari che si nascondono al di sotto dei modi, spesso ingenui e improvvisati, con cui in Italia,
in Europa, nel Nord del Pianeta si chiede che la politica si tragga in disparte per far posto alle
competenze specifiche della tecnica. Ma quelli che conducono al declino della politica sono gli stessi
interessi primari che anche nel capitalismo incominciano ad avvertire una forza  ideologica  che
pregiudica il funzionamento ottimale della tecnica e quindi la sopravvivenza delluomo. (Dal fatto
che il capitalismo sia sorto spontaneamente e non sia il prodotto teorico di qualche intellettuale non si
pu infatti concludere che esso sia per ci stesso immune dal carattere ideologico che compete alle
costruzioni teoriche degli intellettuali.).
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19.
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I valori e la tecnica: realizzazione del fine e limitazione del mezzo.
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Il rifiuto della partitocrazia non deve degenerare nel rifiuto della democrazia. Sono voci
autorevoli ad affermarlo.  augurabile che vengano ascoltate. Si esprime in esse la convinzione che
dopo la malattia la politica possa ritornare in salute. Il problema, allora,  di scoprire la natura della
malattia. Anche perch gli auguri di guarigione sono sinceri quando sappiamo di rivolgerli a chi non 
afflitto da un male incurabile.
Ma, stiamo dicendo, in crisi non  semplicemente la partitocrazia, bens la politica stessa. La
partitocrazia italiana ha una giustificazione storica: durante la guerra fredda e la lotta contro il
comunismo sono stati consentiti alle forze anticomuniste tutti quei privilegi, abusi, illegalit che oggi
non sono pi tollerabili. La crisi della politica, invece, riguarda tutto il mondo. Si dimentica spesso che
la politica appartiene alla grande tradizione dellOccidente. Nasce allinterno della filosofia, come arte
di guidare lo Stato alla luce della verit che la filosofia crede di aver scoperto. La crisi della tradizione
occidentale non pu non coinvolgere la politica cos intesa.
Da questo tracollo della politica si salva la democrazia, che non intende promuovere un ordine
sociale illuminato dalla verit e da valori assoluti, ma vuol essere soltanto un metodo per garantire a
ognuno di far valere il pi possibile le proprie preferenze. La fine del socialismo reale  invece un
grande episodio del processo in cui tramonta la forma tradizionale della politica. A tale forma sono
ancora legati i partiti politici, che dappertutto, anche quando son ben lontani dalla partitocrazia,
continuano a conferire un valore assoluto ai loro programmi e principi e quindi si muovono ancora
nellambito del significato tradizionale della verit e della politica. Accettano il metodo democratico,
ma non ritengono se stessi un semplice metodo ed escludono che gli avversari possano avere pi
ragione di loro. Allinterno del relativismo del metodo democratico essi praticano una concezione
assolutistica della verit e dei valori. Sono ideologie, e stanno andando verso il disfacimento non
perch stia subentrando loro un ordinamento politico di carattere assolutistico e totalitario, ma perch
va disfacendosi quanto vi  in essi di assolutistico e di totalitario  cio di politico in senso tradizionale.
Dovremo dunque dire che dalla crisi del vecchio senso della politica si salva la democrazia e
quel modo di far politica che rinuncia alla verit e al valore assoluto dei propri programmi? Per quanto
si  incominciato a rilevare nellultima parte del capitolo precedente, la risposta non pu essere
positiva. Risentiamo e sviluppiamo il nucleo dellargomentazione.
Anche la democrazia  come il cristianesimo, il capitalismo e, ieri, il socialismo reale  deve
fare i conti con la tecnica, cio con linsieme degli strumenti, prodotti sulla base della razionalit
scientifica, che oggi assicurano la sopravvivenza delluomo sulla Terra e il monopolio dei quali
consente ai popoli ricchi il dominio del Pianeta. La tecnica  lo strumento di cui anche la democrazia,
come le altre grandi forze della nostra civilt, intende servirsi per realizzare il mondo in cui crede. Ma
la tecnica non  uno strumento qualsiasi: non solo assicura la vita delluomo sulla Terra, ma accresce
continuamente la capacit di realizzare qualsiasi scopo.
Anche una scala  uno strumento. Serve a salire. Salire  lo scopo; la scala  lo strumento per
realizzarlo. Quindi devessere ben costruita. La si pu migliorare. Ma se tutte le energie di cui si
dispone fossero dedicate al miglioramento della scala, non ne resterebbero pi per usarla e salire. Se si
vuol salire, bisogna smettere di migliorare la scala. Accade con tutti gli strumenti: se si vuole realizzare
un certo scopo, bisogna smettere a un certo momento di perfezionare lo strumento con cui lo si
realizza. Il perfezionamento dello strumento deve essere limitato e frenato.
 quanto accade nel rapporto tra la democrazia e la tecnica. Se vuole raggiungere i propri scopi,
la democrazia deve frenare e limitare, prima o poi, il perfezionamento dello Strumento tecnologico.
Anche perch la crescita indefinita del potere tecnologico tende a sottrarsi al controllo che la
democrazia intende esercitare su di esso. Se la democrazia vuol vivere, deve limitare il
perfezionamento della tecnica. Daltra parte la tecnica, a cui  ormai affidato il destino delluomo, non
sopporta di essere limitata da qualsiasi altra forma. Se prevalesse la democrazia, si metterebbe a
repentaglio lo Strumento della salvezza (come  accaduto al socialismo reale); se prevalesse la tecnica,
anche la democrazia dovrebbe subordinare i propri scopi al perfezionamento indefinito dello
Strumento, cio andrebbe anchessa verso il tramonto.
 difficile che in un mondo sempre pi pericoloso i popoli ricchi sacrifichino la loro sicurezza
alla democrazia; ma  anche vero che la fine della democrazia non sta dietro langolo.  ancora troppo
ingenua e pericolosa la critica che la tecnica rivolge alla tradizione dellOccidente. Spesso consiste nel
semplice voltarle le spalle e dimenticarla. Come se un navigante volesse allontanarsi da terra ma non
ricordasse pi dov la terra. Da un momento allaltro potrebbe far naufragio sulle scogliere. La tecnica
corre ancora il rischio di naufragare sulle scogliere del passato. In questi frangenti la politica e la
democrazia hanno ancora molte carte da giocare; ha ancora un senso augurare il successo alle voci che
oggi difendono la democrazia dalla partitocrazia.
Le ultime elezioni presidenziali americane hanno tuttavia confermato il tramonto della politica.
Dopo che gli Americani hanno estromesso religione e filosofia dalla vita pubblica e le hanno ridotte a
fatti privati, sembra ora la volta della politica: divenga anchessa, che pur si propone di organizzare la
vita pubblica, un comportamento da coltivare in privato e da non far intervenire nella soluzione dei
problemi concreti della societ. In quelle elezioni, dicevamo,  uscita perdente lenfasi, tutta politica,
con cui i repubblicani hanno difeso i valori tradizionali della societ americana; ha vinto un Clinton
che ha lasciato sullo sfondo i temi della politica liberale e ha messo al centro il problema economico;
il vero elemento nuovo  stato il successo di Ross Perot, che ha dato voce alla condanna di ogni forma di politica.
La crisi non riguarda semplicemente le forme patologiche, ma la fisiologia della politica. Oltre a
investire le societ avanzate, coinvolge tutte le altre forme della tradizione occidentale: cristianesimo,
filosofia, umanesimo marxista e illuministico-liberale, lo stesso capitalismo, la stessa forma vincente
della politica, cio la democrazia come metodo di governo, distinto da ogni ideologia. Nessuna di
queste forme pu evitare di fare i conti con la forza dominante del nostro tempo  la tecnica  ed 
appunto in questo rendiconto che esse tramontano.
Richiamiamo il risultato a cui si  giunti nei capitoli 14 e 15.
Se la tecnica  linsieme degli strumenti costruiti in base alla razionalit scientifica, che oggi
consentono la sopravvivenza delluomo, le grandi forme della tradizione intendono servirsi della
tecnica per realizzare i valori in cui esse inscrivono la sopravvivenza (un mondo riconciliato con Dio,
la societ giusta del comunismo, lincremento del profitto, la maggior soddisfazione possibile della
volont dei cittadini), s che la tecnica  assunta da esse come lo strumento che serve a realizzare un
valore, uno scopo, che la tecnica non contiene in se stessa e che le viene imposto dallesterno.
Ma ogni strumento serve a realizzare uno scopo. Si costruisce una casa per ripararsi
dallinclemenza del tempo; una rete per prendere i pesci; una nave per andare sullacqua. La
fabbricazione degli strumenti ha tempi pi o meno lunghi: per potersene servire bisogna attendere che
siano pronti. E se ne pu differire luso per migliorarne le prestazioni. Se per si passa tutta la vita a
perfezionarli non rimarr pi tempo per poterli usare. Se un pescatore non fa altro che migliorare la sua
rete non prender mai pesci. N salper mai chi non fa altro che rifinire limbarcazione.
Per servirsi di uno strumento e raggiungere un certo scopo  dunque necessario smettere di
perfezionarlo. Se si vogliono prendere i pesci  necessario rassegnarsi a una rete imperfetta. Per
raggiungere uno scopo si deve limitare, frenare, ridurre il perfezionamento dello strumento con cui lo si
vuole raggiungere.  vero che in una societ alcuni possono passare la vita a perfezionare reti e altri a
pescare; ma ci vuol dire che questa societ, per aver pesci,  appunto costretta a distogliere una certa
quantit di energia (il lavoro di chi pesca) dallenergia complessivamente impiegata per il
miglioramento delle reti, ossia  costretta a limitare, frenare, ridurre tale miglioramento.
Ebbene, questo rapporto tra il raggiungimento di uno scopo e il perfezionamento dello
strumento per raggiungerlo sussiste anche per quel superstrumento che  la tecnica moderna, e per
quegli scopi e valori che mediante la tecnica le grandi forme della tradizione occidentale mirano a
produrre. Cristianesimo, comunismo, capitalismo, democrazia e ogni tipo di politica si servono della
tecnica come dello strumento che consente di realizzare i valori in cui credono. E come per prendere i
pesci  necessario smettere di migliorare la rete, cos per produrre quei valori  necessario limitare,
frenare e ridurre il perfezionamento e il progresso della tecnica; ossia  necessario che una parte, e anzi
la maggior parte delle energie disponibili sia utilizzata non per tenere in vita e perfezionare il
superstrumento tecnologico (tra le cui componenti vi  anche un certo insieme di individui umani), ma
per realizzare un certo tipo di convivenza tra gli uomini differenziato dalla forma di convivenza
richiesta ai fini del funzionamento e perfezionamento del superstrumento tecnologico. Per realizzare il
mondo cristiano, o comunista, o democratico, o capitalistico  necessario limitare le possibilit della tecnica.
Inoltre, come ogni strumento tende di per s a diventare sempre pi idoneo a realizzare un certo
scopo, cos la tecnica tende ad accrescere indefinitamente la propria capacit di realizzare un qualsiasi
scopo: questo  lintento essenziale che la tecnica e la scienza moderna posseggono per se stesse,
quando si prescinda dagli scopi a cui esse sono orientate dalle grandi forme della tradizione. Per
realizzare un certo scopo, ognuna di queste forme, e dunque anche la politica, e dunque anche il
capitalismo, devono quindi frenare e limitare la crescita (tendenzialmente infinita) della capacit di
realizzare qualsiasi scopo.
Devono limitare e frenare questa crescita, per lo meno in relazione allepoca  di cui a fatica
scorgiamo la fine , nella quale il potenziamento crescente della tecnica  insieme espressione di una
permanente scarsit di potenza della tecnica (cfr. E.S., La filosofia futura, cit., 1989, Parte seconda, cap. 8).
Ma in un mondo sempre pi pericoloso e competitivo questa crescita  la condizione
fondamentale della salvezza. Il monopolio di una tecnica sempre pi potente assicura la sopravvivenza
ai popoli ricchi del Pianeta e diversifica il loro destino da quello dei non privilegiati. Per realizzare la
democrazia, o la cristianit, o il capitalismo, essi sono dunque costretti a indebolire lo strumento della
loro salvezza. Ma  difficile pensare che continueranno a farlo quando si renderanno conto del prezzo
che devono pagare.
I Paesi dellex Urss si sono resi conto che, per realizzare la societ senza classi e i valori e gli
scopi del comunismo marxista, essi stavano indebolendo oltre ogni limite di sicurezza quel progresso
tecnologico che, nonostante tutto, consente di annoverarli tra i privilegiati del Pianeta. E si sono liberati
del marxismo. Uno degli ultimi grandi episodi, questo, del tramonto della politica.
La logica della democrazia e del capitalismo  certo pi congruente alla logica della scienza e
della tecnica di quanto non lo sia la logica filosofica del marxismo. Si pensi al carattere quantitativo del
concetto di maggioranza e minoranza, e alla circostanza che sia lesperimento scientifico sia il
controllo democratico del potere hanno un carattere pubblico. Ma anche per la democrazia e il
capitalismo maturano i tempi in cui i popoli privilegiati, per mantenere il monopolio della tecnica, cio
della salvezza, dovranno subordinare al perfezionamento indefinito della tecnica la realizzazione dei
valori democratici e capitalistici (e di tutti i valori e scopi della tradizione occidentale). Appunto in
questa subordinazione si mostra il senso pi autentico della crisi della politica e del capitalismo.
Per quanto riguarda il capitalismo, esiste dunque da un lato un motivo comune, che, sia pure
allinterno di un pi ampio complesso di motivazioni, sta alla base del declino del capitalismo e di tutte
le altre forze della tradizione occidentale (e tale comune motivo  appunto, come si  indicato in questo
capitolo, la necessit che esse hanno di limitare la potenza della tecnica, cio dello strumento con cui
esse intendono realizzare i loro valori); e, dallaltro lato, esiste un motivo specifico, indicato nel
capitolo 12, per il quale il capitalismo deve limitare le prestazioni e la potenza della tecnica: la
necessit, per il capitalismo, di perpetuare quella scarsit economica senza di cui il profitto sparisce e
che invece la tecnica, come incremento infinito della capacit di realizzare scopi, mira a eliminare.
Per esistere, il capitalismo deve ridurre e limitare la potenza dello strumento che gli consente di
esistere.  la contraddizione indicata nel capitolo 13.
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20.
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Etica e capitalismo.
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Pu sembrare che le ricerche di storia delleconomia abbiano molto ridotto il valore della celebre tesi di Max Weber sulla dipendenza dello spirito del capitalismo dalletica protestante. Lindagine storica mostra infatti che le prime forme di capitalismo non hanno bisogno di attendere la Riforma protestante, ma compaiono gi nelle citt mercantili del Basso Medioevo e in particolare nei comuni italiani.
In generale, questo tipo di ricerca documenta la presenza, nelle citt mercantili, di molti se non
di tutti i caratteri che costituiscono quello che noi intendiamo col termine capitalismo: desiderio di
guadagno, razionalit delle procedure economiche, sottoposte a rigorosi criteri di quantificazione e
giuridicamente protette contro il potere politico e religioso, protezione giuridica della propriet privata
e delle leggi di mercato, scrupolo, parsimonia, correttezza e prudenza dellimprenditore, eccetera.
Lelenco pu venire ampliato o ridotto. Weber non aveva per alcuna difficolt a riconoscere,
per esempio, che in Occidente si sono sviluppate gi nel Medioevo quasi tutte le forme giuridiche del
diritto commerciale, ancora oggi seguite (Economia e societ, Ed. di Comunit, I, 387). Inoltre egli
inscriveva il capitalismo moderno nella pi ampia storia del capitalismo, che per lui incominciava
nellantichit; ed era appunto della forma moderna del capitalismo che egli intendeva studiare i rapporti
con letica protestante. La condizione fondamentale per discutere il problema della genesi del
capitalismo  comunque ci che si intende per capitalismo, la definizione di ci che esso   un tipo
di conoscenza, questo, che non pu essere dato dalla semplice ricerca storica.
Marx rileva che il capitalismo incomincia quando il vendere per comprare cede il passo al
comprare per vendere. Quando si vende per comprare si cedono merci, di cui non si ha bisogno, in
cambio di altre di cui invece si ha bisogno. Lo scopo dello scambio, qui,  il consumo delle merci
acquistate. Quando si compera per vendere, invece, si cede del denaro, in cambio di merci, per ottenere
una maggiore quantit di denaro dalla vendita delle merci acquistate. In questo secondo caso il denaro
si trasforma in capitale e lo scopo dello scambio  il profitto. Cio Marx definisce il capitalismo
indicandone lo scopo. In questa forma di definizione viene particolarmente in luce laristotelismo di Marx.
Lo scopo che ci si propone nellagire  lessenza dellazione, ci che essa . Chi agisce 
convinto di avere la capacit di realizzare scopi (ma Aristotele e lintero pensiero occidentale ritengono
che questa capacit sia qualcosa di reale e non solo il contenuto di una convinzione, di una fede
presente in chi agisce); lo scopo specifico che chi agisce si propone di realizzare costituisce lessenza
dellazione. E poich agire significa volere qualcosa, ossia proporsi un certo scopo, il cambiamento
dello scopo determina, sappiamo, il cambiamento dellagire: anche quando sembra che nonostante il
cambiamento dello scopo si continui ad agire nello stesso modo.
Appunto per questo, quando invece di vendere per comprare si incomincia a comprare per
vendere e per ottenere un profitto, lagire in cui consiste leconomia feudale si trasforma e diventa
lagire che  proprio delleconomia capitalistica. I caratteri del capitalismo sopra elencati, e quelli
elencabili, o coincidono con lo scopo del capitalismo oppure sono condizioni senza di cui il capitalismo
non potrebbe realizzare o sarebbe difficile che realizzasse il proprio scopo.
Ad esempio, lesistenza di un potere politico assoluto e centralizzatore, che orienti a proprio
vantaggio lattivit economica e cio si ponga come scopo di essa, impedisce che lo scopo dellagire
economico sia il profitto e quindi rende impossibile lesistenza del capitalismo, come rilevano Weber e
lo stesso Marx in relazione alle societ orientali  e come  accaduto nellUnione Sovietica. Questo
significa che se lo scopo dellassolutismo politico fosse invece proprio quello di rimuovere ogni
impedimento a che lo scopo dellattivit economica sia il profitto  se cio lassolutismo politico fosse
un mezzo per la realizzazione dello scopo che  proprio del capitalismo , allora lassolutismo e il
centralismo politici sarebbero pienamente compatibili col capitalismo. Ma la differenza delle azioni 
determinata non solo dalla differenza degli scopi, ma anche dalla differenza dei mezzi, giacch la
differenza dei mezzi determina la differenza degli scopi. Si misura lintensit di un amore dai sacrifici
che si  disposti a compiere per esso; e i sacrifici sono appunto i mezzi usati per realizzare lamore,
cio lo scopo. Che per raggiungere un certo scopo si sia o meno disposti a usare certi mezzi mostra che
cos lo scopo che si vuole realizzare, ne mostra lessenza. Come lo scopo  lessenza e la forma
dellazione, cos il mezzo ne  la materia e il contenuto.
Se, quindi, il profitto capitalistico pu essere realizzato (come in effetti sembra che allinizio sia
accaduto) anche mediante le forme produttive delleconomia feudale, daltra parte  proprio perch la
trasformazione dei mezzi determina la trasformazione degli scopi e quindi delle azioni ad essi ordinate
 linnovazione delle tecniche produttive determina forme nuove di capitalismo, anche se sottese dal
tratto permanente e comune del profitto.  appunto la sostituzione delle tecniche produttive artigianali
con quelle industriali a determinare quella forma nuova di capitalismo che per Weber  determinata
dalla presenza delletica protestante.
Tuttavia, quanto abbiamo rilevato a proposito del rapporto tra lagire, i suoi scopi e i suoi mezzi
costringe a prendere le distanze da Weber in modo pi perentorio di quello che si basa sul contributo
che la storia delleconomia fornisce al problema delle origini del capitalismo (cfr. AA.VV., Sulla
genesi del capitalismo, Armando Editore, 1922).
Per Weber lelemento determinante del capitalismo  costituito dal fatto che lascesi
intramondana del protestantesimo inserisce limpulso al profitto in un sistema di etica razionale
intramondana dellagire. Luomo protestante, cio, non conoscendo quale sia il suo destino nellal di
l,  spinto a rendere economicamente prospera la propria attivit nel mondo, per potervi leggere, in
base al principio evangelico che un buon albero lo si riconosce dai suoi frutti, un segno positivo della
propria predestinazione alla salvezza eterna. Ci richiede che lo scopo del guadagno non abbia ad
essere il consumo personale o familiare dellimprenditore, cio non abbia ad essere quel benessere e
godimento mondano che distoglie luomo dalla cura per le cose dellal di l. In questo modo si pu
allora pensare che, in questa situazione, il guadagno divenga fine a se stesso, che il profitto divenga lo
scopo dellattivit economica e venga quindi reinvestito nellimpresa, che dunque presenterebbe per la
prima volta il tratto dellimpresa capitalistica in senso moderno.
Weber pu cos concludere che i protestanti diventarono ricchi proprio grazie al loro rifiuto
del mondo. Ma questo significa che il protestante arricchisce perch vuole la propria salvezza eterna e
vuole avere un segno di esservi predestinato: il segno della salvezza eterna  stando al discorso di
Weber   lo scopo ultimo dellarricchimento.  vero che, in questo modo, lo scopo dellattivit
economica non  il consumo e pertanto il vendere per comprare viene sostituito dal comprare per
vendere; ma questa sostituzione non  ancora capitalismo, perch altro  assumere come scopo il
profitto  e in questa assunzione consiste il capitalismo , altro  realizzare e incrementare il profitto
per ottenere un segno della propria salvezza spirituale: in questo secondo caso, lo scopo non  pi (o
meglio non  ancora) il profitto, ma  appunto la salvezza eterna e i suoi segni.
Se la tesi di Weber fosse vera, il capitalismo sarebbe nato spurio e solo in seguito sarebbe
diventato capitalismo vero e proprio  appunto perch incrementare il profitto per ottenere un segno
che si  predestinati alla salvezza, avere successo economico per essere sicuri che lanima salva, 
cosa del tutto diversa dallazione economica mirante allincremento del profitto. Nel primo caso,
lattivit economica  guidata dalla volont di salvezza, cio il suo scopo  la salvezza eterna, non il
profitto, e dunque questa forma di attivit non  capitalismo  se e poich  vero che lessenza di ogni
attivit  il suo scopo. Se dunque letica protestante determina lo spirito del capitalismo, come pensa
Weber, lo spirito del capitalismo non  capitalismo e, come si diceva, il capitalismo nasce spurio, e
diventa puro, cio capitalismo autentico, solo quando si libera dalletica che intende porre come
scopo dellattivit umana qualcosa di diverso dallincremento della ricchezza.
Letica protestante assegna dunque allo spirito del capitalismo uno scopo che vanifica e
dissolve il capitalismo, gli impedisce di essere. Per essere, deve liberarsi dallo scopo che gli viene
assegnato dalletica protestante. Deve liberarsi da essa e da ogni etica che pretende assegnargli uno
scopo diverso dal profitto. Lequivoco di Weber  lequivoco stesso della dottrina sociale della Chiesa,
che oggi non intende pi condannare il capitalismo  e anzi ne sottolinea i meriti rispetto alla prassi
economica fallimentare del marxismo e del socialismo reale , e tuttavia intende assegnare al
capitalismo quello scopo, diverso dal profitto, che  il bene comune della societ. Lautentico
spirito del capitalismo  che il perseguimento del profitto non sia limitato, condizionato o ridotto da
alcun altro scopo concorrenziale. Quindi tale spirito  distrutto non solo dalletica protestante, ma
anche dalletica cattolica. E, viceversa, ogni etica  distrutta dallo spirito del capitalismo.
Storia economica di Max Weber mostra, tra laltro, in quale contesto debba essere collocata la
tesi  da lui esposta quindici anni prima  dellinfluenza delletica protestante sullo spirito del
capitalismo. Tale influenza si realizza infatti in un terreno determinato da cui non si pu prescindere,
costituito soprattutto dalla presenza della citt occidentale, dello Stato, inteso come struttura razionale,
e della mentalit che si esprime nella scienza moderna e quindi nella disposizione al calcolo.
Daltra parte, le condizioni che hanno determinato la nascita del moderno capitalismo
industriale non vanno identificate con esso. In Storia economica Weber afferma che c capitalismo
quando la copertura dei fabbisogni di un gruppo umano non  (come invece accade nelleconomia
domestica) un processo in cui gli individui consumano quello che essi stessi hanno prodotto, ma 
effettuata da imprese private che, utilizzando forza lavoro libera, producono per il mercato, secondo le
modalit di uneconomia acquisitiva, e cio per conseguire un profitto.
Weber non sembra riconoscere che questultimo elemento  preminente rispetto agli altri che
formano questa definizione embrionale del capitalismo. Infatti, se le imprese non soddisfacessero i
bisogni della gente e ci nonostante conseguissero un profitto, esse sarebbero egualmente imprese
capitalistiche e cos noi continueremmo a chiamarle. E non si tratta di una semplice ipotesi, perch l
dove il settore privato  particolarmente diffuso, come negli Stati Uniti, molti bisogni reali e primari
della gente non vengono soddisfatti adeguatamente dalla produzione capitalistica di beni e servizi (si
pensi ad esempio alle carenze della sanit in America). Ma se, allopposto, le imprese soddisfacessero i
bisogni di un gruppo umano senza conseguire un profitto, la loro attivit non sarebbe certamente
capitalistica. Si tratter infatti o di un sistema economico pianificato (per esempio in senso comunista),
o di unopera di solidariet o di carit.
Analogamente, quando le imprese ottengono un profitto riducendo la forza lavoro libera o
addirittura eliminandola (come di fatto sta accadendo nella crescente diffusione degli automatismi
industriali), esse hanno un indubbio carattere capitalistico, che invece non avrebbero se utilizzassero al
massimo la forza lavoro libera senza proporsi il conseguimento di alcuna forma di profitto.
Il conseguimento del profitto costituisce cio lessenza del capitalismo (che si  certamente
realizzata nel contesto indicato da Weber), ne costituisce il tratto imprescindibile, che peraltro si
articola in una molteplicit di determinazioni. Appunto per questo la tesi di Weber che il
protestantesimo favorisce unetica economica per la quale il conseguimento del profitto  vincolato a
un insieme di norme  la tesi cio secondo la quale letica protestante fa s che si persegua il profitto e
il successo economico per avere conferma della propria predestinazione alla salvezza eterna  non pu
significare che il capitalismo incomincia quando il fine dellazione economica ha un carattere religioso,
ma deve significare che il capitalismo incomincia quando il profitto non  pi subordinato a un fine
religioso e diventa esso il fine ultimo dellazione economica, subordinante a s ogni motivazione
religiosa dellagire umano.
Che per Weber le cose non stiano cos, e che per lui il capitalismo moderno si muova invece a
lungo allinterno del pthos della religiosit protestante,  confermato dalle ultime pagine di Storia
economica. Vi si dice che il protestantesimo non solo ha fornito allimprenditore moderno una
straordinaria buona coscienza, ma gli ha anche messo a disposizione dei lavoratori volonterosi, la
cui dedizione ascetica al lavoro era ricompensata dallattesa della beatitudine eterna. La caduta di
questo enorme pthos religioso, conclude Weber, ha aperto la porta alle tensioni che, da allora,
sono continuamente in aumento, cio alla ribellione della classe operaia che proprio in quegli anni
andavano crescendo in Russia e in Europa. Dove  chiaro che Weber crede, erroneamente, che il
capitalismo moderno coesista con la buona coscienza religiosa dellimprenditore e cio con un
atteggiamento che subordina il profitto alle motivazioni religiose dellagire.
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21.
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Luomo e la tecnica.
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Il rapporto delluomo con i propri strumenti  sempre stato ambivalente. Gli conferiscono un
maggior potere; ma tendono anche ad asservirlo e quindi a ridurre la sua potenza. Il problema 
particolarmente sentito nel nostro tempo, perch la scienza moderna ha conferito agli strumenti di cui
oggi luomo dispone una potenza mai prima apparsa e quindi egli corre oggi il rischio di venire
imprigionato nella forma pi radicale di asservimento. Si tratta del rapporto delluomo alla tecnica.
Una parte della nostra cultura ritiene che egli abbia la capacit di controllare la tecnica e di non
farsi assoggettare dalle forme di vita che essa impone. Ma una parte altrettanto considerevole della
cultura contemporanea ritiene che lorganizzazione scientifico-tecnologica dellesistenza sia un
processo inarrestabile, irreversibile e quindi ingovernabile dalluomo.
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Uno degli aspetti pi percepibili del problema  il futuro della democrazia, perch se
democrazia  autogoverno del popolo, essa presuppone la capacit del popolo e degli individui di
rendersi indipendenti dalle strutture e dalle procedure della tecnica. Appunto in relazione a questi temi
Simone Weil vedeva in Marx la presenza di una critica ancora pi profonda di quella che egli rivolgeva
al capitalismo: la critica alla totale dipendenza dellindividuo da un sistema che non  soltanto
sistema delle macchine, e quindi macchina industriale, ma  anche la macchina burocratica e
militare dello Stato, e quindi  lapparato che rende impossibile lautogoverno in cui la democrazia consiste.
Per la Weil la definizione di democrazia e di socialismo  appunto la subordinazione del
macchinario sociale allindividuo umano. Bisogna salvare luomo dalla disumanit della tecnica. Sul
versante opposto  si pensi a B.F. Skinner  si ritiene invece che si debbano salvare le strutture della
scienza e della tecnica dallirrazionalit dellindividuo umano. Scienza e tecnica salvano luomo
proprio perch non sono umane, cio sono libere dai vizi delluomo. Sono disumane, dunque, sia
per i loro avversari sia per i loro amici.
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Ma che cos luomo? Che cosa  umano? Sino a che queste domande ricevono risposte
inadeguate non ha alcun senso affermare che la tecnica guidata dalla scienza moderna  disumana.
Nella Bibbia Dio fa luomo a propria immagine e somiglianza. E poich Dio  la suprema
potenza, egli fa delluomo la potenza che assoggetta la Terra. Ma la volont di potenza non conosce
limiti e luomo vuole avere la potenza stessa di Dio. Eritis sicut dii, dice il serpente. Dio conferisce
alluomo una potenza limitata non solo perch Dio non abdica alla propria potenza e lascia soltanto la
Terra sotto la signoria delluomo, ma anche perch impedisce che la potenza delluomo sia eterna.
Dopo il peccato di Adamo Dio dice: Ecco, Adamo  divenuto quasi uno di noi, e conosce il bene e il
male; chegli non abbia a stendere la mano e prendere anche dellalbero della vita, e mangiare, e vivere
in eterno!. E cacciato Adamo, aggiunge il testo biblico, pose a guardia del paradiso di delizie un
cherubino con una spada fiammeggiante e roteante per custodire la via dellalbero della vita. Dio si
riserva cio la capacit di annientare luomo.
Anche nella cultura greca Zeus vuole annientare la razza degli uomini. Ma Prometeo glielo
impedisce e ruba agli di la tchne del fuoco, ossia la tecnica che d agli uomini la potenza degli di.
Anche Prometeo dice agli uomini: eritis sicut dii. E se il Dio biblico impedisce ad Adamo laccesso
allalbero della vita, per evitare che egli viva in eterno, Prometeo fa in modo che luomo non conosca la
propria condizione mortale e gli dona cieche speranze (dice Eschilo) di immortalit e di eternit.
Nelle forme tradizionali della cultura occidentale, dunque, luomo  convinto di avere potenza
sulle cose e di poterla accrescere. Egli  potenza. Ma proprio perch non dispone della potenza infinita,
egli la sente e la vede gi realizzata al di fuori e al di sopra di s; e la chiama Dio. La maggior
potenza possibile luomo pu allora ottenerla solo alleandosi con Dio, cio ponendosi nella scia della
potenza infinita. Questa alleanza rende possibile la salvezza, ossia la potenza suprema (giacch non pu
essere potente chi non  salvo dalle forze che gli sono ostili e non pu essere salvo chi non ha o non 
alleato alla potenza che gli consente di vincere tali forze). Rimettendo tutto nelle mani di Dio e
affidandosi alla sua volont, luomo non rinuncia a s e alla propria potenza, ma trova il modo di
accrescerla sino al limite estremo consentitogli. , questo, uno dei significati fondamentali del principio
evangelico che chi vorr salvare la propria anima (rompendo lalleanza con Dio) la perder, e chi la
perder (come anima che vuole essere potente indipendentemente da Dio) la salver.
Nellinfinita potenza di Dio luomo non vede dunque qualcosa di estraneo: lungi dallalienarsi
in essa, estraniandosi da se stesso, egli trova in essa la propria essenza pi profonda, la propria
vocazione originaria, la propria anima autentica. La sua anima autentica  infatti la potenza e la
volont di potenza; e Dio  la volont infinitamente potente che appaga laspirazione pi profonda
delluomo. Ci che non  potenza non pu appagare laspirazione umana alla potenza; come ci che
non  luce non pu appagare laspirazione dellocchio a vedere. Rimettendosi completamente alla
volont di Dio luomo  come lacqua del fiume che ritrova la propria natura pi profonda nellacqua infinita del mare.
Inoltre, la volont di potenza delluomo non  volont sognante, separata dalla coscienza degli
ostacoli e delle durezze della realt, ma  volont di realizzare certi scopi, utilizzando i mezzi pi
idonei e pi capaci. La salvezza dellanima  la salvezza eterna   la massima potenza consentita
alluomo e richiede lintervento della potenza infinita di Dio. Lalleanza con Dio  il grande mezzo di
cui luomo si serve per ottenere il massimo di potenza consentitogli. A sua volta Dio  il sommo
architetto, capace di coordinare in modo perfetto i mezzi pi capaci di realizzare il suo perfetto disegno.
Laffidarsi a Dio incomincia ad apparire come alienazione e rinuncia delluomo a se stesso,
quando non si crede pi che linfinita potenza di Dio sia qualcosa di esistente. , questa, la convinzione
della cultura contemporanea, innanzitutto di quella filosofica. La potenza di Dio si esprimeva
soprattutto e immediatamente nel divenire del mondo; ma ora si pensa che il divenire del mondo non
esprima altro che la propria potenza e che, tra le diverse forze che alimentano il divenire, la volont
delluomo sia quella che pi direttamente e intensamente incide sulla vita di esso. E poich le forze e i
progetti umani sono tra di loro in contrasto, la scienza e la tecnica moderna si presentano sempre pi
decisamente  nonostante i riflussi delle forme tradizionali della civilt occidentale  come le forze
capaci di prevalere su tutte le altre. La fede che muove le montagne si  ormai incarnata nella tecnica,
cio nellapparato scientifico-tecnologico che tende ormai a organizzare lintera esistenza delluomo sulla Terra.
Nel suo insieme, la tecnica, guidata dai criteri della scienza moderna, non intende realizzare un
certo scopo piuttosto che un altro, non intende agire e andare in una direzione piuttosto che in unaltra:
intende accrescere indefinitamente la propria capacit di realizzare qualsiasi scopo e di andare e di
agire in qualsiasi direzione. Intende incrementare indefinitamente la propria potenza. Il suo scopo  la
capacit di realizzare ogni scopo. Gli ostacoli a questo progetto non possono che essere provvisori.
Anche quando la scienza e la tecnica non se ne accorgono, il pensiero filosofico contemporaneo
assicura infatti che non pu esistere alcun Dio inviolabile, alcun limite inoltrepassabile, alcuna
struttura, legge, ordinamento immutabile.
Ma proprio perch la tecnica tende allonnipotenza, in essa si ripresenta il volto di Dio. Anzi,
essa  lincarnazione stessa di Dio nel nostro tempo. La forma ingenua in cui ancora si attarda la civilt
della tecnica nasconde le possibilit autentiche della tecnica, per le quali gran parte della cultura
contemporanea ritiene che la salvezza delluomo non possa pi essere affidata a Dio, cio allapparato
teologico-metafisico-filosofico, ma allapparato scientifico-tecnologico, che raccoglie leredit di Dio e
si propone come il fondamento di ogni speranza. La tecnica non  pi disumana di Dio. Lanima
delluomo, di Dio, della tecnica  infatti la stessa; e come luomo non si sentiva alienato in Dio perch
credeva nella sua infinita potenza, cos non  e non pu sentirsi alienato nella volont di onnipotenza in
cui consiste lanima della tecnica.
In ogni forma della cultura occidentale luomo  concepito come forza cosciente capace di
trasformare il mondo, cio di coordinare i mezzi pi adatti al raggiungimento di certi scopi.  concepito
cos anche nelle forme meno pragmatistiche della nostra cultura. Anche il mistico si concepisce in
questo modo: si annienta come potenza finita e lascia vivere in s soltanto la potenza infinita di Dio.
Gi lapostolo Paolo diceva: Non sono io che vivo, ma  Cristo che vive in me  e la vita  appunto
la potenza. Ma la cultura tradizionale dellOccidente inscrive la potenza finita delluomo
nellordinamento immutabile e nella legge suprema del mondo, e in questa inscrizione vede il
significato autentico delluomo. La radice, lanima originaria delluomo  reale solo allinterno del
limite inoltrepassabile.  in nome di questo limite  la cui forma pu essere anche secolarizzata e
profana, oltre che divina e sacrale  che le forze della tradizione occidentale intendono impedire
lassoggettamento delluomo alla tecnica. La tecnica, trasformando il mondo, oltrepassa infatti ogni
limite, ogni ordinamento e ogni senso immutabile, e quindi sottomette luomo. Cos parlano le diverse
forme della tradizione occidentale.
Ma ci che la tecnica sottomette e distrugge  appunto luomo quale  inteso dalla tradizione
dellOccidente e che nellorganizzazione scientifico-tecnologica dellesistenza si sente assoggettato,
imprigionato e soffocato  luomo della metafisica, del cristianesimo, dellumanesimo individualistico
e comunista, della democrazia e del capitalismo, che in vari modi hanno tracciato attorno alla volont
di potenza delluomo limiti invalicabili, nellillusione che essi gli avrebbero dato la massima potenza
consentitagli. Solo rispetto alluomo cos inteso la tecnica  disumana e la civilt della tecnica  alienazione.
Ma nella misura in cui luomo viene liberato dai limiti che circondano la sua volont  e sono
ormai questi limiti ad apparire disumani , la tecnica va incontro alle pi profonde aspirazioni
delluomo, al bisogno cio di poter soddisfare ogni bisogno, alla volont di accrescere indefinitamente
la propria potenza. E se la felicit  la soddisfazione di ogni bisogno,  dunque nellapparato della
scienza e della tecnica che lindividuo pu trovare e ottenere la propria felicit pi profonda. Nella
cultura occidentale lessenza delluomo ha un carattere tecnico, ed  dunque nellumanit della
tecnica che luomo ritrova la propria anima pi profonda.
Certo, la tecnica salva luomo, quando si sia essa stessa liberata dallimpotenza che le deriva
dalla sopravvivenza in essa delle forme della cultura tradizionale. Ma a questo punto pu nascere
quellalleanza dellindividuo con la tecnica, dove egli riesce a ottenere quanto aveva invano tentato di
possedere alleandosi a Dio. Ogni critica rivolta alla tecnica rimanendo allinterno della convinzione pi
o meno consapevole che lessenza delluomo ha un carattere tecnico  destinata a fallire. La scienza e
la tecnica sono ormai fuori discussione.
Esse possono diventare una questione autentica solo quando si incominci a mettere in questione
il modo in cui la cultura occidentale ha inteso lessenza delluomo  quando cio si incominci a mettere
in dubbio ci che per la nostra cultura  invece assolutamente fuori discussione e si presenta anzi come
levidenza suprema: mettere in dubbio, niente di meno, la fede che la potenza (divina, umana,
tecnologica) sulle cose esiste e che esse sono disponibili alle forze da cui sono create, annientate, trasformate.
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22.
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La tecnica, luomo, la tecnocrazia.
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Che esistano forze coscienti capaci di predisporre mezzi in vista della produzione di scopi, 
uno dei tratti fondamentali della cultura e della civilt occidentale. Intendendo la forza come capacit
di trar fuori dal nulla qualcosa o qualche aspetto di qualcosa, dandogli lessere, lesistenza  e
nellagire cosciente lesistenza effettiva dello scopo  appunto ci che vien tratto fuori dal nulla ,
lOccidente conferisce un carattere radicale al modo in cui il rapporto mezzo-fine viene inteso prima
della riflessione greca sul senso dellessere e del nulla.
Credere di essere o di possedere una forza (causa, potenza, capacit, energia, ecc.) che
predispone mezzi in vista della realizzazione di scopi significa credere che la predisposizione dei mezzi
debba assorbire la parte minore (ossia la parte che chi agisce giudica minore) della forza a
disposizione. Si tende cio a minimizzare lenergia richiesta dallorganizzazione dei mezzi e a
massimizzare quella dedicata al godimento dello scopo (ossia allesperienza in cui lo scopo 
vissuto; allesperienza di ci che appaga il desiderio). Le grandi forze della tradizione occidentale
(capitalismo, comunismo, cristianesimo, democrazia, ecc.) tendono quindi, come tali, a ridurre il pi
possibile lenergia che predispone lo strumento  costituito dalla tecnica  con cui esse intendono
realizzare certi scopi e valori; e tendono ad aumentare il pi possibile lenergia richiesta dalla
fruizione e dal godimento dello scopo.
Ma la direzione di queste due tendenze si inverte in modo direttamente proporzionale alla
crescita della conflittualit tra le forze della tradizione. La tecnica non consente soltanto la produzione
dei valori, ma anche la loro difesa e la limitazione e la distruzione dei valori antagonisti. Per difendere
un certo valore si deve quindi ridurre lenergia impiegata per il suo godimento e la sua fruizione, e
aumentare invece quella richiesta dal potenziamento della tecnologia che rende possibile quella difesa e
la limitazione e distruzione dei valori antagonisti. (Questo, anche se lo sviluppo della tecnica aumenta
la quantit e qualit di energia a disposizione dei valori in contrasto.)
Questa inversione, espressa in termini di energia, pu essere espressa anche dicendo che,
nello scontro tra i valori e tra i fini, le forze che li realizzano sono costrette a rinunciare a una parte o a
un aspetto di essi nella misura in cui tali forze decidono di potenziare lo strumento (lapparato
scientifico-tecnologico) che consente di realizzarli. Se, per potenziare lo strumento (il mezzo) con cui 
prodotto, lo scopo deve rinunciare a una parte di s, ci significa che, quando lo scopo non rinuncia a
se stesso (cio in condizioni di conflittualit ridotta), esso limita e frena lo strumento con cui 
realizzato. Le grandi forze della tradizione occidentale limitano, frenano e comprimono lapparato della
tecnica mediante il quale esse intendono realizzare i loro scopi.
Nella conflittualit degli scopi, la progressiva rinuncia dello scopo a se stesso, operata in vista
del potenziamento dei mezzi che lo producono, finisce dunque col porre il mezzo (lapparato della
tecnica) come scopo, e lo scopo diventa un mezzo per accrescere la potenza della tecnica. Il marxismo,
la fede religiosa, il capitalismo, la democrazia  o il nazionalismo giapponese  diventano, da scopi,
mezzi per potenziare lapparato scientifico-tecnologico. E se, nella situazione conflittuale, gli scopi
ideologici rinunciano a s per potenziare lapparato della tecnica, questo significa che la
realizzazione di questi scopi, come tale, limita, frena, indebolisce tale apparato.
Le grandi forze della tradizione occidentale, inoltre, limitano il perfezionamento e
potenziamento della tecnica non solo perch essa  il mezzo con cui intendono realizzare i loro scopi,
ma anche perch la tecnica, di per s, ha come scopo lincremento della capacit di realizzare qualsiasi
scopo; mentre le singole forze della tradizione tendono, come tali, a potenziare lorganizzazione della
tecnica che  ritenuta pi idonea a realizzare quel certo scopo che la singola forza intende realizzare.
Predisponendo la realizzazione di un certo scopo, tali forze mirano, oltre che al rafforzamento e alla
perpetuazione di esso, al rafforzamento delle condizioni che lo rendono possibile, e quindi al
potenziamento dellinsieme di mezzi con cui  realizzato. Si propongono cio, certamente, il
rafforzamento della tecnica (ossia della frazione di apparato scientifico-tecnologico di cui ognuna di
esse dispone). Ma, appunto, si propongono il rafforzamento della tecnica in quanto organizzazione di
mezzi idonei alla produzione di quel certo scopo che ognuna di esse intende produrre e perpetuare; e
non della tecnica in quanto capacit di produrre qualsiasi scopo. (Pi si perfeziona lidoneit di una
scala a far salire in un certo luogo e a una certa altezza  poniamo a un certo piano di un edificio , pi
si indebolisce la sua capacit a far salire in qualsiasi luogo e a qualsiasi altezza.)
Proprio perch rafforzano quella prima valenza della tecnica (dove le energie impiegate per tale
rafforzamento sono pur sempre inferiori a quelle impiegate per il godimento dello scopo), esse limitano
e frenano la seconda valenza, ossia la tecnica in quanto crescita indefinita della capacit di realizzare
qualsiasi scopo  limitano la tecnica in quanto condizione suprema della sopravvivenza delluomo e
innanzitutto delluomo delle societ ricche del Pianeta. Tali forze  e dunque anche il capitalismo 
sono destinate al tramonto perch la volont di sopravvivenza  destinata a imporsi sulla volont di
perseguire uno scopo determinato (come il profitto).
Come condizione fondamentale della sopravvivenza delluomo, e innanzitutto delluomo
privilegiato del Nord, la tecnica  daltra parte destinata ad assumere come scopo primario la propria
sopravvivenza (che  la sopravvivenza stessa del processo di incremento indefinito della capacit di
realizzare scopi), subordinando ad essa la sopravvivenza e il modo di vivere di certi gruppi umani e di
certi individui. Al fondamento della salvezza di tutti deve essere subordinata la salvezza di alcuni 
anche se nella situazione attuale, in cui quel fondamento non esplica tutta la propria potenza perch si
mantiene allinterno dellamministrazione capitalistica della tecnica, questultima subordina la vita
delle grandi masse del Pianeta alla sopravvivenza delle minoranze del Nord.
Ma anche al di fuori dellamministrazione capitalistica della tecnica, il fatto che questultima
abbia come scopo primario la propria sopravvivenza, al quale va subordinata la sopravvivenza degli
individui e dei gruppi umani,  congruente non solo allessenza tecnica delluomo, quale  concepita da
tutta la cultura occidentale ma anche agli interessi dei gruppi umani la cui sopravvivenza  assicurata
dallautoperpetuazione della tecnica  e uno dei quali, e in posizione emergente,  il gruppo che
controlla il funzionamento e il potenziamento dellapparato scientifico-tecnologico.
Lautoperpetuazione e il potenziamento della tecnica  la stessa forma rigorosa dellautoperpetuazione
e del potenziamento del gruppo umano che dispone della tecnica e la cui sopravvivenza viene da essa
assicurata. E quindi non pu pi accadere, a questo punto, che assumendo lelemento umano come
scopo primario, si subordini la tecnica a questo scopo e quindi la si limiti  come invece avviene nei
diversi modi in cui le forze della tradizione occidentale si propongono di assumere luomo come scopo e non come mezzo.
Mentre nel capitalismo salvare la tecnica (e la Terra) per incrementare il profitto  cosa diversa
dallincrementare il profitto per salvare la tecnica (e la Terra)  e alla fine conduce alla limitazione
della tecnica e alla distruzione della Terra ; nella tecnica, invece, in quanto si libera dal suo essere
strumento per la realizzazione dei fini e dei valori della tradizione occidentale, salvare la tecnica per
salvare il gruppo umano a cui essa assicura la sopravvivenza non  cosa diversa dal salvare questo
gruppo per salvare la tecnica.
Affinch questa identit si costituisca, si richiede che luomo non sia ci che, delluomo, le
diverse forme della cultura occidentale concepiscono in modo antitetico, ma sia, per un verso, lessenza
comune che  sottesa a queste concezioni antitetiche  cio sia inteso come centro di forza capace di
coordinare mezzi in vista della produzione di scopi , e per un altro verso esso sia il gruppo umano a
cui la tecnica assicura la sopravvivenza e che dispone della tecnica (nel senso che esso  la tecnica
stessa nel suo disporre di se stessa). La tecnica  limitata e frenata quando a disporre di essa non 
lessenza delluomo che  sottesa alle contrastanti concezioni delluomo elaborato dalla cultura
occidentale, ma  luomo specifico che ognuna di tali concezioni intende promuovere.
E luomo che si sente oppresso dalla tecnica e in essa alienato non  quellessenza
delluomo, che sta al fondo di ogni contrastante concezione di esso elaborata dallOccidente, ma 
lelemento umano in quanto inscritto in una di queste concezioni. Quando il perfezionamento della
tecnica si propone lincremento della capacit di realizzare qualsiasi scopo, lorganizzazione
dellelemento umano che appartiene allapparato della tecnica  infatti diversa dallorganizzazione che
di tale elemento viene effettuata quando il perfezionamento della tecnica si propone lincremento della
capacit di realizzare un certo scopo: nel primo caso lorganizzazione tecnica delluomo  congruente,
nel secondo caso non  congruente allessenza pi profonda delluomo occidentale. Al di sotto della
propria autocoscienza ideologica luomo occidentale avverte pi o meno distintamente che la tecnica
 la realizzazione pi profonda di se stesso, il proprio inveramento pi autentico. (Ma al di sotto
dellinconscio pi profondo delluomo occidentale si manifesta il destino che gi da sempre si apre al
di fuori della storia dellOccidente e anzi al di fuori della storia del mortale, e nello sguardo del
destino appare lessenziale alienazione dellOccidente e del mortale).
Liberandosi dalle forze della cultura occidentale, luomo della tecnica raggiunge lestrema
fedelt allessenza delluomo occidentale e si rende conto che la crescita della potenza della tecnica  la
crescita della propria potenza. Egli  appagato; e la tecnocrazia pu essere autoritarismo e assolutismo
solo se ancora conserva in s un carattere ideologico. Se gli uomini della tecnica si dividono, e alcuni
si propongono di monopolizzare lapparato scientifico-tecnologico a proprio vantaggio e danneggiando
gli altri, si ripropone il tipo di conflittualit dove le forze della tradizione occidentale, dovendosi servire
dello strumento tecnologico, devono rinunciare progressivamente allo scopo a cui esse mirano, per
potenziare lo strumento con cui intendono realizzarlo. Lautoritarismo tecnocratico  cio destinato a
soccombere come tutte le altre forze della tradizione occidentale. (Quando la tecnica diventasse
realmente capace di compiere ci che gi ora  possibile in linea teorica, e cio soddisfare i bisogni di
tutta lumanit, e luomo della tecnica venisse a coincidere con luomo del Pianeta, si profilerebbe il
paradiso della tecnica  il maggiore di tutti i pericoli a cui pu andare incontro la storia
dellOccidente; cfr. E.S., La filosofia futura, cit., capp. 7-19.).
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23.
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Realt, mezzo, fine.
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Se la logica sta alla base, la struttura mezzo-fine sta al centro delle forme di razionalit che il
capitalismo (e non solo la scienza economica capitalistica, ma lo stesso agire capitalistico) considera
inseparabili da se stesso. Che lo scopo dellagire sia lessenza stessa dellazione  un principio che
trova nel capitalismo non solo una delle applicazioni, ma anche uno dei riconoscimenti pi radicali
(anche se  nellorganizzazione scientifico-tecnologica dellesistenza che viene raggiunta la radicalit
estrema). Dal punto di vista dellagire capitalistico, ci che non serve alla produzione del profitto non
esiste, e ci che la ostacola deve essere reso inesistente.  quanto accade in ogni agire (anche nella
carit cristiana, anche nella produzione artistica, anche nellagire in cui vuol consistere la
contemplazione filosofica). Lungi dallessere un principio dellutilitarismo moderno, che il reale sia
ci che si struttura nel rapporto mezzo-fine,  un principio che risale allinizio della civilt
dellOccidente. Lessere, dice Platone (Sophista, 248 d-e)  potenza, cio potenza di fare o di
patire. Ma la potenza di fare  capacit di realizzare scopi; e la potenza di patire (ossia di essere ci
su cui si esercita il fare) o  lo scopo stesso, nella sua capacit di diventare il prodotto del fare, o  la
materia, loggetto dellazione, nella sua capacit di farsi trasformare in un mezzo idoneo alla
produzione dello scopo. (Il pensiero greco, poi, e una volta per tutte nella storia dellOccidente,
conferisce al fare una potenza inaudita, perch per la prima volta lo intende in relazione al significato
radicale dellessere e del niente: la capacit di fare  lazione capace di trarre dal nulla la realt
dello scopo, che prima del compimento dellazione  reale solo idealmente; e la capacit di patire
 la capacit  da parte dello scopo o della materia in quanto mezzo  di esser tratti fuori dal nulla.) Ma
lungo il piano inclinato che conduce alla dominazione della tecnica, la potenza dellagire capitalistico 
riuscita a prevalere su ogni altra forma di azione. Ci che non serve alla produzione del profitto  ci
che non  utile   reale solo come apparenza di realt. Ma la realt suprema  il profitto, cio lo
scopo che nellagire capitalistico si vuole realizzare e che dunque deve essere realizzato. La realt
suprema non  qualcosa di gi compiutamente esistente, ma  la realizzazione della crescita indefinita
della ricchezza esistente. La realt suprema  la realt futura. Appunto per questo, reale  solo ci
che serve a realizzarla (come nella prospettiva cristiana reale  solo ci che serve a realizzare il
regno di Dio). Ma ci che serve ed  utile  il mezzo; e il mezzo serve a produrre lo scopo. Lo scopo
seleziona i mezzi:  il principio in base al quale ci che  assunto come mezzo e ci che non  cos
assunto hanno rispettivamente valore di realt e di irrealt.
Per il capitalismo la realt suprema  la realt futura, perch essa ha dalla sua la forza capace di
realizzarla. Certo, la forza che vuole realizzare il profitto ne  il fondamento, ossia  il fondamento
della realt suprema. Ma a sua volta questo fondamento ha la potenza che gli compete, perch vuole
realizzare non uno scopo qualsiasi, ma la crescita indefinita del profitto, vuole cio realizzare la
crescita indefinita della potenza. Lincremento indefinito del profitto  la prefigurazione
dellincremento indefinito della potenza perseguita dalla tecnica. Lo scopo della tecnica  la crescita
indefinita della capacit di realizzare scopi; e questo  anche lo scopo del capitalismo, perch il profitto
si risolve da ultimo nella forma del denaro e il denaro , per il capitalismo, la capacit di realizzare
scopi, s che il perseguimento della crescita indefinita del denaro  il perseguimento della crescita
indefinita della capacit di realizzare scopi.
Sia nel capitalismo, sia nella tecnica lo scopo che si vuole raggiungere  il possesso del mezzo
universale, capace cio di realizzare qualsiasi scopo. I singoli scopi che si possono realizzare col mezzo
universale non sono quindi lo scopo ultimo del capitalismo e della tecnica. Lo scopo ultimo e autentico
 la capacit indefinitamente crescente di realizzarli. Lo scopo  cio il controllo del mezzo universale.
Daltra parte, il modo in cui la tecnica persegue la produzione del mezzo universale  diverso da
quello del capitalismo. Il denaro, infatti,  il mezzo universale, ma solo relativamente allacquisizione
di ci che gi esiste. Il denaro pu comperare tutto ci che esiste; ma immediatamente, cio come
denaro, non fa crescere di un filo derba lesistente. Per farlo crescere deve comperare le forze
produttive e quindi, oggi, la tecnica, che  lorganizzazione pi efficace di tutte le forze produttive.  la
tecnica a far crescere indefinitamente la capacit di realizzare scopi, e a condurre tale capacit al di
sopra della dimensione in cui la crescita del denaro  s crescita indefinita della capacit di realizzare
scopi, ma che sono qualcosa di gi esistente e che sono scopi solo in quanto il gi esistente non sia
ancora di fatto posseduto dal denaro.
Il capitalismo sa che il denaro non pu comperare tutto, perch non tutto ci che si vorrebbe
esiste; e appunto per questo il capitalismo compera la tecnica, ossia la capacit di produrre il non
ancora esistente. Ma il capitalismo  capitalismo perch, comperando la tecnica, intende poi mantenere
il profitto, cio il denaro, come forma ultima della capacit di incrementare indefinitamente la capacit
di realizzare scopi. Il capitalismo si serve della tecnica (ossia della forma tecnologica dellincremento
indefinito della capacit di realizzare scopi), per realizzare quella forma di incremento indefinito della
capacit di realizzare scopi che  costituita dallincremento del profitto e del denaro. Ma  proprio
questo fatto,  proprio perch il capitale acquista la tecnica e se ne serve per incrementare il profitto,
che, come si  visto nei capitoli precedenti, e come verr richiamato nel capitolo seguente, il
capitalismo  contraddizione e autodistruttivit.
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24.
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Autodistruttivit e contraddizione del capitalismo.
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(Riepilogo dei capitoli 7-23).
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Il capitalismo  inseparabile dalle forme di razionalit che sono proprie dellet moderna e al
cui centro si trova il modo in cui  venuta a configurarsi la struttura mezzo-fine. Tra di esse si trova
anche quella forma che, pur essendo un retaggio del pi lontano passato della civilt occidentale, sta
alla base di tutte le altre: la coscienza del carattere normativo della logica; la consapevolezza cio che
non pu esservi scienza autentica in opposizione alla logica e quindi in opposizione al principio stesso
di ogni normativit logica: il cosiddetto principio di non contraddizione. Tale principio, inteso nel
senso che il pensiero occidentale, e quindi la logica, gli attribuiscono, si presenta come condizione
necessaria (sebbene non sufficiente) di tutte le forme di razionalit che il capitalismo percepisce come
inseparabili da se stesso. Ci nonostante  si  andato rilevando in queste pagine , il capitalismo si
costituisce oggi come contraddizione, ossia come una struttura, estremamente complessa, che unisce i
propri fattori operativi a un insieme di convinzioni che sono negazione del principio di non
contraddizione. Il capitalismo si presenta cio come negazione del tipo di razionalit da cui il
capitalismo stesso si sente inseparabile. La contraddizione, concepita nel senso ora indicato, non
avvolge soltanto il capitalismo. (Avvolge anche il cristianesimo, la democrazia, il comunismo.) Ma
essa ha un rilievo particolare, quando ci si rende conto che, avvolgendo il capitalismo, essa corrode e
distrugge la forza che oggi considera se stessa ed  considerata come preminente su tutte le altre, ossia
come la forma di cultura e di civilt oggi vincente sulla Terra.
Gi il marxismo ha considerato il capitalismo come contraddizione; ma la logica filosofica del
marxismo (la dialettica), allinterno della quale viene rilevata la contraddizione del capitalismo,  un
aspetto della tradizione filosofica dellOccidente, ossia  un aspetto di ci che, insieme allintera
tradizione dellOccidente, sta inevitabilmente tramontando. In queste pagine, invece, si  mostrato che
il capitalismo  contraddizione proprio secondo il significato che la contraddizione presenta agli occhi
del capitalismo stesso. Che tale significato, e, in generale, il significato che la contraddizione
presenta agli occhi dellOccidente, sia essenzialmente diverso dal significato pi profondo della
contraddizione, e anzi ne sia loccultamento pi radicale, , certamente, la dimensione decisiva del
problema, alla quale si rivolge il mio discorso filosofico, ma che in queste pagine  rimasta sullo sfondo.
La contraddizione indicata in queste pagine  lautodistruttivit del capitalismo
(lautodistruttivit, nel senso che il capitalismo e il pensiero occidentale conferiscono alla distruzione
e allautodistruzione). Il capitalismo vuole e insieme non vuole perpetuarsi e realizzare il proprio scopo.
Vuole  ed  laspetto pi scontato del suo agire. Ma anche non vuole, perch il suo agire o finisce (o si
crede che finisca) col distruggere la Terra, cio la propria base naturale, e quindi lo strumento stesso
 la tecnica  che rende possibile la produttivit dellagire capitalistico, oppure, presentando come
scopo primario la salvaguardia della Terra e della tecnica, e trasformando il profitto in uno scopo
subordinato, distrugge se stesso come agire capitalistico, e lascia il passo allazione razionale della
tecnica che non presenta le forme di distruzione e autodistruttivit che sono proprie dellagire capitalistico.
La contraddizione in cui consiste lautodistruttivit del capitalismo  poi rafforzata dalla
circostanza che esistono forze  democrazia, cristianesimo, pressione dei popoli non privilegiati,
esigenza di salvare la Terra dalla distruzione provocata dalla forma attuale della produzione economica
, che per quanto meno potenti del capitalismo tendono a distruggerlo, in quanto mirano a dargli scopi
diversi da quello per cui il capitalismo  tale.
Il rafforzamento decisivo della contraddizione e autodistruttivit del capitalismo  dato quindi
dalla necessit che il capitalismo,  sia per sopravvivere, sia per non distruggere, con la Terra, se
stesso, sia per reggere il confronto con le forze antagoniste che intendono dargli uno scopo diverso dal
profitto,  rimetta la propria sorte nelle mani della tecnica, cio rinunci (e proprio per evitare di
rinunciarvi!) al proprio scopo e assuma come scopo primario il funzionamento ottimale dellapparato
scientifico-tecnologico, distruggendo quindi se stesso.
Ma se per consentire questo funzionamento ottimale il capitalismo deve rafforzare, cio rendere
sempre pi potente lapparato della tecnica, da cui dipende ormai la sopravvivenza di tutte le forme
della vita umana, daltra parte il capitalismo deve, insieme, limitare e frenare il potenziamento di tale
apparato. Ogni ideologia (ossia ogni forza che intenda servirsi della tecnica per realizzare uno scopo
che non  lincremento indefinito della potenza della tecnica), deve limitare e frenare, si  visto, il
perfezionamento e il potenziamento dello strumento (cio lapparato della tecnica) con cui essa realizza
il proprio fine ideologico.
Il mezzo non resta solo consumato nella produzione dello scopo: tale produzione deve proporsi
la limitazione (dellincremento) della potenza del mezzo.  quanto accade nel rapporto tra la
produzione di ogni scopo ideologico e lapparato della tecnica, mediante il quale si intende realizzare
tale scopo. E dunque questo accade anche nella produzione dello scopo dellagire capitalistico. Ma poi,
in senso specifico, il capitalismo  costretto, per sopravvivere, a frenare la capacit della tecnica di
eliminare la scarsit economica  ossia la capacit che renderebbe superflua e quindi non vantaggiosa
lintrapresa capitalistica, mirante alla produzione di beni in condizione di scarsit.
Il capitalismo  costretto dunque a rafforzare e insieme a limitare la potenza dellapparato della
tecnica. E questa  una superiore contraddizione, cio una superiore autodistruttivit del capitalismo.
Se esso rimane in questa contraddizione agisce contro se stesso, cio distrugge se stesso; ma distrugge
se stesso anche se tenta di uscire dalla contraddizione rinunciando al potenziamento della tecnica, o se
tenta di uscirne rinunciando alla limitazione della tecnica. Infatti lagire capitalistico pu prevalere sui
propri avversari  tra i quali c la stessa concorrenza capitalistica  solo rafforzando la capacit
tecnologica di eliminare la scarsit, e cio solo mostrando di essere in condizione di far vivere luomo
meglio di quanto non sappiano fare gli avversari; e daltra parte esso pu restare agire capitalistico, in
cui lo scopo  il profitto, solo se indebolisce il potenziamento e perfezionamento dello strumento
tecnologico.
Si pu pensare che il capitalismo sia in grado di uscire da questa superiore contraddizione,
limitando lo sviluppo di certi settori tecnologici e incrementando invece lo sviluppo di certi altri:
limitando, ad esempio, i settori il cui sviluppo conduce troppo rapidamente alla eliminazione della
scarsit o che meno contribuiscono alla competitivit del capitalismo rispetto alle forze ideologiche
antagoniste, e rafforzando invece i settori che pi gradualmente riducono la scarsit e che pi rendono
competitive le chances capitalistiche. Ma si tratta di unuscita soltanto apparente da quella
contraddizione. Innanzitutto perch (a parte i problemi dovuti allinterconnessione dei diversi settori
tecnologici) si tratta di individuare quali siano i settori della tecnica che rispondono a questi requisiti.
In secondo luogo, perch alle spalle di ogni settore agisce un interesse economico, cio liniziativa di
un capitale che lotta per non farsi emarginare e che tenta quindi di modificare a proprio vantaggio le
procedure e i criteri che portano alla selezione dei settori da favorire e di quelli da frenare. Il
capitalismo si spaccherebbe cos in due grandi campi irriducibilmente contrapposti (quello dei
sacrificati e quello dei favoriti) e instabili, riproducenti al loro interno la contrapposizione. In terzo
luogo, anche se fosse possibile realizzare quella individuazione-selezione dei settori tecnologici, essa
sarebbe realizzata in base a una pianificazione della produzione economica, cio sulla base del modo
probabilmente pi accreditato di distruggere il capitalismo.
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25.
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Comunismo, capitalismo, crimine internazionale.
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Durante il mezzo secolo di lotta contro il comunismo, nelle democrazie occidentali si  formata
e consolidata una rete di intese tra le istituzioni dello Stato democratico e le forze del capitale, da un
lato, e le forme pi potenti di devianza sociale, tra cui la mafia, dallaltro. Ma ora che il comunismo 
finito, la prima di queste due parti contraenti vorrebbe recedere dal patto  incontrando per le pi forti
resistenze dellaltra.
Gli Stati democratici erano convinti che il comunismo operasse senza esclusione di colpi. Si
vuol credere che il capitalismo e la democrazia si lasciassero colpire interdicendo a se stessi i colpi
proibiti? Se una societ si scontra con un nemico esterno che ne mette in pericolo la sopravvivenza,
essa  disposta ad accordarsi con quanti, al suo interno, pur violando lordinamento legale, e anche
gravemente, non mirano al sovvertimento del sistema, ma anzi tendono a infiltrarvisi e a controllarlo dallinterno.
Contro il comunismo, quelle che, dal punto di vista dei valori ufficiali del mondo occidentale,
erano le grandi forme del crimine internazionale, quindi anche la mafia, erano diventate alleati preziosi.
Soprattutto l dove, come in Italia, il pericolo comunista era maggiore e pi deboli le forze della
democrazia e del capitale. Negli anni della guerra fredda aveva avuto molto successo questo slogan di
nobili origini: Meglio morti che rossi. Meglio il peggiore dei mali, la morte, piuttosto che diventare
comunisti. A maggior ragione, ogni male inferiore alla morte era preferibile al comunismo. Dunque,
meglio mafiosi che comunisti. Sul piano internazionale, meglio solidarizzare con le dittature di destra
che con i comunisti. Stupirsi e indignarsi di tutto questo significa scambiare le aspirazioni delle anime
belle con le dure leggi dellistinto di sopravvivenza, che agisce nei gruppi sociali non meno che negli
individui anche quando dicono di preferire la morte al comunismo.
Ci si scandalizza del fenomeno delle tangenti. In molti casi si sono arricchiti politici senza
scrupoli (tra cui, ma sembra una minoranza, esponenti della stessa sinistra). Ma nel suo insieme il
fenomeno costituiva un finanziamento dei partiti che sorreggevano il peso della lotta anticomunista. Un
finanziamento certo illegale, ma che, per chi vedeva nel comunismo il pericolo maggiore, era pur
sempre un male minore. Si trattava di comprare il consenso della gente; ma questa compravendita era
pur sempre preferibile alla rivoluzione proletaria e alla guerra civile. Il capitalismo finanziava la
propria sopravvivenza. Forse lavrebbe potuto fare con una spesa considerevolmente pi ridotta.
Il debito pubblico di due milioni di miliardi di lire si spiega in buona parte, oltre che con la
preoccupazione di finanziare i partiti e i movimenti anticomunisti (giacch il finanziamento illegale,
sopportato dalle imprese e dai gruppi economici, non pu non tradursi in costi maggiori a carico dello
Stato), anche con la necessit di non far rimpiangere quello che per molti, in Italia, era il paradiso
perduto del comunismo. Il tanto deprecato Welfare State ha avuto soprattutto questo compito  al di l
delle incompetenze e disonest con cui esso  stato gestito in Italia. A suo tempo dicevo che cera poco
da stupirsi e indignarsi per la P2. Era inevitabile che lestablishment occidentale si garantisse anche in
Italia. E loccupazione dello Stato da parte di uomini di sicura fede anticomunista, quali sono i mafiosi
e i piduisti, aveva questa giustificazione di fondo.
Il finanziamento illegale del Pci da parte del capitalismo italiano (comunque di proporzioni
estremamente pi ridotte di quello elargito a partiti anticomunisti) appartiene a una fase successiva alla
guerra fredda e, in generale,  relativo a un aspetto, della presenza di questo partito in Italia, diverso
da quello per il quale il Pci, finanziato da Mosca, teneva in vita lo scontro col capitalismo. Quanto pi
diventa chiaro al Pci che non solo la rivoluzione comunista in Italia  impossibile, ma che, anche sul
piano della rinuncia alla rivoluzione,  pericoloso per la sinistra sviluppare oltre un certo limite
latteggiamento critico nei confronti del capitalismo, tanto pi il Pci  portato a inserirsi nel gioco della
concorrenza capitalistica, proponendosi come sostegno ed espressione politica di certi gruppi
industrial-finanziari, piuttosto che di altri meno progressisti, e ricevendone in cambio un appoggio
che, legato alla logica della concorrenza capitalistica,  inevitabilmente illegale.
 auspicabile che  in mancanza di meglio  i valori della democrazia e della morale facciano
sentire la loro voce. Ma sarebbero voci vane se i portavoce si dimenticassero del contesto
internazionale  lo scontro capitalismo-comunismo  che ha reso inevitabile la corruzione nel mondo
occidentale.  in tale contesto che sono state tollerate forme di guadagno gravemente illecito dal punto
di vista dei valori ufficiali. Appunto in questo contesto la mafia  stata tollerata e utilizzata. Non si
tratta di assolvere i corrotti, ma di capire i motivi della corruzione.
Chi poi ha la pretesa che tutte queste affermazioni debbano diventare dei fatti accertabili
allinterno della logica giudiziaria, e impreca contro le dietrologie, oltre a contribuire a nascondere le
cose e a illudersi che il senso storico di unepoca venga alla luce nei tribunali, dimentica, se  un
estimatore della scienza, che la scienza  proprio un andare al di l, cio dietro i fatti (che non possono
mostrare altro che se stessi), per costruire ipotesi capaci di illuminarne il significato.
Ora che il comunismo  finito, le grandi forze della devianza internazionale, con cui capitalismo
e democrazia avevano dovuto allearsi quando il comunismo era il loro nemico pi pericoloso, sono
diventate degli alleati scomodi e dai quali la societ legale tenta di separarsi incontrando la loro pi
feroce resistenza. Si sono consolidati troppi privilegi sulla base di una tolleranza interessata da parte
della legalit che oggi trova indecente la loro perpetuazione. Questo  il problema centrale della societ
e della politica italiana contemporanea. LItalia si trova in peggiori condizioni perch, col pi grande
partito comunista del mondo occidentale e con una democrazia e un capitalismo non altrettanto
competitivi, ha dovuto compromettersi pi gravemente con le forze e le procedure illegali ritenute utili
nella lotta anticomunista e la separazione dalle quali risulta quindi pi dolorosa.
Tuttavia la situazione italiana sarebbe ancora peggiore (dal punto di vista di chi ha a cuore la
salvezza della democrazia e di un capitalismo che non distrugga i valori democratici) se la nostra
societ non mostrasse di volersi separare dalle forme di anomia a cui si  dovuta unire. Quanto negli
ultimi tempi  accaduto in Sicilia e nelle maggiori citt italiane  drammatico, ma  anche (in un
contesto negativo a cui si accenna qui avanti) un segno positivo, perch  la reazione violenta al
processo in cui la societ italiana incomincia a trovare indecente il matrimonio contratto con le grandi
forme della delinquenza, in nome dellanticomunismo.
La connessione tra mafia e droga esclude che in Italia si debba combattere una delinquenza
semplicemente locale. Tuttavia il crimine internazionale concentra i propri sforzi sugli anelli deboli
della catena. Per questo motivo il modo migliore per difendere lo Stato di diritto in Italia  quello
apparentemente pi banale, ossia il rafforzamento dellanello, cio quel risanamento delleconomia e quella riforma delle istituzioni, che sottintendono, dopo il compromesso storico con il crimine, il divorzio storico da esso.
Daltra parte chi pensava che con la fine del socialismo reale non ci sarebbero pi stati problemi
per il capitalismo era uno sprovveduto. Oltre ai motivi di fondo che spingono al tramonto il capitalismo
e che sono stati indicati nei capitoli precedenti, era ripetuto che se la scienza e la tecnica hanno reso
accessibile il benessere alle masse mondiali, tuttavia la forma attuale della distribuzione della ricchezza
fa del benessere un monopolio dei popoli ricchi e accentua le diseguaglianze e le emarginazioni
allinterno degli stessi popoli privilegiati. Laffermazione di alcuni che la sinistra sopravvivr al crollo del socialismo reale  quindi corretta se per sinistra si intende la volont di emancipazione dei non privilegiati.
Si pu dire anzi che, per questo aspetto del problema, dopo la fine dellUrss i problemi del
capitalismo sono aumentati. In regime di guerra fredda, infatti, una rivoluzione delle sinistre nei Paesi
occidentali sarebbe stata inevitabilmente interpretata come una mossa guidata dallUnione Sovietica, e
la repressione antirivoluzionaria avrebbe avuto il carattere di una legittima difesa della democrazia e
degli interessi dellOccidente. La ribellione sociale contro i privilegi si sarebbe rivestita di una forma
politica che metteva a repentaglio la sicurezza delle democrazie occidentali. In queste condizioni una
rivoluzione di sinistra appariva a quasi tutti destinata al fallimento, era cio impossibile.
Ma dopo il crollo dellUrss il legame tra forma sociale e forma politica della ribellione degli
emarginati si spezza; la loro protesta non si presenta pi come longa manus del centro mondiale del
comunismo, ma come espressione di bisogni che, al di fuori di ogni superfetazione ideologico-politica,
si presentano come aspirazioni legittime della societ. Se durante la guerra fredda la rivoluzione
comunista nel mondo occidentale era soltanto unutopia che sarebbe stata stroncata sul nascere, col
crollo dellUrss lemancipazione dei non privilegiati perde, soprattutto nei popoli ricchi del Nord,
buona parte del suo carattere utopico. E il mondo capitalistico se ne  reso conto. Ci si spiega in questo
modo perch, nonostante la fine dellUrss, lintesa tra certi gruppi di potere e grande criminalit
internazionale  lintesa che aveva la sua ragion dessere nella lotta contro il comunismo  invece di
smobilitarsi  tuttora in vita e sembra anzi che vada rafforzandosi, come dimostra la ripresa del
terrorismo in Italia. Per chi  disposto a trasgredire le leggi della convivenza sociale pur di non perdere
i propri privilegi, la pressione degli emarginati  diventata pi pericolosa di prima, e le grandi
organizzazioni criminali continuano ad essere un alleato prezioso.
In relazione al Nord del Pianeta, vendere la droga (non solo quella in senso farmacologico) alle
classi inferiori  pur sempre un buon espediente per indebolirle e renderle inoffensive. In relazione
allintero Pianeta, con il crollo dellUrss non  che le rivoluzioni degli emarginati abbiano cessato di essere utopiche: sono diventate meno utopiche. Sono destinate a fallire, ma per il sistema capitalistico  pi difficile contenerle.
Sono destinate a fallire, sia perch il capitalismo ha ormai il monopolio dellapparato
scientifico-tecnologico, sia perch, configurandosi esse come lotta contro lorganizzazione dominante,
e cio contro quellintreccio tra apparato e ideologia capitalistica, che oggi  la forma pi forte di
amministrazione dellapparato,  inevitabile che, per essere lotte efficaci, si organizzino e cio si
realizzino conformemente a ci che esse intendono distruggere.  inevitabile che accada per esse
quanto gi  accaduto per lamministrazione ideologica marxista dellapparato della tecnica. Non
possono pi essere i valori dello spirito a portare al tramonto la carne del capitalismo.  la tecnica
a spingere al tramonto, dopo lo spirito, anche la carne.
Dietrologia  un brutto neologismo, un concetto screditato : linvenzione arbitraria e
interessata di eventi che si svolgerebbero al di l (dietro) dei fatti osservabili e che ne sarebbero la
spiegazione  uninvenzione interessata, perch favorisce lideologia di chi la fabbrica e la diffonde.
Quasi sempre, per, il rifiuto della dietrologia  espressione di un dogma altrettanto grave e
oggi molto pi diffuso: lincondizionata venerazione dei fatti, la fede in ci che sarebbe
osservabile al di l dei pregiudizi, delle fantasie, degli errori degli uomini. Non si tratta di rendersi
conto che anche in questo modo ci si porta al di l, dietro qualcosa (i pregiudizi, gli errori, ecc.): si
tratta di non dimenticare la critica serrata a cui sono stati sottoposti i concetti di fatto, di
osservabile, di dato nella cultura filosofica e scientifica contemporanea.
Lossequio per i fatti e la riprovazione della dietrologia si presentano spesso uniti alla
sopravvalutazione del potere esplicativo delle procedure giudiziarie. Non c chi non veda quanto
bisogno di applicazione delle leggi ci sia oggi in Italia. La forza con cui oggi si sviluppa da noi lazione
giudiziaria esprime inoltre in modo significativo una tendenza generale: il prevalere della mentalit
scientifica su quella ideologica  in questo caso sullideologia dei partiti, dei gruppi economici che li
hanno finanziati illegalmente, delle varie ideologie della tensione.
Ma proprio perch la logica della procedura giudiziaria ha un carattere scientifico,  di grande
interesse ricordare che quando la scienza, riflettendo su se stessa, vuole esprimere il valore
problematico dei propri risultati, e linaffidabilit dei fatti, dellosservabile, del dato, ecc., essa
sottolinea con energia la profonda somiglianza tra il proprio modo di operare e la procedura giudiziaria.
Intendo dire che mentre la venerazione per i fatti ritiene di trovare un potente alleato nel fatto
giuridico, la scienza, al contrario, riflettendo su di s, presenta se stessa come una procedura giudiziaria
proprio per mostrare che i fatti non hanno alcun valore assoluto e incontrovertibile.
In ogni tribunale si stabilisce che cosa  effettivamente accaduto in rapporto alle imputazioni, e
poi si applica il sistema di norme giuridiche vigenti. Ma stabilire che cosa sia effettivamente accaduto
non significa esibire un fatto indiscutibile, ma decidere, in base a certi criteri, che un certo evento,
piuttosto che un altro,  quanto  effettivamente accaduto e che dunque esso deve essere considerato
come fatto reale, come cosa effettivamente accaduta. Che si tratti di una decisione, e dunque di
qualcosa di discutibile e modificabile,  riconosciuto da tutti i sistemi giuridici moderni, che
ammettono la possibilit di impugnarla o modificarla.
Come  noto, soprattutto Karl Popper ha mostrato come il controllo delle teorie scientifiche
debba essere inteso come una procedura sostanzialmente analoga a quella del processo giudiziario. Alla
base delle teorie scientifiche non ci sono fatti inconfutabili, ma c la decisione di assumere come
base empirica delle teorie scientifiche certe asserzioni che si riferiscono a oggetti individuali
appartenenti allesperienza e che non sono messe in questione sino a che non si decida di impugnarle, rivederle e sostituirle con altre asserzioni di questo tipo, ritenute pi congruenti agli interessi pratici fondamentali delluomo.
Le teorie scientifiche corrispondono al sistema delle norme giuridiche; la decisione di assumere
certe proposizioni come base delle teorie scientifiche corrisponde alla decisione con cui il giudice o la
giuria stabiliscono che i fatti che si sono realizzati sono questi piuttosto che quelli. Dunque la base
empirica delle scienze oggettive non ha in s nulla di assoluto. La scienza non poggia su un solido
strato di roccia. Lardita struttura delle sue teorie si eleva, per cos dire, sopra una palude. Questo
passo di Popper  ormai celebre. A noi, per, qui interessa perch indica un buon modo di sfatare
lidolatria della procedura giudiziaria, spesso incautamente contrapposta alla dietrologia da quanti
venerano i fatti osservabili e che magari vedono nellesposizione fedele dei fatti il compito pi
autentico dei mass media. Intendiamoci: quellidolatria non ha nulla a che vedere con la corretta
procedura giudiziaria; e un giornalista o una giuria che si sforzano di appurare i fatti non vanno
confusi con i giudici e i giornalisti disonesti e incapaci. Ma qui si aveva lintento di rilevare come il
rifiuto della dietrologia non lasci libero uno spazio da riempire soltanto con la chiarificazione
giudiziaria degli eventi o addirittura della storia di un popolo. Se le invenzioni dietrologiche sono
ipotesi arbitrarie, non ci si deve buttare nelle braccia della venerazione acritica dei fatti e dellazione
giudiziaria, ma si devono formulare ipotesi consistenti, che certamente sfuggono al controllo
giudiziario, ma dalle quali si possono trarre conseguenze che hanno una potenza esplicativa superiore a quella giuridica.
Pasolini diceva di sapere chi fossero i responsabili delle stragi, ma di non avere e non poter
avere, in quanto intellettuale, prove e nemmeno indizi (mentre chi, al potere, aveva le prove non le
esibiva e non faceva nomi). Ma pi importante della conoscenza dei nomi dei responsabili , come in
ogni altro caso di questo genere, la conoscenza del senso della situazione storica in cui ci troviamo. 
possibile conoscere i nomi di tutti i responsabili delle stragi e non capire niente di quanto sta
accadendo. Ed  possibile conoscere il senso di quanto sta accadendo senza le prove e gli indizi della
logica giudiziaria, ma sul fondamento di una logica superiore, di prove e di indizi di tipo diverso ma pi decisivi.
Esistono infatti convinzioni che sono condivise pi o meno da tutti, ma che non potranno mai
essere provate, allinterno di un processo, mediante unesibizione di fatti. Per esempio la
convinzione  presa in considerazione in queste pagine  che tra le societ capitalistico-democratiche e
il socialismo reale  stata combattuta una guerra senza esclusione di colpi. Fuori del mondo
considereremmo chi dicesse di non condividere questa convinzione, ma non chi si dichiarasse poco
convinto del modo in cui si  concluso un processo. Quella convinzione ha un valore non inferiore a
quello di tutti i principi giuridici  anche perch ormai la nostra cultura attribuisce ai principi giuridici (e di ogni tipo) un valore di leggi semplicemente positive, cio costruite dalluomo e quindi modificabili e sostituibili.
Ma quella convinzione implica logicamente una conseguenza che, anche quando ci si rifiuta
di accettarla,  pi certa e ha una forza esplicativa superiore a quella di tutte le conclusioni giudiziarie;
e cio che anche le societ democratiche hanno dovuto adottare, per la propria sopravvivenza,
comportamenti non pubblici e quindi illegali, e che questa illegalit di alto profilo (che implica anche
forme di alleanza con il crimine internazionale)  stata il terreno in cui ha potuto attecchire quella
criminalit miserabile, volta a interessi personali o di gruppo, che oggi non intende uscire di scena,
come ha mostrato, tra laltro, la ripresa del terrorismo in Italia.
Ogni dietrologia deve essere evitata; ma non ci si dimentichi che il compito della scienza 
proprio quello di costruire ipotesi che, come dice la parola, si riferiscono a ci che sta sotto o
dietro la superficie delle cose. Sentiamo ancora Popper: Nella scienza cerchiamo sempre di spiegare
losservato (e losservabile) con ci che non si osserva (e che, forse, non pu essere osservato). Certo,
i problemi non finiscono qui,  n Popper (impropriamente utilizzato dagli estimatori dei fatti)  il vangelo.
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26.
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Prima variazione sullo stesso tema.
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Stanno dunque venendo alla luce, in Italia, le proporzioni abnormi della corruzione. Una
miriade di uomini politici che intascano denaro illecito; una miriade di imprese che lo versano e poi
fanno pagare allamministrazione pubblica dieci volte di pi del valore effettivo del servizio prestato;
una miriade di rapporti criminali tra mafiosi, politici, imprenditori.
Tutto questo  fuori discussione. Si deve allora concludere che, come per miracolo, la
violazione della legge e della morale in Italia  salita alle stelle? che tale violazione, cio,  un fatto da
constatare ma non da spiegare alzando un po lo sguardo al di sopra di esso?
Intanto, c una percezione netta, sostanzialmente poco equivocabile, relativamente a quanto sta
accadendo: di colpo, un coperchio  stato sollevato e si  riusciti a scorgere il contenuto disgustoso
della pentola. Di colpo, la magistratura prende iniziative tanto clamorose quanto numerose, la polizia e
i carabinieri le sanno portare a termine con efficacia e con mezzi adeguati per quantit e qualit, il
sistema carcerario non ha inceppamenti di rilievo e si mostra capace di gestire, sia pure duramente, il
vertiginoso aumento degli ospiti. Di colpo, un convoglio che si trovava o veniva tenuto su un binario
morto si  messo in moto, e a buona velocit.
Vi  poi una seconda percezione, altrettanto netta e inequivocabile, che non pu essere
accantonata, anche se raramente vien posta in connessione con quellaltra: da qualche anno, e anche in
questo caso quasi di colpo, il terrorismo era cessato. Era cessata non questa o quella forma di
terrorismo (rosso, nero): era cessato il fenomeno nel suo insieme. Da un lato, dunque, un
coperchio  dicevo prima   stato sollevato; dallaltro lato un coperchio era stato messo sullinsieme di
condizioni che producevano il terrorismo.
Si pu replicare dicendo che, in questo secondo caso, non  stato messo un coperchio, ma 
stata vuotata la pentola, cio lo Stato italiano ha debellato il terrorismo degli anni Settanta e Ottanta,
che non avrebbe nulla in comune con quello del 1992-93. Mi sembra per (limitandoci qui alla
considerazione del vecchio tipo di terrorismo) che sarebbe stata una vittoria ben straordinaria, che
avrebbe completamente sradicato la mala pianta con le deboli forze di uno Stato che, come quello
italiano, difficilmente pu essere ritenuto capace di unazione cos radicale, e condotta in un periodo in
cui, come oggi sappiamo, gli interessi dello Stato venivano violati in ogni modo dalla corruzione
pubblica e privata. Non  cio credibile che uno Stato ridotto allo stremo fosse capace, come invece
sostengono certi uomini politici, di unazione cos vigorosa e radicale nei confronti del terrorismo.
Appunto per questo dico che, anche qui, si tratta di coperchi  che per, in questo caso, sono stati messi
sui fattori che hanno prodotto gli anni di piombo del terrorismo.
Da un lato, dunque, il convoglio della legalit, fermo su un binario morto,  stato messo
improvvisamente in moto; dallaltro lato, e in sostanza quasi contemporaneamente, il convoglio
funebre del terrorismo, che in qualche momento della nostra storia  andato a pazza velocit,  stato
portato per un certo tempo su un binario morto, al di fuori di sguardi indiscreti. (Nel capitolo 29 sar
considerato il rapporto tra il vecchio terrorismo e la sua ripresa attuale.)
Quando si  verificato questo quasi-sincronismo? Grosso modo, dallavvento di Gorbaciov e
dalla riduzione della tensione Est-Ovest, alla fine dellUnione Sovietica. Non si tratta di una semplice
concomitanza casuale. In quel periodo  finita una contrapposizione grandiosa: la contrapposizione tra
societ democratico-capitalistica e societ comunista, che  stata tanto pi tesa e intensa quanto meno
ha scaricato in un conflitto aperto le immense energie accumulate per sconfiggere lavversario. Una
contrapposizione estrema, dove lavversario veniva considerato da entrambe le parti come
lincarnazione stessa del male, che quindi doveva essere combattuta senza limiti e senza esclusione di
colpi. In Italia la situazione era aggravata e complicata dalla presenza del pi forte partito comunista
operante nellarea occidentale. Lassetto democratico-capitalistico doveva dunque difendersi, in una
situazione come quella italiana, oltre che dal nemico esterno anche da quello interno. La radicalit della
contrapposizione dei due blocchi rendeva inevitabile la radicalit di questa forma di difesa e le
conferiva un carattere di piena legittimit.
Il postulato in cui tutti crediamo o possiamo credere  che il mondo occidentale non abbia
rinunciato a difendersi dal pericolo comunista  e quindi non abbia rinunciato, nella situazione italiana,
a quelle forme specifiche di difesa che erano richieste dalla pericolosit addizionale costituita dal
Partito comunista italiano. Il blocco occidentale non poteva cio permettersi che lItalia scivolasse
nellarea avversaria. Se si nega questultimo asserto, si deve negare anche quanto, invece, 
generalmente accettato  il postulato di cui stiamo appunto parlando  e cio che nello scontro con
lEst il mondo occidentale non ha rinunciato a difendersi e ha quindi adottato le misure adeguate.
Ma una volta accettato quel postulato, si devono accettare anche le conseguenze che ne
discendono. E innanzitutto che in Italia la difesa contro il pericolo interno comunista non poteva ridursi
alle forme pubbliche della lotta politica contro il Pci consentite dalla legislazione democratica. Infatti,
per essere efficace, tale difesa doveva essere segreta, cio non poteva rendere pubblico n quali
sarebbero state le contromosse da adottare in caso di rivoluzione comunista e di scontro aperto con le
sinistre, n quali forze alimentavano e costituivano lo schieramento anticomunista al di l dei limiti
consentiti dalla legislazione vigente. Per essere efficace doveva essere segreta; ma nella misura in cui
era segreta e occulta lorganizzazione della lotta interna contro il comunismo era inevitabilmente
illegale (e chi se ne meraviglia e se ne scandalizza o  ingenuo o mente), giacch in regime di
democrazia parlamentare tutto ci che  legale deve essere pubblico, soprattutto quando riguarda lo
Stato e la collettivit.
Venne cos a costituirsi in Italia (ma anche negli altri Paesi del mondo occidentale, sia pure in
forme diverse) un vasto mondo sotterraneo dove la societ democratico-capitalistica, per legittima
difesa contro la minaccia comunista, era costretta ad agire illegalmente. (E daccapo, non  il caso di
meravigliarsi e scandalizzarsi delle varie P2 e Gladio.)
Ma lesistenza di questa dimensione segreta e illegale non poteva rimanere senza conseguenze
sugli individui che pi o meno direttamente vi avevano accesso. Era infatti il luogo ideale per
praticarvi, oltre allillegalit richiesta dalla legittima difesa democratico-capitalistica, anche ogni forma
di illegalit che avesse come scopo linteresse privato. Il clima di segretezza e di illegalit non poteva
cio non favorire e non alimentare la corruzione. La magistratura pu oggi colpire questi effetti; ma
non se ne possono ignorare le cause, che si sottraggono decisamente allambito giudiziario. Non si pu
negare cio che, soprattutto in Italia, lo scontro planetario Est-Ovest non solo abbia costretto la classe
politica e il mondo imprenditoriale a favorire illegalmente la lotta anticomunista, ma li abbia anche
spinti a utilizzare in senso anticomunista quelle forze della criminalit internazionale che, come la
mafia, si erano sviluppate sulla base di una cultura del tutto estranea ai principi del comunismo
marxista e che quindi avrebbero avuto tutto da perdere da una vittoria di tali principi. Alleate preziose
contro il comunismo: ma scomode, imbarazzanti, inaccettabili, una volta che il comunismo ha finito di
esistere. Chi ha trovato indecente la perpetuazione della convivenza con tali forme e ormai inutile il
finanziamento illegale dellanticomunismo, e ha avuto la forza di farlo, ha sollevato il primo dei due
coperchi di cui ho parlato allinizio.
Daltra parte, lalleanza tra legalit democratico-capitalistica e illegalit e criminalit aveva
attecchito; la mostruosa simbiosi si era realizzata ed era sostenuta dai vantaggi personali di molti di
coloro che la gestivano. Di qui, la violenta reazione delle forze illegali affinch la collusione con la
legalit abbia a continuare.
Quanto al secondo coperchio  quello che per un certo tempo  stato messo sulla pentola del
terrorismo  gi negli anni Settanta sostenevo (cfr. il mio saggio Tchne, cit.) che leffetto oggettivo di
ogni terrorismo, anche di quello rosso, era di arrestare lavanzata del Pci. Latto terroristico era un
messaggio molto chiaro: mostrava nei fatti che la societ italiana era insicura e allo sbando. La
conseguenza che la gente traeva da questo messaggio (la conseguenza che questo messaggio era capace
di far trarre alla gente) era lopportunit di non imbarcarsi in avventure, di non imboccare cio le nuove
strade che la sinistra andava proponendo. Quando il mare  in tempesta (e il terrorismo era e mostrava
la tempesta),  meglio non cambiare imbarcazione. Per evitare che la barca della democrazia facesse
naufragio sulle scogliere del comunismo si poteva dunque sacrificare alla ragion di Stato qualche
decina di vite umane, spingendo al terrore e convincendo cos la gente a restare dove si trovava, nella
barca democratico-capitalistica.
Nel maggio del 1988  stata approvata dalle Camere, in Italia, una legge singolare e
sintomatica. Essa consente di non procedere contro un ministro incriminato di azioni delittuose, il quale
dimostri di aver agito nellinteresse dello Stato e che dunque mostri che le azioni commesse non sono
crimini. In genere, non si promulga una legge di cui non c bisogno. Questa legge prevede lesistenza
di azioni che sono crimini dal punto di vista del codice penale e civile, ma che non lo sono pi quando
chi le ha compiute abbia operato nellinteresse superiore dello Stato. Se non si promulgano leggi inutili
e se fino a questo momento nessuno si  appellato a quella legge per difendere il proprio operato, 
lecito ritenere che nellesplorazione del sottosuolo illegale che ha sorretto la lotta anticomunista non si
 ancora toccato il fondo. Sulla pentola del terrorismo  stato messo un coperchio; per quella legge
sembra fatta apposta per mettere al riparo tutti coloro che ieri avevano organizzato il terrorismo per
salvare lItalia dal comunismo e, innanzitutto, coloro che sanno maneggiare con tanta efficacia i coperchi.
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27.
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Seconda variazione. (Il terrorismo dosato).
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Si  detto recentemente che stanno maturando i tempi per far luce sul fenomeno del terrorismo
degli anni Settanta e Ottanta in Italia. Sarebbe una tesi accettabile, se le forze che hanno promosso quel
terrorismo fossero state vinte. Si supponga che nella forma in cui labbiamo conosciuto in quegli anni
non si sia pi ripresentato. Ma questo non significherebbe che le forze che lo ispiravano siano state
distrutte: a parte il fatto che, a differenza del terrorismo rosso, quello nero rimane, sul piano
giudiziario, un problema insoluto, a volte certe iniziative non hanno seguito perch hanno ottenuto quel
che volevano. Se fosse cos anche per quelle che hanno prodotto il terrorismo, allora esse non sono
perdenti ed  quindi troppo ottimistico ritenere che stiano maturando i tempi per far luce su quel
fenomeno  posto che il far luce consista nella chiarificazione giudiziaria, cio nella disponibilit di
testimonianze e documenti capaci di smascherare e far punire i colpevoli.
 per possibile mostrare quali conseguenze o effetti abbia un evento, senza conoscere quali
cause lhanno prodotto e chi ne abbia progettato la realizzazione. Se ad esempio un sasso rompe i vetri,
entra dalla finestra e cade in una stanza,  possibile conoscere i danni provocati senza sapere chi lo ha
gettato. La possibilit che leffetto di un atto sia qualcosa di molto diverso da ci che si aveva
intenzione di produrre mostra i limiti della chiarificazione giudiziaria del terrorismo (e di ogni fatto).
Lapparato giudiziario italiano ha individuato i responsabili del terrorismo rosso e le loro intenzioni.
Ma se ci che costoro hanno effettivamente prodotto , come indico qui avanti, qualcosa di molto
diverso da quel che volevano, la riduzione del terrorismo rosso ai parametri giudiziari non solo non
fa luce su di esso, ma ne oscura il significato nella misura in cui induce a ritenere che dopo la
chiarificazione giudiziaria il problema sia sostanzialmente chiuso.
Indipendentemente dai messaggi verbali o scritti da cui  accompagnato, latto terroristico di
quegli anni  di per se stesso, oltre che un evento, un messaggio eloquente. Anche quando 
rigorosamente muto. Anche quando, cio, come il terrorismo nero, non rivendica nulla, non dice che
cosa vuole e che cosa non vuole. Il messaggio che tutti capiscono quando latto terroristico, anche il pi
muto, si produce,  che le cose non vanno come dovrebbero andare, che la realt  minacciosa,
pericolosa. Tutti, anche i bambini, lo capiscono, cio provano tutti terrore. Ma quando si ha paura,
dicevamo, non si tentano vie nuove: proprio perch nuove, non sono sicure. Chi ha paura vuole
sicurezza; e non pu trovarla nel nuovo e nellimprevisto.
Ora, il periodo del terrorismo anni Settanta-Ottanta coincide con quello dellavanzata (non solo
elettorale) del Partito comunista italiano, che propone alla societ italiana il grande cambiamento, la
grande innovazione.  un po come il canto delle sirene: seduce. Ma a seguirlo si va anche verso
lignoto  verso limprevisto, linsicuro. Seduce, ma spinge verso vie nuove, che, proprio perch tali,
sono insicure. Ma  appunto da ogni nuova via che latto terroristico distoglie. Esso consolida le
abitudini sociali. Quando uno  preso dal terrore non si lascia sedurre dalle sirene, non si sogner mai
di cambiare la strada vecchia per la nuova. Cio non dar mai il proprio voto e il proprio consenso a un partito comunista.
Questo effetto anticomunista non si produce soltanto in conseguenza del terrorismo nero, ma
anche perch laltro si qualifica come rosso e comunista. Il primo agisce contro folle anonime o di
sinistra (piazza Fontana, piazza della Loggia, treno Italicus, ecc.); il secondo  mirato: le vittime sono
poliziotti, carabinieri, magistrati, uomini politici. Ma anche in questo secondo caso  dove lesiguit del
numero di persone che restano vittime del singolo atto terroristico  compensata dalla frequenza di tali
atti e dal rilievo sociale delle vittime  viene prodotta limmagine di una societ estremamente
pericolosa. I mass media e soprattutto la televisione contribuiscono a rendere pubblico il messaggio
terroristico e limmagine generica di una societ che non funziona tende a cancellare le differenze tra i
due tipi di terrorismo. Appunto perch anche quello rosso ha in quegli anni un effetto
sostanzialmente anticomunista, dicevo prima che tale effetto  qualcosa di molto diverso da ci che i
mandanti dicevano di voler produrre. Ora va aggiunto che si tratta di un effetto dosato.
Gi alla fine degli anni Settanta, prospettando la tesi che sto richiamando in questo capitolo,
scrivevo (Tchne, cit., cap. I) che le due forme di terrorismo, oggettivamente, si distribuiscono i ruoli:
sostanzialmente, il terrorismo nero (tipo piazza Fontana e Italicus) cessa proprio quando si
intensifica quello delle Brigate rosse. Cessa, senza essere stato smascherato o sconfitto.
Inoltre, il costo economico (mano dopera, materiali, ecc.) per far saltare in aria qualche decina
di persone in una piazza o su un treno  molto esiguo. Una organizzazione terroristica che, come quella
cosiddetta nera, riesce dopo ventanni a rimanere senza volto e impunita, non ha problemi di denaro
e di efficienza. Ossia non  per questo tipo di problemi che invece, poniamo, di far saltare cinque treni
non ne fa saltare cinquanta. Essa non sviluppa cio tutte le potenzialit distruttive di cui dispone. Pu
far saltare cinquanta treni, ma ne fa saltare solo cinque. Sia per la distribuzione dei ruoli, di cui parlavo
prima, sia per la parsimonia nella distruzione, il terrorismo  dosato.
Che cosa sarebbe accaduto se fossero saltati cinquanta treni? Non  difficile rispondere: legge
marziale, concentrazione delle funzioni di governo nelle mani di un comitato ristretto con poteri
straordinari, limitazione delle libert civili e parlamentari, eliminazione di ogni dissenso o protesta
contro questi provvedimenti: eliminazione della democrazia e soprattutto dellinevitabile dissenso
comunista, inaccettabile da parte di un regime autoritario che assicura lordine pubblico con lappoggio
delle forze del Patto Atlantico. Ma questo non  accaduto. Il terrorismo nero, pur potendolo fare, non
ha realizzato le condizioni che avrebbero portato alleliminazione violenta e rapida del Pci. Ha fatto
qualcosa di pi sottile. Il dosaggio  una sottigliezza. Soprattutto perch il dosaggio del terrorismo  il
dosaggio dellanticomunismo.
Tra gli anni Settanta e Ottanta si sviluppa nel Pci un duplice processo: 1) sua avanzata elettorale
e sociale, 2) sua rinuncia al marxismo rivoluzionario e sua socialdemocratizzazione. Agli occhi del
sistema democratico-capitalistico il primo processo risulta deprecabile e troppo veloce: auspicabile ma
troppo lento il secondo. C il pericolo che il Pci, alla guida delle masse lavoratrici italiane, arrivi al
governo essendo ancora troppo comunista e troppo poco socialdemocratico. Le masse lavoratrici sono
indispensabili al sistema; ma il sistema non vien messo a repentaglio solo se la velocit del primo
processo  diminuita e aumentata quella del secondo. Il sistema non trarrebbe vantaggio dalla
eliminazione rapida e violenta del Pci, perch rimarrebbe insoluto il problema del rapporto con le
masse lavoratrici; ma trarrebbe vantaggio da un controllo delle due velocit, capace di invertirne i
valori e di rendere lavvicinamento del Pci alla democrazia pi veloce della sua avanzata elettorale. N
briglie al collo, n eliminazione violenta del Pci. Questa inversione delle due velocit  un
anticomunismo dosato.
Non intendo dire che il sistema democratico-capitalistico abbia avuto lintenzione di
organizzare il terrorismo (non abbiamo nemmeno elementi per escluderlo). Intendo sostenere che il
terrorismo dosato ha prodotto un anticomunismo dosato, ed  stato quindi un fenomeno oggettivamente
congruente agli interessi e alle intenzioni della democrazia e del capitalismo in Italia. La democrazia
non poteva tollerare leliminazione scopertamente e violentemente antidemocratica del Pci; e Max
Weber osserva, giustamente, che gli interessi del capitalismo evoluto sono pi garantiti dalla
democrazia che da un regime autoritario di destra.
Alla pressione anticomunista il Pci ha reagito nellunico modo percorribile. Consapevole
dellimpossibilit di una rivoluzione comunista nellambito della sfera di influenza americana, il Pci
non poteva far altro che accentuare sempre pi il proprio carattere democratico, la propria fedelt alla
costituzione italiana e la propria indipendenza da Mosca: per rendere il pi possibile evidente che
leliminazione del Pci sarebbe stata lequivalente della eliminazione della legalit democratica. Per
quanto la cosa possa essere sconcertante, il terrorismo dosato ha favorito la democratizzazione del Pci e
quindi dellintera societ italiana.
Indubbiamente, labbandono del marxismo e la socialdemocratizzazione, e dunque la
democratizzazione del Pci hanno anche motivazioni molto pi profonde del terrorismo dosato
(impossibilit della rivoluzione comunista, crisi dellintera tradizione occidentale). Ci nonostante, il
terrorismo dosato  stato un fattore di rilevante importanza nel processo in cui il Pci  andato
confermandosi ai modelli delle democrazie occidentali. La violenza terroristica ha favorito la
democrazia. Certo, non la democrazia pura, una specie di angelo caduto dal cielo, ma la democrazia
reale che poteva attecchire nello scontro con il mondo comunista  una democrazia indotta (con la o
chiusa), dunque.
A questo punto, rimane aperto il problema dei rapporti tra leffetto oggettivo del terrorismo
dosato e le intenzioni delle forze che hanno guidato la societ democratico-capitalistica italiana. Non
sarebbe poi cos importante risolverlo, se non fosse che, a quanto risulta, i mandanti del terrorismo
nero (che hanno ottenuto quanto volevano, cio larginamento del comunismo in Italia) non sono
stati individuati n emarginati e continuano a esistere (a meno che non siano morti senza che ce ne sia
giunta notizia). E si son rifatti sentire.
Il fenomeno del terrorismo  diverso da quello delle tangenti e della mafia. Non implica
vantaggi personali dei mandanti. O  espressione di forze che non sono state vinte, oppure, nei suoi
effetti oggettivi,  congruente agli intenti delle forze oggi vincenti. Non si vede come questo fenomeno
possa essere rinchiuso e controllato dalle procedure dellinchiesta giudiziaria. O potrebbe esserlo, a
condizione che non sia esistita alcuna continuit tra gli intenti dellanticomunismo legale e il
terrorismo, e che, mentre il sistema si asteneva da ogni forma di violenza, alcuni andassero compiendo
stragi dosate a sua insaputa.
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28.
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Terza variazione.
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In un articolo sul Corriere del 3.3.1993 avevo ripreso in questo modo largomento dei tre
precedenti capitoli: La corruzione dei politici e degli imprenditori italiani  una conseguenza  un
sottoprodotto  della lotta che le societ democratico-capitalistiche hanno dovuto sostenere nellultimo
mezzo secolo contro il comunismo. Questa mia tesi  mi fa piacere constatarlo   stata accolta e
riproposta da giornalisti come Giulio Anselmi e Giorgio Bocca (e implicitamente da Francesco
Cossiga. E lha sostenuta anche Giuliano Amato in una intervista televisiva con Enzo Biagi del 18
aprile 1993). Sul Corriere lavevo formulata nellestate del 92; ma in passato ne avevo espresso il
nucleo teorico dicendo che fenomeni come la P2 e Gladio erano inevitabili nella lotta anticomunista.
Chi se ne meravigliava o scandalizzava non era in buona fede o capiva poco.
Quali sono i motivi che sostengono questa tesi? Forse laccesso a fatti o a documenti che ad
altri non  dato conoscere? Certamente no! Lintellettuale si trova estromesso, per definizione, dai
luoghi dove si decidono gli eventi pi importanti. Cionondimeno la riflessione critica sullo sviluppo
storico riesce a portare alla luce qualcosa  il senso della storia, appunto  di cui spesso non sono
consapevoli nemmeno i protagonisti.
Lo scontro tra sistema democratico-capitalistico e sistema comunista  stato senza esclusione
di colpi. Ognuno dei due avversari ravvisava infatti nellaltro lincarnazione stessa del male e
dellerrore. La radicalit di questa lotta  un fatto;  il fatto da cui si deve partire e su cui pi o
meno tutti si trovano daccordo. Ma una volta che lo si accetta, si devono anche accettare certe
conseguenze che, pur non essendo propriamente dei fatti sono peraltro necessariamente (o
logicamente) implicate da esso.
Nel mio succitato articolo questa implicazione era cos riproposta:
Se e poich quella lotta  stata radicale, ognuno dei due avversari ha dovuto rendere il pi
possibile efficace il proprio dispositivo di difesa e di offesa  che non era solo di carattere militare, ma
era anche organizzazione economica, finanziamento e distribuzione dei ruoli, controllo dei punti-chiave
della societ. Ma tutto questo sarebbe stato impossibile se tale dispositivo fosse stato predisposto e
avesse funzionato alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. Lefficacia del dispositivo ne richiedeva
cio la segretezza, il suo sottrarsi alla dimensione pubblica della societ. E nelle democrazie occidentali
(a differenza del totalitarismo sovietico) questo sottrarsi al controllo pubblico era inevitabilmente un
porsi sul terreno dellillegalit, visto che nelle societ democratiche tutto ci che la riguarda  legale
solo se  pubblico e pubblicamente controllato.
La radicalit della lotta anticomunista ha cio costretto la legalit democratico-capitalistica ad
agire illegalmente. O soccombere, o agire contrariamente ai principi che essa stava difendendo contro il
totalitarismo comunista. In questo clima di inevitabile illegalit, la violazione delle leggi democratiche
aveva lo scopo di difendere la democrazia e il capitalismo. Ma questo clima ha favorito quellaltro tipo
di illegalit, dove lanticomunismo era soltanto un alibi, cio la violazione delle leggi aveva come
scopo il vantaggio privato ed  quindi sopravvissuta alla morte del comunismo. La corruzione privata
come sottoprodotto della lotta anticomunista.
Sono due forme molto diverse di illegalit. Se non le si distingue viene fatta sparire
prematuramente la classe politica italiana e viene gravemente minacciato linvestimento di capitale.
Quando funziona, la magistratura  una macchina che non pu essere fermata con motivazioni
etico-giuridiche, ma con la giustificazione politica dellillegalit, che si  dovuta praticare per difendere
la legalit democratica in Italia (dove esisteva il pi forte partito comunista occidentale, finanziato e
dipendente da Mosca).
Questo non significa scagionare i ladri, che devono essere perseguiti e la cui perpetuazione
deve essere resa impossibile mediante una legislazione adeguata. E si deve anche impedire, negli
interessi della democrazia, che gli apparati illegali che hanno avuto la funzione di combattere il
comunismo vengano utilizzati oggi, da certi gruppi di potere, per arginare le aspirazioni della gente a
una societ pi democratica e pi vivibile.
I politici e gli imprenditori italiani che hanno praticato lillegalit per impedire che il
comunismo prendesse piede in Italia non devono dunque comportarsi come quelle ragazze di una volta
che andavano allaltro mondo perch, non volendo far sapere in famiglia che non erano pi vergini, si
rifiutavano di farsi visitare dal ginecologo. Che la democrazia italiana (e altrui) perdesse la verginit
era inevitabile. Altrimenti sarebbe stata vergine e martire.
Perch, dunque, non si tira fuori quella legge, approvata dal parlamento italiano nel maggio
del 1988, per la quale chi ha responsabilit politiche e viene accusato di azioni illegali pu non essere
incriminato qualora egli dimostri di aver agito nel superiore interesse dello Stato
(democratico-capitalistico)?
Sembra dunque necessario depenalizzare le forme illegali della lotta anticomunista. Non solo
rispetto al mondo dei politici, ma anche a quello degli imprenditori che in Italia hanno finanziato
(sarebbe stato sorprendente che non lo facessero) i partiti anticomunisti. Oggi lItalia non pu
permettersi n la cancellazione della classe politica n lulteriore indebolimento delle forze
imprenditoriali. Non  un compito facile, ma ha il vantaggio di ridurre il male da curare, di non rendere
utopiche le terapie e di ridurre considerevolmente i costi che, sul piano dello sviluppo economico, lo
smascheramento della corruzione fa sopportare alla nostra societ.
Estremamente pi difficile, invece, e improponibile, la depenalizzazione delle forme illegali
della lotta anticomunista, se e quando questultima  voluta diventare terrorismo e strage di Stato. Chi
consentiva le stragi, e forse chi le eseguiva, era probabilmente convinto di agire per il bene superiore
della nostra societ. Forse si sentivano patrioti. Come metterli in galera? Anche se esiste una legge
che potrebbe consentire loro di evitarla, come giustificarne lapplicazione, davanti allopinione
pubblica italiana del giorno doggi? E se responsabilit e organizzazione del terrorismo non erano solo
italiane, come  possibile mettere sotto processo lintero sistema di potere internazionale che  uscito
vincitore della lotta contro il comunismo?
Alcuni politici, da Andreotti a DAlema, sono intervenuti (Il Sabato 20.2.93) a proposito
delle tesi formulate in questo e nei tre capitoli precedenti.
Andreotti replica: Certamente il sostegno sovietico creava problemi comparativi. Ma non direi
che questa sia stata la causa di una perdita di quota ideale che si  andata via via aggravando. Mi
sembra che egli voglia dire, con la prima battuta, che il sostegno sovietico al Pci determinava il
problema di costituire forme analoghe di sostegno ai partiti anticomunisti. Se siamo daccordo che
listinto di sopravvivenza non agisce soltanto negli individui, ma anche nelle istituzioni e nelle
ideologie, dobbiamo allora escludere che, usando il comunismo ogni mezzo  anche e soprattutto quelli
illegali dal punto di vista del diritto occidentale  per distruggere le societ democratico-capitalistiche,
queste ultime si astenessero dal fare altrettanto nei confronti del comunismo. Questa reciprocit, che sul
piano internazionale si realizzava come mutua deterrenza nucleare, si riproponeva quindi, e questa
volta non alla luce del sole ma con la maggior segretezza possibile, negli ambiti specifici in cui veniva
organizzato lo scontro tra i due poli. LItalia era appunto uno di quegli ambiti. Se si accetta il principio
di sopravvivenza e quello di reciprocit nelluso dei mezzi di difesa e di offesa, si deve concludere che
in Italia lorganizzazione efficace di quei mezzi implicava, come si  detto, la sua segretezza, il suo
sottrarsi al controllo pubblico e democratico e quindi la sua illegalit  lillegalit richiesta per la difesa
della legalit democratico-capitalistica.
 possibile che Andreotti e quanti hanno guidato la politica italiana non appartenessero
allorganizzazione illegale della difesa della legalit. Ma sarebbero stati degli incompetenti se fossero
stati alloscuro della sua esistenza. Va anche detto, in relazione alle comparse televisive di Andreotti in
primavera, che esse erano efficaci sul piano della tattica, ma deludenti su quello della strategia politica,
sul piano cio delle ripercussioni sul nostro Paese dello scontro Est-Ovest.  anche vero che Andreotti
pu conoscere la strategia, ma preferire di non mostrarlo.
Con questo non intendo dire nemmeno che quanti in un primo tempo dovevano agire
illegalmente per difendere dal comunismo la legalit democratico-capitalistica siano stati quegli stessi
individui che in un secondo tempo sono diventati dei corrotti per vantaggi personali, e hanno perduto,
come dice Andreotti, la quota ideale in cui inizialmente si trovavano. Se si suppone (come mi sembra
che faccia Andreotti) che questa sia la mia tesi, si deve allora certamente escludere che
lanticomunismo sia stato la causa della corruzione morale di chi lo condivideva. Ma quella
supposizione non appartiene a quanto sostengo. Lillegalit dellanticomunismo ideale  stata il
terreno in cui ha potuto attecchire lillegalit per scopi personali. E il terreno non  il seme della pianta
della corruzione privata, anche se  la condizione della sua crescita. Qualcuno, s, pu essere passato
dalla pratica illegale dellanticomunismo ideale allillegalit mirante a vantaggi personali e sia
divenuto moralmente corrotto. Ma  verosimile che in altri questo non sia accaduto. Come pu anche
darsi che vi sia stato qualcuno in cui la corruzione morale non sia stata preceduta da alcuna
partecipazione disinteressata allideale anticomunista.
Daltra parte questo ideale richiedeva, per essere efficace, una organizzazione che favorisse il
finanziamento illegale dei partiti, la mobilitazione di forze di sicura fede anticomunista come la mafia,
la costituzione di strutture tipo P2 e Gladio, e perfino quellattivit terroristica che aveva lo scopo,
producendo il caos, di mostrare alla gente quanto fosse allo sbando la societ italiana e dunque quanto
fosse sconsigliabile ogni novit politica e ogni avventura nelle braccia del Pci: quando c un ciclone
(questo il messaggio esplicito dellatto terroristico, che era, insieme, il ciclone e il messaggio che lo
annunciava)  meglio non muoversi: meglio non cambiare le abitudini elettorali dando voti alla sinistra.
Lo scopo del terrorismo anticomunista era il minor male. Questa forma di terrorismo anticomunista era
qualcosa di analogo alla pena di morte che la Chiesa consente in vista del bene comune della societ
(a parte il fatto che la pena di morte  inflitta al colpevole, mentre il terrorismo era costretto a uccidere
linnocente. Giacch, nella logica da cui era guidato, qualche cadavere in pi era preferibile al prender
piede del comunismo in Italia. (Sui rapporti tra terrorismo nero e rosso, cfr. E.S., La tendenza
fondamentale del nostro tempo, cit., VI, 2; cfr., anche, E.S., Tchne, cit., I.)
Difficile, quindi, che chi era alla guida della politica italiana tutto questo non lo sapesse.
Quando Cossiga dice che i partiti debbono decidersi alla grande confessione, la sua affermazione 
significativa se si riferisce appunto alla conoscenza che chi stava in alto doveva avere del modo
inevitabilmente illegale con cui la democrazia doveva difendersi dal comunismo. A meno che non si
voglia credere che lo Stato italiano, appena avvistato un nemico, fosse capace di distruggerlo, bisogna
dire che col nemico  in questo caso la mafia  lo Stato doveva pur instaurare rapporti, contatti,
accordi, se non altro per stabilire le tregue e i criteri della convivenza. (Succede in tutte le guerre, anche
in quelle pi radicali e insanabili.) Soprattutto se la mafia poteva servire contro quel ben pi temibile
nemico (ben pi temibile, dal punto di vista di chi aveva il potere in Italia e nelle altre democrazie
occidentali) che era il comunismo.
Pertanto  possibile che Andreotti risulti estraneo alle imputazioni rivoltegli, ma questo
vorrebbe dire che cera o c qualcun altro in Italia, ai vertici del potere, che ha svolto quel compito di
mediazione tra Stato e grande criminalit, che molti oggi ritengono venisse svolto da Andreotti sul
piano del banale scambio di interessi privati.  dunque pi adeguato escludere che Andreotti, o altri del
suo rango, si collocassero sul piano della semplice e bieca brama di ricchezza e di potere. Negli ultimi
decenni ladri e assassini lhanno fatta da padroni in Italia; ma loperazione Mani pulite non deve far
dimenticare che la logica del sistema, nella guerra contro il comunismo, richiedeva che qualcuno,
anche in Italia (ma, suvvia, non solo in Italia) si sporcasse le mani. Non  escluso che, tra chi lo ha
fatto, qualcuno se le sia sporcate pi del dovuto e sia, oltre che della politica alta, anche un
rappresentante di quella bassa e criminale. Il difetto dellattuale imputazione giudiziaria delloperato
politico  la confusione e lidentificazione di queste due forme di illegalit.
Mi sembra che Paolo Emilio Taviani e Gino Giugni siano daccordo con me sul modo in cui lo
scontro Est-Ovest si  configurato nella situazione italiana. Solo che Taviani, e pi marcatamente
Sergio Mattarella, ritengono che col mio discorso si rischi di scivolare nel giustificazionismo. Ma,
rispondo, indicare il contesto e spiegare le cause della corruzione morale dei singoli non significa
giustificarla. Nemmeno quando dico che la democrazia doveva difendersi con mezzi illegali dal
comunismo, giustifico questo fatto: ma affermo che se la democrazia voleva sopravvivere doveva agire in questo modo.
Se Massimo DAlema  daccordo con me e ritiene del tutto fondata la mia tesi, che mi
sembra condivisa anche da Gianni Pellicani, Rino Formica mi obietta invece: Se questo sistema fosse
stato creato soltanto per contenere il comunismo, si proverebbe che il comunismo  stato
completamente estraneo a questo nostro sistema: il che non . Se questo nostro sistema  per
Formica linsieme delle pratiche illegali presenti nella societ italiana per combattere il comunismo e se
egli vuol dire che anche nei comunisti cera illegalit e immoralit, rispondo che la corruzione morale e
penalmente perseguibile di alcuni comunisti  pienamente compatibile con lovvia estraneit del
comunismo alla lotta anticomunista condotta con mezzi illegali sul fondamento dellideale
democratico-capitalistico. Se invece, come mi sembra pi probabile, questo nostro sistema  per
Formica la nostra democrazia, allora io non ho mai sostenuto, ovviamente, che il nostro sistema sociale
sia stato creato soltanto per contenere il comunismo, e riconosco che il comunismo  stato una
componente dialettica del sistema, al quale essa  andata peraltro sempre pi avvicinandosi. Ma ci non
toglie che il nostro sistema si sia difeso con ogni mezzo da ci che il comunismo avrebbe voluto fare se lo avesse potuto.
Infine, Gino Giugni mi obietta: Il fatto che il comunismo sia stato combattuto con metodi
illeciti poteva essere vero negli anni 50, non dopo. Negli anni 60 il Pci non aveva nei suoi piani la
rivoluzione. Ma perch non era nei suoi piani? Perch non poteva farla. Se lo avesse tentato sarebbe
stato eliminato. E non soltanto dalle truppe americane, ma anche dalla presenza, in Italia, di forze che
anche negli anni Sessanta (e anche in seguito) erano capaci di contenere il comunismo e che quindi 
organizzate al di fuori del controllo pubblico, democratico delle iniziative  dovevano essere attivate
con metodi illeciti dal punto di vista della legalit democratica.
...
.
...
29.
...
.
...
Quarta variazione. (Il terrorismo e il cambiamento politico in Italia).
...
.
...
Si  detto recentemente che bisogna decidersi a considerare i terroristi come delinquenti
comuni. Non mi  risultato chiaro il motivo; ma  fuori dubbio che si tratta di un discorso pericoloso. Il
giorno dopo di piazza della Loggia a Brescia, Alberto Moravia aveva scritto sul Corriere che i
terroristi, privi di idee (anche di idee fasciste), erano soltanto dei razionalizzatori, per lo pi inconsci e
quasi sempre imbecilli, delle proprie tare private. Si parlava, allora, di squallide minoranze. E si
faceva un grosso favore a quanti seminavano la morte, perch si alterava e mascherava la loro
fisionomia e quindi si contribuiva a renderli inafferrabili. Solo un poco alla volta e a fatica ci si  resi
conto  e oggi  una tesi generalmente accettata  che il terrorismo era guidato da interessi politici ed
economici di grande consistenza.
Credo di essere stato tra i primi o addirittura il primo a parlare del carattere stabilizzante del
terrorismo: quasi quindici anni fa (in Tchne, cit.), dopo aver rilevato che la tensione tra le due
superpotenze era il fattore stabilizzante planetario, aggiungevo: Il terrorismo di destra  espressione
del fattore stabilizzante: destabilizza lordinamento democratico in Italia per mantenere il fondamentale
tipo di stabilit promosso dalle superpotenze (pp. 23-24). Riprendendo questo discorso, alla fine degli
anni Ottanta scrivevo: Il fattore propriamente destabilizzante, in Italia, non  il terrorismo, ma il
Partito Comunista Italiano (La tendenza fondamentale del nostro tempo, cit., p. 140).
Si  visto sopra in che senso si debba dire che il terrorismo ha contribuito in maniera rilevante a
far s che il Pci si adeguasse ai canoni della democrazia e della costituzione italiana, togliendogli anche
gli ultimi denti con cui avrebbe potuto mordere lordinamento capitalistico.  impresa pressoch
disperata risalire ai mandanti del terrorismo; ma  anche abbastanza inutile, perch lesito oggettivo del
terrorismo di quegli anni (sia di destra, sia di sinistra)  stato appunto di contribuire in modo
consistente alla democratizzazione, cio al disfacimento del comunismo in Italia.
Sembra allora che in base a queste considerazioni si debba escludere che la ripresa del
terrorismo a Roma, a Firenze, a Milano abbia qualcosa a che vedere col vecchio terrorismo di piazza
Fontana, piazza della Loggia, ecc. Il comunismo infatti  stato distrutto a livello planetario e quindi non
c pi bisogno del terrorismo per difendersi da esso. Il che  fuori discussione. Ma fuori discussione 
anche il fatto che non sono venute meno le forze che, sentendosi minacciate dal comunismo, avevano
trovato nel terrorismo un valido strumento di difesa e addirittura ne erano state le ispiratrici e la mente.
Si tratta di capire che queste forze, in Italia ma non solo in Italia, si sentono pi minacciate oggi di ieri.
E non  che vedano male.
Se tra capitalismo e comunismo  stata combattuta una guerra allultimo sangue, era inevitabile,
come sto dicendo da molto tempo, che il mondo capitalistico usasse ogni mezzo contro il nemico
mortale (che a sua volta aveva adottato la stessa strategia). Inevitabile, tra laltro, che, contro il
comunismo, le forze della legalit democratico-capitalistica si alleassero alla grande illegalit
internazionale. Nei film e nei serial televisivi americani questo fenomeno  venuto vistosamente alla
luce: come ai tempi della guerra al fascismo e al nazismo, cos, nella lotta contro limpero del male,
leroe si trova spesso alleato a una malavita dai tratti non del tutto repellenti. Nello scorso aprile, in
unintervista al Corriere, a chi gli chiedeva se in Italia era stato proprio indispensabile linflusso
americano e cio la camicia di forza anticomunista, William Colby, direttore della Cia intorno alla
met degli anni Settanta e per quasi un ventennio ai vertici dellorganizzazione, ha risposto: S.
Meglio i ladri dei dittatori. Sono fiero di quello che abbiamo fatto.
Sennonch, dopo leliminazione dei dittatori, i ladri sono rimasti, e sono rimasti anche i rapporti
e i fitti intrecci di interessi che i non ladri avevano dovuto stabilire con i ladri (che alloccorrenza
diventano anche assassini). Quando in una guerra un esercito  sconfitto, non  che le armi dellesercito
vincitore si trovino ad essere dun tratto liquidate e messe in soffitta. (Non lo sono nemmeno quelle
dellesercito sconfitto.) Incomincia la smobilitazione  che per lo meno colpisce gli interessi dei
fabbricanti di armi. In Italia, sembra, la smobilitazione  incominciata e si esprime come volont di
chiudere i conti col vecchio sistema di potere e con la partitocrazia. Non  solo un movimento di lite:
anche la gente comune ha capito benissimo che in alto c del marcio. In questi giorni si continua a dire
che il terrorismo vuol impedire il cambiamento in atto in Italia. Sono daccordo. Ma mi auguro che
la volont di cambiamento non sia accompagnata, da noi, da troppa ingenuit.
Per la societ democratico-capitalistica italiana il comunismo era il pericolo maggiore; ma per
le forze conservatrici il comunismo era un pericolo decisamente inferiore alla volont di cambiamento
che oggi si fa sentire in Italia e che, in varie forme,  destinata a farsi sentire anche in tutte le altre
societ occidentali (che non sono angeli caduti dal cielo e nelle quali, dunque, la legalit
democratico-capitalistica non poteva non aver attivato, durante la lotta anticomunista, forme di
collusione con il grande crimine internazionale, che in cambio di vantaggi e di coperture offriva una
rete ampia e fitta di centri di sicura fede anticomunista. Il capitalismo deviante e illegale  sembra che
la droga costituisca il maggior giro daffari del mondo   infatti ancora pi ostile al comunismo di
quanto non lo sia il capitalismo legale, costretto a venire a patti con i principi democratici di tutela dei
diritti degli individui, e in questo senso pi aperto, sia pure obtorto collo, allinterpretazione
marxista-comunista di tali diritti).
Lattuale volont di cambiamento , per le forze conservatrici, un pericolo maggiore del
comunismo, perch non si presenta pi sotto le insegne della falce e martello. Durante lo scontro
Est-Ovest, la volont di cambiamento era stata monopolizzata dal Pci. Quindi il soffocamento di essa
aveva una grande giustificazione politica e godeva della simpatia e dellappoggio di tutto il mondo
occidentale, che non poteva capire e a stento poteva tollerare lesistenza di un partito comunista con le
proporzioni di quello italiano. Ma con la fine del comunismo non  venuta meno neppure la volont
della gente di non perdere i propri diritti, di non arretrare rispetto al livello economico raggiunto, o di
arretrare soltanto nella misura richiesta dalla necessit di risanare leconomia nazionale (visto anche
che da noi leconomia era stata portata allo sbaraglio per finanziare uno sforzo che era s diretto contro
il comunismo, ma insieme privilegiava una lite e una serie di clientele che, pur costituendo il consenso
di massa al sistema, erano e rimangono pur sempre una minoranza della popolazione italiana).
Il progetto democratico di rendere gli individui padroni e non schiavi della megamacchina
tecnico-industriale  destinato a rimanere un sogno. Ma, allinterno di questa situazione, lattuale
volont di cambiamento in Italia  meno utopica della volont di cambiamento che ieri era
sostanzialmente monopolizzata dal comunismo italiano e la cui dipendenza da Mosca era evidente.
Soffocare il cambiamento comunista non era unutopia: utopica era una rivoluzione comunista nella
sfera di influenza americana. Ma se la nuova volont di cambiamento  meno utopica della vecchia,
essa risulta anche pi pericolosa per quelle forze che dal soffocamento del cambiamento comunista
hanno ottenuto il consolidamento di tutti i loro pi sostanziosi vantaggi e privilegi.
Se dopo la fine del comunismo la grande collusione tra legalit democratico-capitalistica e
illegalit criminale punta i piedi e non intende farsi smantellare ci  dovuto al fatto che allinterno di
essa c chi ha capito che la nuova volont di cambiamento  appunto pi pericolosa della vecchia e
che dunque, rispetto al nuovo pericolo,  opportuno applicare nuovamente quelle procedure del terrore
che in passato hanno frenato e contenuto lavanzata del comunismo in Italia.
Daltra parte, non si pu senzaltro sostenere  lo si mostrer qui avanti  che come in passato
(prima cio della caduta del Muro di Berlino) leffetto oggettivo del terrorismo in Italia era di arginare
lavanzata del Pci  leffetto oggettivo, indipendentemente cio dallindividuazione giudiziaria dei
mandanti e degli esecutori , cos, oggi leffetto oggettivo del terrorismo di Roma, Firenze, Milano, sia
di convincere la gente che essa sta andando in una direzione giudicata riprovevole da chi, rimanendo
impunito, ha la capacit di uccidere allingrosso. Indubbiamente, il terrorismo degli ultimi tempi pu
indurre qualcuno a non cambiare la strada vecchia per la nuova e, soprattutto, a non voler cambiar tutto
e subito. Pu indurre le lites cattoliche a rallentare lavvicinamento al Pds, i giudici a smantellare le
tegole ma non la struttura portante del capitalismo italiano, la Chiesa a non dimenticare del tutto la sua
alleanza col capitalismo durante la guerra fredda.
In effetti, natura non facit saltus. E anche i sistemi sociali dominanti sono una specie di natura.
Nello scorso febbraio, in unedizione speciale del Costanzo show, Arrigo Levi si era stupito che il
sottoscritto parlasse di una rivoluzione in atto in Italia. (Poi lespressione  stata inflazionata.) Ma
sappiamo anche che, dopo le prime impennate, ogni rivoluzione rifluisce verso il passato, attestandosi
tuttavia su posizioni pi avanzate di quelle contro cui si era diretta. Se questo , nel migliore dei casi,
landamento di ogni moto rivoluzionario, condizione fondamentale della sua riuscita  per che esso
non sottovaluti il proprio avversario. Se dietro il terrorismo degli ultimi tempi c la mafia, dietro la
mafia c la produzione e il traffico della droga  un nemico cio contro il quale non solo lItalia, ma
anche gli altri singoli Stati possono fare ben poco e che pu essere fronteggiato e contenuto solo da
unalleanza internazionale che innanzitutto preveda la solidariet tra Stati Uniti ed ex Unione Sovietica.
Un nemico, peraltro, che  una delle pi importanti componenti del capitalismo mondiale e a proposito
del quale  difficile stabilire dove incominci la sua deviazione dal capitalismo legale  anche perch 
difficile stabilire quando il capitalismo incomincia ad essere illegale.
Ancora una volta, in Italia come altrove non si pu far altro che evitare di essere lanello debole
della catena che il crimine internazionale e le forze pi conservatrici intendono rompere.  difficile
credere nelle virt taumaturgiche del risanamento morale: i costumi dei popoli ricchi sono
inevitabilmente rilassati. Pi credibile la capacit di reagire di chi sente minacciati da vicino i propri
privilegi. Decisiva, quindi, a livello planetario, la capacit dellapparato scientifico-tecnologico di
eliminare le forze che ne minacciano la sopravvivenza  e le multinazionali della droga, come tutte le
forme attuali della produzione economica, distruggendo la vita, minacciano la base naturale di tale
apparato e si avviano alla distruzione di se stesse. I popoli ricchi devono sentirsi vicini al suicidio per
avere la forza di reagire. (Daltra parte, se il nostro  il tempo del tramonto delle ideologie, non  forse
prevedibile, oltre alla crisi di quella grande ideologia che  il capitalismo, anche il tramonto delle sue
forme devianti?) Ma in relazione alla situazione italiana vanno considerati altri fattori.
La Lega  un movimento popolare i cui intenti differiscono da quelli dei grandi gruppi
economico-finanziari. Tuttavia sembra che abbia la capacit di succedere alla Democrazia cristiana
nella funzione di organizzare le masse con criteri antitetici al comunismo e al marxismo, e quindi
sostanzialmente congruenti agli interessi di fondo delle forze conservatrici e in generale del capitalismo italiano.
Dal punto di vista di questi interessi, il successo della Lega  rassicurante. Si tratta di vedere se
sia anche sufficiente per equilibrare le preoccupazioni che, secondo quel punto di vista, provengono,
per esempio, dallavanzata di Rifondazione comunista, dalla tenuta del Pds e dallevoluzione dei
rapporti tra questi due gruppi politici e, in generale, tra i diversi raggruppamenti progressisti. Un
riaccostamento del Pds a Rifondazione comunista e quindi al marxismo sarebbe un elemento decisivo
per rafforzare nelle forze conservatrici la convinzione che le loro posizioni di predominio sono
maggiormente minacciate oggi, che il Pci non esiste pi, di quanto non lo fossero al tempo della guerra
fredda e dello scontro planetario tra capitalismo e comunismo. Ancora pi preoccupante, la possibilit
di unalleanza tra Pds ed ex Dc, che formi un fronte comune contro la Lega. Le bombe di Milano e di
Roma sono scoppiate a ridosso dei giorni in cui la magistratura ha inciso nel nucleo forte del
capitalismo italiano e la ex Dc ha fatto sapere, costituendosi come partito rinnovato, che il suo vero
avversario, oggi, non  il Partito democratico della sinistra, ma la Lega.
Sembra comunque che il consenso popolare al sistema capitalistico, che fino ad oggi era stato
assicurato dalla Dc, e che nella societ italiana costituiva un decisivo elemento stabilizzante e
rassicurante, possa essere in futuro assicurato dalla Lega, e forse con maggiore efficacia. La Dc, infatti,
offriva s al sistema capitalistico il consenso popolare (e sia pure in misura molto ridotta il nuovo
Partito popolare continuer a offrirlo), ma inquadrato pur sempre in una concezione cristiana del
mondo. E tale concezione, da un lato, costituisce la premessa per lasciarsi alle spalle le degenerazioni
che hanno alterato loriginaria ispirazione cristiana della Dc, e, dallaltro, si rivolge criticamente al
capitalismo, perch esso non abbia ad anteporre gli interessi egoistici del profitto al bene comune della societ.
La Lega  invece indifferente a tutto questo, diffida di ogni ideologia che non sia lideologia del
libero mercato,  un movimento laico che sulle questioni di principio non ha nulla da obiettare al
sistema capitalistico e che quindi pu essere in grado di offrirgli un consenso popolare pi efficace e
rassicurante di quello che potrebbe risultare da un partito cattolico moralmente rigenerato.
Si pu quindi ritenere che pi la Lega si rafforza, pi decresce la probabilit che il sistema
dominante garantisca se stesso con luso della violenza (terrorismo, ecc.); e che pi decresce la forza
della Lega di fronte alle sinistre e ai progressisti, pi aumenti tale probabilit. La convergenza tra
lex Dc e il Pds  oggettivamente un indebolimento della Lega, e le bombe non sono scoppiate quando
nelle ultime elezioni amministrative (1993) la Lega ha stravinto. Nei tempi lunghi, comunque, il
declino del capitalismo non  dovuto al rafforzamento delle ideologie anticapitalistiche, ma, si  visto,
allautodistruttivit e alla contraddizione interna del capitalismo. Nel frattempo il capitalismo, pur
dovendo fare i conti con i gravi problemi del postcomunismo,  capace di sopravvivere e di difendersi.
Per quanto riguarda la situazione italiana,  ingenuo credere che la magistratura riesca a
raggiungere e smantellare le posizioni di privilegio che il capitalismo, usando anche mezzi e criteri
illegali, ha guadagnato anche in Italia nello scontro vincente col socialismo reale. Gran parte di quanti
oggi si indignano in Italia per il passato regime si comportano come quei ragazzi che, avendo
genitori disonesti le cui attivit criminali hanno consentito loro di provvedere anche, pi o meno bene,
al sostentamento della prole, li rimproverano e li condannano aspramente, senza pensare che a loro
debbono la propria sopravvivenza e la propria salute. Di questa natura  la condanna che ad esempio la
Lega rivolge al passato regime, senza pensare che in esso lautodifesa anticomunista del capitalismo
(e di quel tanto di democrazia che il capitalismo ha consentito in Italia)  stata la premessa storicamente
indispensabile, per quanto illegalmente condotta, della forma attuale di anticomunismo (antistatalismo,
anticentralismo) che la Lega oggi sostiene. Si poteva combattere il comunismo mantenendo le mani
pulite? Sarebbe capace di farlo, se il pericolo si ripresentasse, chi oggi nella Lega  un anticomunista convinto?
Quello che, se si verificher, sar considerato uno dei maggiori successi del nuovo regime
contro il vecchio, cio la pulizia delle mani, non potr essere dunque che un accordo a mezza strada, un
compromesso storico nuovo (dopo quello tra legalit democratica e illegalit) tra chi vorrebbe
mantenere i privilegi del vecchio regime e chi vorrebbe completamente abolirli e punire tutti coloro che
li hanno goduti in modo illegale. Forse la magistratura e quanti vogliono giustizia possono ritenersi
soddisfatti pensando che se il Pci fosse andato al governo non avrebbe colpito il vecchio establishment
pi duramente di quanto non lo sia oggi in seguito alle iniziative giudiziarie. Anzi, avrebbe difeso
laccesso al governo instaurando i migliori rapporti con il pur sempre potente avversario.
Chi ha il potere e lo detiene indipendentemente dalle vicende elettorali del gioco democratico,
non intende perderlo e rinunciare ai privilegi che ne derivano. Dal punto di vista delle convinzioni oggi
dominanti, questa affermazione non  unipotesi, ma unevidenza vera e propria, un assioma, che
peraltro riguarda il significato fondamentale del nostro tempo. Non lo devono dimenticare quanti (e
sono i pi), condividendo quel punto di vista, rilevano che sono soltanto ipotesi le connessioni tra il
terrorismo e le diverse componenti (economiche, politiche, istituzionali) del vecchio regime. (Si
possono dimenticare le evidenze in cui si crede.)  certamente unipotesi che il terrorismo sia
guidato da gruppi a cui sta a cuore la sorte del capitalismo in Italia e sia ad esempio preoccupato della
convergenza dei cattolici e delle sinistre, e del conseguente indebolimento della Lega. Ma non 
unipotesi che il capitalismo e in generale le diverse componenti del vecchio regime intendono
sopravvivere e non perdere (anche a costo di praticare o continuare a praticare forme illegali di lotta) le
posizioni di privilegio raggiunte; e proprio dopo aver vinto lo scontro con il comunismo. Non 
unipotesi che, quando si  riusciti a scampare da un pericolo mortale  come quello costituito da uno
Stato comunista fornito di un armamento atomico capace di distruggere qualsiasi avversario , si
diventa parecchio intransigenti anche di fronte ai sintomi pi tenui che quel pericolo, o pericoli simili
possano ripresentarsi. Ancora, non  unipotesi che chi ha vinto, o sta sul carro di chi ha vinto uno
scontro cos gigantesco, voglia degustare il successo e guardi di cattivo occhio chi lo rimprovera e gli
d grossi fastidi per aver usato mezzi illegali durante la lotta. Qualcuno, poi, pu aver pensato in buona
fede e con qualche ragione che piuttosto che il comunismo e lateismo marxista, piuttosto che la
rivoluzione comunista e la guerra civile in Italia, era preferibile rovinare lo Stato italiano, finanziare i
partiti anticomunisti e stringere accordi con il crimine nostrano e internazionale. Durante lo scontro col
socialismo reale, il sistema democratico-capitalistico occidentale ha usato la forza per sopravvivere e
vincere. Ha usato la forza anche se non si  giunti allo scontro armato. E lha usata non solo per
combattere i nemici esterni ma anche quelli interni. Ma luso della forza non  una procedura
democratica. La democrazia non pu combattere democraticamente i propri nemici, perch lesito di un
combattimento non  deciso dalla volont della maggioranza, ma dalla volont pi forte. Nemmeno il
capitalismo pu combattere il proprio nemico secondo le regole della legalit capitalistica. La guerra
non ha regole. Di fronte al comunismo, o a qualsiasi altro nemico, il sistema democratico-capitalistico 
costretto cio ad adottare procedure che dal punto di vista della legalit e moralit
democratico-capitalistica sono devianti, sono violenza.  costretto ad essere in contraddizione con se
stesso. Per evitare questa contraddizione dovrebbe lasciarsi annientare dai suoi avversari.
Dire che il sistema democratico-capitalistico ha dovuto difendersi dal comunismo, e non solo in
Italia, con metodi e mezzi illegali, significa dire che esso non ha affidato e non affida la propria
sopravvivenza alla legalit del gioco democratico, ma alla propria volont di sopravvivenza,
indipendentemente dal modo in cui la volont della maggioranza si  di fatto orientata o si sarebbe
orientata. Nello scontro col comunismo il sistema democratico-capitalistico si  costituito cio come
una forma di potere che intende sopravvivere anche a costo di usare la violenza contro tutto ci che lo
minaccia e ne mette in pericolo la sopravvivenza. Che la volont di sopravvivenza del vecchio regime
economico-politico organizzi questa o quellazione terroristica o addirittura linsieme di tali azioni 
certamente unipotesi; ma non  unipotesi che chi ha potere e privilegi li difende anche usando la
violenza. Dimenticando questa distinzione e trastullandosi con il principio che le ipotesi sono
inaffidabili, si finisce col dimenticare o col far sparire il quadro non ipotetico in cui si produce il
terrorismo, e in omaggio al rifiuto della dietrologia ci si adagia nella superficialit o nellinteressato
occultamento della realt. Ci si chiede cio quali sono i mandanti e a chi giova, e poich tutte le
ipotesi sono soltanto ipotesi, si chiudono gli occhi su quanto  accaduto e sta accadendo nel mondo e si
fanno sparire le evidenze che stanno sotto gli occhi di tutti anche se non sono il risultato di unindagine giudiziaria.
Ma questo atteggiamento va rovesciato: non si deve risalire dal terrorismo ai mandanti  e,
vedendo che il percorso  ipotetico, mettersi a sedere senza guardare il panorama; bens, guardando ci
che accade nel mondo, e ricordandosi di principi come quello che chi ha il potere non intende
evidentemente farselo portar via, si deve tentare, allinterno di questo quadro, di interpretare il
terrorismo  che, certo, pu rimanere un enigma dal punto di vista giudiziario, ma che  pur sempre un
gesto di risentimento rivolto alla nostra societ da parte di qualcuno che si sente minacciato o sente
minacciato il proprio sforzo di raggiungere certi obiettivi. Un gesto di risentimento che  anche una
dimostrazione di potenza, che evidentemente pu essere data solo da chi ha potere. Tutto questo non
trasforma in evidenze le ipotesi intorno al terrorismo, ma impedisce che linterpretazione si appiattisca
nella superficialit o in una interessata scarsit di conoscenza.
Si consideri questo ragionamento: Chi ha il potere non intende farselo portar via e reagisce con
violenza contro chi tenta di farlo. Il sistema economico-politico che da mezzo secolo domina il mondo
occidentale, e dunque anche lItalia, ha il potere, e dunque usa la violenza contro chi tenta di
sottrarglielo. Il terrorismo in Italia  una forma di violenza. Dunque il sistema economico-politico
dominante  il responsabile del terrorismo. Con la logica non si scherza, ma questo ragionamento 
logicamente sbagliato, perch dal fatto che uno usa la violenza non segue che egli sia responsabile di
tutte le forme di violenza che si presentano  cos come dal fatto che uno ama suonare il pianoforte non
segue che tutti i pianoforti che suonano siano suonati da lui.  tuttavia il caso di stare allerta quando ci
si trova nei paraggi di chi ama suonare il pianoforte e si sente un pianoforte suonare. Non si potr certo
dire: Un pianoforte sta suonando, quindi  suonato dal nostro suonatore, ma si dovr affermare la
possibilit che costui sia il responsabile del suono che stiamo sentendo.
Analogamente, sarebbe certo unipotesi avventata sostenere che la distruzione di antiche e
venerande chiese di Roma sia stata concepita e organizzata da chi non perdona alla Chiesa cattolica di
aver imboccato la strada della critica perentoria allegoismo del profitto capitalistico fine a se stesso.
Ma, dal punto di vista del modo di pensare oggi dominante, non deve per niente esser considerata
unipotesi, bens unevidenza (che da tempo vado indicando), la forte crescita della conflittualit tra
mondo capitalistico e Chiesa cattolica, e la possibilit che la violenza sia usata anche contro la Chiesa
quando si ritenga che la sua azione stia diventando troppo pericolosa per la salute economica o ci che
si ritiene tale (si vedano i precedenti nellAmerica latina). La conflittualit crescente tra capitalismo e
volont della Chiesa di fare del capitalismo un semplice strumento (di cui peraltro riconosce lefficacia)
per la realizzazione del bene comune della societ determina, tra capitalismo e Chiesa, una
incompatibilit ben pi profonda del risentimento che la mafia indubbiamente nutre per le recenti
dichiarazioni del pontefice e della gerarchia ecclesiastica contro di essa  anche se questo non vuole
ovviamente dire che il capitalismo (italiano o straniero) sia responsabile delle devastazioni di San
Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro.
Si avverta poi che lespressione il capitalismo, che qui continuiamo a usare (o sistema
democratico-capitalistico), indica unessenza comune  cio presente in tutti i soggetti o elementi (le
imprese, le azioni capitalistiche) di un certo insieme  solo relativamente alla volont di profitto e alle
condizioni sociali e culturali che la rendono possibile sempre presenti nelle diverse forme di
capitalismo e di impresa capitalistica. Ma il comportamento di quei soggetti o elementi differisce anche
profondamente  come  profonda la differenza nella psicologia e nel comportamento di coloro che, ad
esempio, compongono un corteo: onesti, disonesti, pacifici, esagitati, egoisti, altruisti, indifferenti,
innocui, violenti, pericolosi, cio con scopi pi o meno congruenti a quelli che il corteo dichiara di
avere. Tutti appartengono al corteo (tutti perseguono il profitto), ma in modi molto diversi. La comune
volont di profitto costituisce e unifica il corteo, che peraltro si trova oggettivamente in conflitto, nel
suo insieme, con quanti (come la Chiesa cattolica) intendono avviarlo in un luogo diverso da quello
dove vuole andare. Ma poi ci sono i diversi modi soggettivi di condurre il conflitto o di convincersi che
esso non sussiste per niente. E, nel primo di questi due casi, deviati possono essere non soltanto i
servizi segreti: ci pu essere anche un capitalismo deviato. Gran parte della criminalit grande e piccola
 capitalismo deviato. La produzione e la vendita di armi a chi pratica lo sterminio di massa non 
invece capitalismo deviato. Qualcuno pu difendere in modo disgustoso il capitalismo. (Pu capitare a
tutti. Anche la Chiesa cattolica pu essere difesa in modo disgustoso.) Ma non per questo il capitalismo
deve sentirsi colpevole di questa forma di difesa (qualcuno del corteo pu tirare i sassi, ma non tutti i
dimostranti ne sono responsabili). Anche se  difficile non provare una certa propensione per chi si difende.
Questo, in rapporto al modo soggettivo in cui gli individui che amministrano il sistema
democratico-capitalistico vivono tale sistema. Oggettivamente  ossia per quanto esso effettivamente 
al di l delle convinzioni individuali intorno ad esso , come sistema reale che per sopravvivere deve
combattere e distruggere i propri avversari  costretto ad essere in contraddizione con se stesso, cio
con linsieme di regole che esso difende e promuove (e questa contraddizione oggettiva  la radice
dellillegalit, criminalit e immoralit soggettive). Se era costretto ieri a usare la violenza per
sopravvivere nello scontro col socialismo reale, per lo stesso motivo  costretto a farlo anche oggi. La
violenza non appartiene alla patologia, ma alla fisiologia del sistema democratico-capitalistico reale
(come a quella di ogni altro sistema e di ogni organismo vivente). Oggettivamente, la violenza, e
dunque la devianza di tale sistema dalle proprie regole non appartengono agli individui che lo
amministrano in modo illegale e criminale, ma appartengono, appunto, alla fisiologia del sistema.
Esso  di per se stesso deviato e si perpetua con la forza anche se gode del consenso
dellelettorato (cos come si deve dire che un edificio sta in piedi con le proprie forze anche se gode del
consenso di chi lo abita, anche cio se chi lo abita desidera che stia in piedi). Daltra parte il sistema
democratico-capitalistico  il potere oggi dominante anche perch produce consenso  pi ampio e
profondo di quello prodotto dal socialismo reale; anzi, la forma pi elevata di consenso esistente nelle
societ avanzate del Pianeta.
Ci nonostante, come gi si  rilevato, con la vittoria sul comunismo non sono finiti i pericoli
per tale sistema, ma sono forse aumentati. Le sue due componenti  democrazia, capitalismo 
accentuano la conflittualit reciproca, rimasta latente durante lo scontro col comune nemico. (La
ricerca del profitto non intende farsi condizionare, mentre la democrazia intende condizionarla con i
valori della tradizione illuministico-liberale  e lindustrial democracy non pu non rivelare il proprio
carattere utopico.) La gente pu rivendicare i propri diritti contro linvadenza del profitto senza che
questo atto si presenti, a differenza di quanto accadeva durante la guerra fredda, come un movimento
eversivo di sinistra appoggiato dallUnione Sovietica (s che mentre in passato la repressione dei fattori
destabilizzanti avveniva in nome dei superiori interessi della democrazia e del libero mercato, oggi
questa giustificazione non ha pi valore). Da parte sua la Chiesa osteggia sia la libert senza verit
della democrazia moderna, sia il profitto capitalistico fine a se stesso; e condanna legoismo del sistema
dominante nei confronti dei popoli poveri. I quali, infine, premono in modo sempre pi minaccioso
sullarea del benessere per partecipare ai privilegi del sistema dominante.
Se, dunque, ogni connessione tra la violenza terroristica e i suoi presunti mandanti  soltanto
unipotesi, non  invece ipotetico, o lo  in misura molto pi ridotta il quadro storico qui sopra
tratteggiato. Lindividuazione dei mandanti del terrorismo rimane ipotetica sino a che non sia
comprovata allinterno della logica giudiziaria; ma nessuna logica giudiziaria potr mai ricostruire il
significato globale del nostro tempo, la cui evidenza consiste nel fatto che  costituita da convinzioni
generalmente condivise anche da parte di chi vuol farsi guidare, nellinterpretazione della violenza
terroristica, dalla logica giudiziaria o dalla prudenza e dalla seriet  (le quali ultime, insistendo
sul carattere ipotetico di tutte le individuazioni dei mandanti, e sollevando al rango di discorso
compiuto questo rilievo corretto ma unilaterale, tutto quel che ci fanno sapere su quanto sta accadendo
in Italia  pi o meno che non si pu sapere niente). Ed  allinterno del significato globale del nostro
tempo,  allinterno della sua evidenza (nel senso conferito a questa parola dal linguaggio comune),
che deve essere interpretato il fenomeno del terrorismo.
Come negli anni Settanta-Ottanta dicevo che il terrorismo era dosato e che tale dosaggio
favoriva la democratizzazione del Pci e dunque del sistema democratico-capitalistico (cfr. cap. 27), cos
ora va detto che  dosato anche il terrorismo di questi ultimi tempi e che come effetto ultimo produce
anchesso una forma di democratizzazione della societ italiana. Leffetto oggettivo immediato del
dosaggio  una quota limitata di disordine e di terrore, che non produce (almeno per il momento) il
caos che condurrebbe a un regime autoritario, ma spinge la gente a stringersi attorno alle forze che nel
quadro costituzionale sono oggi pi affidabili per il mantenimento dellordine sociale e lincremento
della prosperit. Ed  difficile negare che, a torto o a ragione, la Lega presenti questi caratteri  fermo
restando che il vantaggio che la Lega trae dal terrorismo non significa che essa abbia responsabilit
nella sua organizzazione. Per raggiungere certi scopi disonesti, e in modo disonesto, si possono
compiere azioni che danno vantaggio a persone oneste. Ma che il terrorismo voglia fermare la Lega  la
pi inconsistente delle interpretazioni.
Dopo gli atti terroristici di Milano e Roma, Gianfranco Miglio ha dichiarato (LIndipendente,
29.7.93) che i mandanti sono incapaci di capire che per spaventare veramente la gente gli atti
terroristici dovrebbero avere unintensit molto superiore. Ma mentre alla fine degli anni Settanta
proponevo il concetto di terrorismo dosato  che prevede la capacit, da parte dellorganizzazione
terroristica, di sviluppare una distruttivit ben superiore a quella di fatto realizzata , Miglio nega che il
terrorismo di questi ultimi tempi abbia questa capacit economico-finanziaria. Egli  cio daccordo sul
fatto che il terrorismo recente sia dosato, ma sostiene che  obbligato ad esserlo per mancanza di mezzi.
Ma poich ritiene anche che lintento (illusorio) dei mandanti sia di arrivare a una restaurazione
autoritaria che elimini la democrazia, bisogna dire che non sono pochi n economicamente deboli
quanti trarrebbero vantaggio da tale restaurazione. Sul rapporto tra autoritarismo e capitalismo
ritorneremo nel capitolo successivo; ma  gi chiaro che oggi in Italia un regime autoritario non solo
non danneggerebbe lordinamento capitalistico delleconomia, ma anzi impedirebbe in modo
autoritario che fosse frenato e danneggiato. Bisogna riconoscere cio che il dosaggio del nuovo
terrorismo non  una mossa obbligata, ma una scelta. Anche perch se dietro il terrorismo c, oltre al
resto, la mafia e quindi la grande criminalit internazionale, non ci sono problemi per il finanziamento
di una dose molto pi alta di terrore.
Se cos stanno le cose,  allora pi corretto ritenere  prima di qualificare come illusi o incapaci
i mandanti del terrorismo  che il loro intento, oggi come ieri, non sia linstaurazione di un regime
autoritario. O almeno non lo sia ancora. Chi ha il potere in Italia  e il potere non pu non essere
innanzitutto economico (ed  espressione del potere la capacit di finanziare i partiti che, nelle
intenzioni, avrebbero dovuto gestire la pericolosa fase di transizione del dopocomunismo) , si trova s
di fronte a problemi in qualche modo maggiori di quelli presenti durante lo scontro col comunismo, ma
non tali, almeno per ora, da indurlo a consentire linstaurazione di un regime autoritario in Italia, che
verrebbe ad essere lunica stridente eccezione nel gruppo ristretto dei Paesi pi industrializzati del
mondo. Ed  opportuno usare il termine consentire, perch se leconomia italiana, nonostante tutto, 
tra le pi avanzate del mondo, non si pu dire che sia tra le pi avanzate del mondo la capacit
dellapparato militare italiano di organizzare un regime autoritario indipendentemente dal consenso
dellapparato economico.
Per questi motivi  e nonostante il cosiddetto salto di qualit del terrorismo, che distrugge,
con gli uomini, le chiese, anche quello recente rimane un terrorismo dosato. Il terrorismo dosato degli
anni Settanta ha avuto come esito oggettivo la democratizzazione del Pci e della societ italiana.
Lesito oggettivo del terrorismo degli ultimi tempi, indipendentemente cio dalle intenzioni dei
mandanti,  di favorire il passaggio da un sistema in cui gli interessi pi profondi del capitalismo sono
compromessi dallo smascheramento della corruzione con cui erano amministrati, a un sistema in cui
tali interessi siano tutelati in modo pi corretto e pi efficace. (Nelle societ progredite la corruzione 
vantaggiosa fino a che non viene alla luce del sole.)
Il motivo per cui questo  lesito oggettivo del terrorismo recente,  che il vecchio regime non
ha pi il credito di cui godeva negli anni Settanta-Ottanta, quando, nonostante tutto era il baluardo
contro il comunismo. Poich il vecchio regime non gode pi di quel credito, il terrorismo oggi non
produce pi immobilismo ma innovazione. In quegli anni, la paura provocata dal terrore (e da un
terrore che colpiva di pi le persone comuni) paralizzava la gente, cio la chiudeva nella riconfermata
adesione al sistema e la distoglieva dalle novit e dalle avventure della sinistra. Ma oggi quel sistema
non ha pi credito, non d pi garanzie, e la minaccia comunista  venuta meno.
Quindi il terrorismo spinge la gente verso le nuove forze politiche; che non solo siano capaci di
dare garanzie e sicurezza senza arrivare a un regime autoritario (sempre sospettabile di essere la
restaurazione del vecchio regime di essere il responsabile del terrorismo), ma siano anche capaci di
smantellare il vecchio regime, ormai pericoloso e dannoso, e di stabilire un rapporto positivo con quella
magistratura che in modo legale, e anzi proprio per applicare la legge, fa barcollare i privilegi che il
vecchio Pci aveva invano sognato di intaccare. E per gran parte della gente (forse per la maggior parte)
 soprattutto la Lega ad avere questa capacit, a poter essere considerata come una vera nuova forza e a
trovarsi in un singolarissimo rapporto di convergenza con una magistratura che, per quanto sta
compiendo, dovrebbe essere la naturale alleata del Pds e invece si trova proiettata dallappoggio della
Lega in una dimensione diversa da quella in cui la magistratura, punendo le intemperanze del
capitalismo proprio quando esso  risultato vincitore sul comunismo, consente al comunismo defunto di
prendersi una paradossale rivincita sul proprio avversario. Lappoggio della Lega alla magistratura
vanifica invece questa chance che il Pds, pur non volendo pi essere comunista, vorrebbe con
discretezza assaporare, e si intromette nel flirt tra Pds e magistratura, in buona parte vanificandolo. Per
lappoggio della Lega alla magistratura, questultima non si presenta, agli occhi della gente, sbandata a sinistra.
Negli anni Settanta-Ottanta, dunque, la minaccia che, come risposta al disordine provocato dal
terrorismo, venisse a instaurarsi in Italia un regime autoritario inevitabilmente anticomunista, ha
prodotto lemarginazione sempre pi decisa dellideologia marxista, la democratizzazione del Pci e
dellintera societ italiana. Oggi quella minaccia porta allemarginazione sempre pi decisa della
vecchia e ormai compromessa gestione politica del potere economico (allemarginazione cio della
gestione che peraltro ha innanzitutto organizzato lautodifesa del capitalismo dal comunismo), e
allavanzata di una nuova gestione politica dello stesso potere, la quale, come la Lega, sia in grado di
sostenere in modo efficace la struttura capitalistica della societ e sia effettivamente estranea, anche per
la sua formazione recente, alla illegalit e alla corruzione del vecchio regime.
Anche questa volta si pu dire che il terrorismo favorisce oggettivamente la democratizzazione
della societ italiana  tenuto conto della purezza a cui la democrazia reale del nostro tempo pu
aspirare (giacch non  il caso di ritenere che la violenza e lillegalit non siano le levatrici di tutte le
democrazie del mondo occidentale e non continuino a marciare al loro fianco). Il terrorismo dosato
spinge oggi, oggettivamente, al superamento della gestione politica del potere economico (e alla
mobilitazione di nuove forze politiche da parte del potere economico) che negli anni Settanta-Ottanta
era la dimensione oggettivamente favorita dal terrorismo dosato. Se i mandanti del terrorismo non se ne
rendono conto, sono certamente degli sprovveduti. Se lo capiscono sono dei brutali promotori
dellavanzamento del Paese. Oggettivamente, il potere economico  il fattore permanente, sotteso alla
vecchia e alla nuova forma da cui esso  gestito e che esso mobilita. C un cambio di cavallo. Anche
se, certamente, non per questo si pu dire che le detonazioni che spingono al cambio della cavalcatura
siano intenzionalmente provocate dal cavaliere  e daltra parte rimanendo fermissimo che il
capitalismo, non soltanto in Italia,  venuto a patti con lillegalit e la criminalit per difendersi dal
comunismo, fermarlo, distruggerlo.
Daltra parte, questa volta non  necessario che il messaggio terroristico, che  univoco in
quanto produce terrore, spinga anche in una direzione unica. (Si pu dire che in una direzione unica
non spingeva nemmeno negli anni Settanta-Ottanta, e che quanto si  detto nel capitolo 27 delle
decisioni da esso prodotte in quel tempo nella gente si riferisce alle sue conseguenze principali, alla
maggior parte dei casi.) Come quello buono, anche il cattivo seme produce effetti diversi a seconda del
terreno in cui cade. La distruzione delle chiese pu far riflettere il mondo cattolico sulla possibilit che
una alleanza con lex Pci non sia gradita a chi mostra di avere potenza e di poter usarla in modo
violento. Induce anche il mondo dellinformazione, dei mass media, della cultura, degli intellettuali,
cos concorde nel criticare il vecchio regime e la sua collusione col crimine, a riflettere sulla possibilit
che questo suo atteggiamento sia sgradito a chi mostra di avere in mano la sorte dei cittadini. Lo induce
a riflettere sulla possibilit di star facendo qualcosa che non dovrebbe fare. Ma poi ci sono tutti gli altri
 e sono la maggioranza , che non sono cattolici propensi allalleanza con lex Pci, non hanno radicate
convinzioni di sinistra, non appartengono al mondo della cultura e dellinformazione. Qui la reazione
che il terrorismo recente produce  diversa: cresce la propensione a schierarsi con la Lega.
Inoltre, le stragi degli anni Settanta-Ottanta sono molto superiori, quantitativamente, a quelle
recenti che  lo si  subito constatato  non mirano tanto a distruggere vite umane, quanto piuttosto,
producendola, a rendere nota il pi possibile, presso lopinione pubblica nazionale e internazionale,
lesistenza di una violenza brutale intollerabile, che rende accettabile lintervento di unautorit capace
di ripristinare lordine. Il terrorismo degli anni Settanta-Ottanta, cio, immobilizza le scelte elettorali
della gente, impedendo loro di orientarsi verso la novit rappresentata dal Pci; il nuovo terrorismo,
meno cruento, accelera invece linnovazione, cio accresce il desiderio della gente di affidarsi a una
forza capace di smantellare il vecchio regime, cio la vecchia gestione politica del permanente potere
economico. (Ch se il terrorismo dovesse risalire ai livelli cruenti del Settanta-Ottanta, vorrebbe dire
che lintenzione di chi lo organizza non sarebbe di limitarsi a minacciare, ma di avviarsi effettivamente
verso linstaurazione di un regime autoritario.) Il nuovo terrorismo favorisce cio oggettivamente la
propensione a votare per la Lega, cio per lunico partito che si presenta come lautentica novit
rispetto al passato  anche se di nuovo la Lega possiede soltanto il modo in cui intende gestire qualcosa
di molto vecchio e permanente: leconomia di mercato e il profitto capitalistico.
...
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30.
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Quinta variazione. (Capitalismo e autoritarismo).
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Ci si sorprende se un grosso economista della University of British Columbia, John F. Helliwell
costruisce statistiche da cui deduce che la crescita e la prosperit economiche sono maggiormente
favorite nei regimi autoritari che in quelli democratici. Uno dei pi diffusi settimanali economici
americani, il Business Week, ha dato recentemente ampio rilievo alla notizia. La crescita e la
prosperit economiche di cui qui si parla sono quelle prodotte dalleconomia capitalistica  giacch si
d per scontato che ogni altro tipo di economia ha mostrato di non essere in grado di competere con
quella capitalistica. In seguito ci si pu chiedere se la notizia del Business Week non sia un segnale
che negli Stati Uniti il capitalismo, dopo essersi servito della democrazia per eliminare il socialismo
reale, non ritenga che stiano maturando i tempi per dare il benservito anche alla democrazia. E o ci si
mette in attesa per vedere fino a che punto tutto questo discorso sia qualcosa di serio; oppure lo si
lascia semplicemente da parte. In ogni caso, ci si mette in ascolto dellesperienza, per stabilire che
cosa i fatti ci autorizzano ad affermare.
Ma che il capitalismo si trovi in un rapporto conflittuale con la democrazia e che entrambi si
trovino in questa forma di rapporto con la Chiesa cattolica  questo, le tre forze che a vario titolo sono
uscite vincenti dallo scontro con il socialismo reale , non  un semplice fatto confermabile
dallesperienza, ma  una conseguenza necessaria di ci che ognuna di queste tre forze ; una
conseguenza necessaria del concetto stesso di capitalismo, democrazia, Chiesa cattolica. Non
c bisogno di attendere conferme o smentite dallesperienza o dai fatti per sapere che il fine del
capitalismo  il profitto e che il capitalismo tenta in ogni modo di eliminare gli ostacoli che gli
impediscono di realizzare compiutamente (cio in modo sempre crescente) tale fine  gli ostacoli che,
appunto, sono soprattutto costituiti dai valori democratici e dalla fede cristiana. Anche se un
capitalismo puro, cio non ostacolato, non fosse mai esistito, il capitalismo  la volont di realizzarsi
come capitalismo puro, non ostacolato. Il capitalismo  definito da questa volont  come la
democrazia dalla volont di realizzare i valori democratici e la Chiesa cattolica i valori cristiani. Come
abbiamo gi messo in rilievo, queste tre forze hanno fini diversi ed  quindi inevitabile che il loro
rapporto sia essenzialmente conflittuale e le loro alleanze e i loro matrimoni contingenti e instabili:
vicinanze e convivenze di fatto, non di diritto.
Pertanto se un regime autoritario che limiti le libert economiche  certamente dannoso per il
capitalismo, un regime autoritario che invece imponga e protegga tali libert, e in modo da
incrementare il pi possibile il profitto delle imprese  un regime autoritario che impedisca ogni
deviazione dal sistema capitalistico  non solo non  dannoso per il capitalismo, ma gli  molto pi
vantaggioso di qualsiasi regime democratico (che non solo limita il capitalismo per il fatto stesso di
perseguire i valori democratici, ma anche perch lo lascia pi indifeso rispetto a tutte le forze che gli si
contrappongono).
Non cera bisogno che un economista della University of British Columbia constatasse le
concomitanze tra crescita economica e regime autoritario in Cile, Corea del Sud, Cina, per sapere che
durante la guerra fredda la democrazia del mondo occidentale era laspetto visibile di un sistema di
forze politico-economiche che avrebbero adottato provvedimenti di carattere autoritario per impedire la
fuoriuscita dal capitalismo da parte delle societ democratiche pi o meno esposte alla pressione del
socialismo reale. Li avrebbero adottati  e li hanno effettivamente adottati  se si tiene presente quanto
si  osservato nei cinque capitoli precedenti, e cio se si pensa che, ad esempio in Italia, il
finanziamento illegale dei partiti comunisti, le organizzazioni tipo Gladio e P2, lalleanza con
lanticomunismo connaturato alla grande criminalit internazionale sono appunto espressioni della
volont di impedire luscita del nostro Paese dal mondo capitalistico-democratico. Se si nega tutto
questo, si accetta la grossa ingenuit che durante la guerra fredda in Italia (o nelle altre democrazie
occidentali) libere elezioni avessero messo il Partito comunista in condizione di andare al governo, al
governo lo si sarebbe lasciato andare in omaggio alle regole della democrazia e alla volont della
maggioranza: lingenuit di pensare che la democrazia e soprattutto il capitalismo non si sarebbero
difesi con mezzi non democratici, e cio propri di un regime autoritario.
Listinto di sopravvivenza fa s che un animale sfoderi gli artigli solo quando si sente
minacciato (e si sente cos anche quando non riesce a mangiare). In caso diverso non li sfodera.
Relativamente allistinto di sopravvivenza del sistema capitalistico, lo sfoderamento degli artigli
corrisponde alle procedure autoritarie adottate da tale sistema quando si sente minacciato; e la
democrazia corrisponde alle situazioni dove il pericolo non  incombente ed  quindi possibile tenere
ritratti gli artigli. Durante la guerra fredda, nel mondo occidentale lautoritarismo  stato il punto
occulto di arroccamento del sistema. La democrazia pu espandersi nei momenti di cessato allarme.
Ma, si  visto, il sistema capitalistico ha molte ragioni per ritenere che quello attuale sia un tempo
allarmante. Max Weber non pensava che il capitalismo del suo tempo corresse seri pericoli. Appunto
per questo poteva dire che la forma politica pi conveniente al capitalismo maturo non  il regime
autoritario, ma quello democratico.
In Cina il capitalismo  promosso, si dice, da un regime autoritario che continua a definirsi
comunista. Si pu dire che la Cina stia realizzando qualcosa di analogo a quello che la Chiesa cattolica
vorrebbe che il capitalismo fosse su scala mondiale: una produzione di ricchezza che non abbia come
fine ultimo il profitto, ma il bene comune della societ. In Cina il bene comune  definito ancora
nei termini della filosofia marxista; la Chiesa definisce il bene comune nei termini della fede cristiana.
Ma se il regime autoritario cinese stesse riuscendo per davvero nel suo intento, allora in Cina
non starebbe prendendo piede il capitalismo, ma un insieme di procedure economiche che pur
sembrando analoghe sono in realt essenzialmente diverse da certe procedure adottate nelleconomia
capitalistica. Il capitalismo  capitalismo  si  visto  solo se il fine ultimo del suo agire  lincremento
del profitto, cio solo se il bene comune della societ  subordinato al fine ultimo del profitto.
Nellagire capitalistico il bene comune  un sottoprodotto del profitto. Lazione capitalistica non 
opera di beneficenza o di carit. Per il regime autoritario cinese e per la Chiesa cattolica, invece, il
profitto deve essere un mezzo per la realizzazione del bene comune.
 quindi inevitabile che in Cina (e in modo diverso nel mondo cristiano, e soprattutto cattolico)
agiscano, da un lato, forze che mirano a porre il bene comune come fine ultimo della produzione
economica (e finora, sembra, sono le forze ufficiali dello Stato cinese); dallaltro lato, forze che mirano
a rendere autonomi la produzione e lincremento del profitto (e si tratta delle nuove forze
economico-politiche che il regime comunista cinese ha saputo attivare). Se queste seconde dovessero
prevalere  e se fossero in grado di prevalere su un regime autoritario, a maggior ragione avrebbero la
capacit di imporsi a una possibile volont democratica di limitare lonnipotenza del profitto ,
lattuale regime autoritario cinese si trasformerebbe in un regime autoritario il cui contenuto ideologico
non consisterebbe in altro che nel divieto di allontanarsi dalle forme capitalistiche della produzione
economica e dallincremento indefinito del profitto. Un regime autoritario, dunque, che sarebbe
massimamente vantaggioso alla produzione capitalistica della ricchezza.
Si verificherebbe cio, rispetto allideologia marxista, un fenomeno per qualche aspetto analogo
a quello che nel capitalismo giapponese si sta verificando rispetto allideologia nazionalistica. Sino a
ieri, infatti, in Giappone, la produzione capitalistica della ricchezza ha avuto come fine ultimo
linteresse supremo della nazione, concepita non come semplice dimensione economica, ma come
aggregato vivente dei valori tradizionali del Paese. Una situazione, questa, non priva  nonostante la
presenza della democrazia  di risvolti autoritari, peraltro molto ridotti rispetto allautoritarismo cinese.
Ma sembra che oggi in Giappone i risvolti di autoritarismo che hanno il loro centro nellideologia
nazionalistica si stiano trasformando in forme di autoritarismo che non pongono pi come fine ultimo
della produzione economica i valori nazionali, ma che si servono di questi valori per togliere ogni
limite alla produzione capitalistica della ricchezza. Analogamente,  verosimile che oggi in Cina stiano
facendosi largo delle forze che invece di servirsi del capitalismo per realizzare il bene comune
socialista, si servono delle forme comuniste, socialiste, marxiste dellautoritarismo per eliminare ogni
condizionamento e limitazione della produzione capitalistica e dellincremento indefinito del profitto privato.
Sembra comunque che per ora stia realizzandosi in Cina una variante di quella rivoluzione
capitalistica e di quel capitalismo di Stato o capitalismo di partito che una decina danni fa
Charles Bettelheim vedeva gi realizzati nellUnione Sovietica  senza pensare nemmeno lui che fino a
che il capitalismo ha come scopo la perpetuazione di una struttura statale controllata da una lite, e
configurantesi secondo alcuni tratti caratteristici del pensiero marxista, il capitalismo  tale solo di
nome, perch il profitto non  lo scopo dellattivit economica, ma il mezzo che consente di aumentare
le capacit tecnologiche in vista della realizzazione di certi scopi ideologici. Per affermare che la
produzione capitalistica della ricchezza  pi avvantaggiata da un regime autoritario che da uno
democratico,  quindi necessario che, innanzitutto, tale produzione sia una produzione capitalistica, e
cio che il capitalismo sia capitalismo, e che il regime autoritario in cui tale produzione viene realizzata
abbia come scopo la promozione e la difesa del capitalismo.
Tutto questo rimane fermo anche se fosse corretto dire, a difesa dei buoni rapporti tra
democrazia ed efficienza economica, che il pi alto tasso di sviluppo che si verifica in certi regimi
autoritari del nostro tempo, rispetto al tasso di sviluppo delle democrazie,  dovuto alla necessit, in cui
quel primo tipo di regimi si trova, di realizzare su vasta scala le infrastrutture che invece le democrazie
occidentali e il Giappone hanno realizzato da tempo e che quindi oggi non hanno pi bisogno di
produrre. Daltra parte, se le democrazie avanzate non hanno pi bisogno di costruire case e strade,
hanno per bisogno di migliorarle, e quindi tende a ridursi lincidenza che la realizzazione delle
infrastrutture presenta nel determinare, in certi regimi autoritari del nostro tempo, un pi alto tasso di
sviluppo rispetto a quello rilevabile nelle democrazie.
Lo stesso professor J.F. Helliwell sostiene daltronde che se la democrazia non favorisce la
crescita economica, la crescita economica favorisce invece la democrazia, perch la ricchezza dei pochi
stimola il desiderio dei pi di godere di un maggior benessere, e perch tra le forme del benessere c
un pi alto livello di istruzione, che induce la gente a richiedere maggiori diritti politici e sociali.
Questo non significa tuttavia che lo sviluppo capitalistico della ricchezza sia la culla della democrazia,
cio vi conduca di per se stesso; ma significa che tra capitalismo e democrazia esiste quella
conflittualit per la quale la democrazia non intende che i diritti civili e politici siano limitati dal
perseguimento del profitto, e il capitalismo non intende che lincremento del profitto sia limitato dai diritti democratici.
Dove conduca la conflittualit tra capitalismo e democrazia  e mondo cristiano  gli
economisti del nostro tempo non lo sanno dire. Sotto i nostri occhi, e tuttavia insensibilmente, la
tecnica sta sempre pi subordinando al proprio scopo, cio allaumento infinito della capacit di
realizzare scopi, tutte le forze che, dopo essersi imposte sul socialismo reale e ora in aperto conflitto tra
loro, si illudono di potersi ormai servire della tecnica. Rispetto al predominio della tecnica, il discorso
sulla maggior congruenza tra regimi autoritari e capitalismo incomincia gi a diventare obsoleto. Ormai
non si tratta pi di stabilire se al capitalismo sia pi vantaggioso un regime democratico o uno
autoritario, ma di accertare quale di questi due regimi sia pi vantaggioso allorganizzazione
tecnologica del Pianeta; e se ad essa sia pi vantaggioso il capitalismo o una forma di produzione
economica che non abbia come scopo il profitto; il cristianesimo o qualcosa di diverso dal
cristianesimo. Fermo restando che non solo il cristianesimo e il capitalismo, ma nemmeno
lautoritarismo politico o tecnologico pu illudersi di servirsi della tecnica per realizzare il proprio scopo ideologico.
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31.
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A proposito della pena di morte.
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Oggi in Italia la pena di morte non  rifiutata dalla gente. Soprattutto dopo quanto  accaduto in
Sicilia e a Firenze, Roma, Milano. Se una societ si sente minacciata  inevitabile che prima o poi
ricorra ai rimedi pi radicali. Anche se la riflessione culturale ritiene di poter mostrare la loro vanit.
La pena di morte appare oggi come espressione di una cultura superata. Per Tommaso dAquino
(cio per la Chiesa), come lamputazione di un membro giova alla salute dellintero corpo umano,
quando il membro  malato, cos, se un uomo costituisce un pericolo per la comunit,  lodevole e
salutare mandarlo a morte per salvare il bene comune. , questo, uno dei principi dominanti della
nostra tradizione. Accettarlo  accettare la prospettiva di fondo della tradizione filosofica dellOccidente.
Si possono per lasciare da parte i presupposti filosofici e utilizzare quel principio come
semplice rivendicazione del diritto di legittima difesa da parte della societ. In questo modo, che si
metta a morte un uomo per salvare il bene comune significa semplicemente che, quando la societ si
sente gravemente minacciata da un individuo, lo elimina. Che sia lodevole e salutare metterlo a
morte non significa che la pena di morte abbia una necessit filosofico-metafisica, ma solo che la
societ ritiene necessario eliminare un pericolo che la minaccia. Come un individuo che uccide per
legittima difesa pu prescindere da qualsiasi motivazione di carattere giuridico o morale-filosofico, e
pensa soltanto a sopravvivere, nello stesso modo pu comportarsi la societ rispetto a chi costituisce un
pericolo per essa: la societ si difende con la pena di morte non perch questa difesa sia legittima, ma
questo tipo di difesa  legittimo perch le consente di sopravvivere (e cio essa ritiene che glielo
consenta  senza avere la pretesa che questa sua convinzione sia una verit incontrovertibile).
Eppure, anche cos spogliata delle vesti etico-filosofiche, la tesi che la pena di morte  una
forma di legittima difesa della societ gode di ben poca considerazione presso gli scienziati sociali.
Lobiezione pi consistente che le viene rivolta  che lanalogia tra legittima difesa dellindividuo e
legittima difesa dello Stato o della societ non sussiste, perch quando lindividuo uccide per legittima
difesa egli ritiene, e a volte si trova effettivamente nella condizione di non avere a propria disposizione
alcun altro mezzo per sopravvivere, mentre lo Stato non pu avere questa convinzione quando
condanna alla pena di morte, giacch esso si trova solitamente nella condizione di poter disporre, per
salvaguardare la propria sopravvivenza, di mezzi alternativi alla pena di morte, come ad esempio lergastolo.
A questo punto, prosegue lobiezione, il sostenitore della pena di morte deve giustificare per
quale motivo lo Stato, pur potendosi difendere in altri modi, adotta la pena di morte come strumento di
difesa. E sembra una giustificazione difficilmente realizzabile perch essa si imbatte nel noto
argomento di Cesare Beccaria, per il quale la pena di morte non  n utile n necessaria, dato che la
reclusione a vita  pi temibile della morte.
Per difendersi, la societ infligge a chi la minaccia la pena pi temibile. Su questo non
sembrano esserci dubbi. Ma qual  la pena pi temibile? Sembra che oggi il problema da risolvere sul
piano teorico sia questo. Beccaria sembra escludere che la pena pi temibile sia la morte; Kant, insieme
a tutto il pensiero occidentale, pensa invece lopposto. Regina dei terrori, chiamava Edmund Burke
la morte, della quale i dolori sono gli emissari. Beccaria non ha certo la forza n lintenzione di
contrapporsi allintera cultura occidentale. In lui trapela invece, come in tanti altri, lantica convinzione
dellOccidente che poich la morte  il discendere nel nulla, e lannientamento  la pena pi temibile,
allora  meglio morir subito, come dice lantica sapienza tragica dei Greci, piuttosto che attraversare
tutti i dolori che inesorabilmente conducono alla morte. Meglio morir subito, piuttosto che prolungare
langoscia estrema di dover morire, quando essa dovr essere aggravata dalla visita degli emissari della
morte. Proprio perch la morte  il pi temibile si pu preferire che venga subito  e dunque si pu
pensare che essa non sia il pi temibile  piuttosto che patire i dolori da cui essa si fa precedere. 
questa antica sapienza  dico  a fare da sfondo al principio di Beccaria che la morte non  la pi
temibile delle pene. Se si prescinde da questo suo radicarsi nella grandezza del pensiero con cui
lOccidente pensa la morte, il tanto celebrato principio di Beccaria si risolve in un controsenso, giacch
se si sostiene in modo nudo e crudo che la morte non  la pi temibile delle pene, e se proprio per
questo la si bandisce, e se daltra parte la pena pi temibile va inflitta ai delitti pi gravi, ne viene allora
che la pena di morte potr o dovr essere riservata ai delitti di minore gravit.
Parlare dellantica sapienza tragica dei Greci a proposito di ci che  accaduto in Sicilia non 
del tutto fuori luogo. Per possiamo prescinderne e semplificare il problema.
Oggi, dicevamo, si invita il sostenitore della pena di morte a rendersi conto del fatto che
lanalogia tra pena di morte come legittima difesa dello Stato e legittima difesa dellindividuo non
regge e che dunque si deve indicare il motivo per il quale lo Stato, pur potendo usare altri mezzi,
sceglie la pena di morte per difendere la propria sopravvivenza. A questo fine, lo Stato sceglie la pena
pi temibile. Ora, supponiamo pure che non si sappia quale sia la pena pi temibile e che per saperlo si
dovrebbero consultare, in unintervista infinita e impossibile, tutti gli uomini vissuti sulla Terra.
Supponiamo di non saperlo. Per sappiamo molto bene qual  per la mafia, e per ogni forma di
criminalit, la pena pi temibile da infliggere ai propri nemici:  proprio la pena di morte (come per
Kant, Burke e lintero pensiero occidentale). Gli specialisti del nostro tempo non sanno quale sia la
pena pi temibile; la criminalit lo sa.  convinta di saperlo. Non  una circostanza di poco conto:
consente di risolvere il problema della pena di morte relativamente a crimini come quelli perpetrati dalla mafia.
Se infatti si ammette che lo Stato debba difendere la propria sopravvivenza infliggendo la pena
pi temibile, e se la difficolt della ricerca intorno a questo tema riguarda lindividuazione della pena
pi temibile, allora questa difficolt scompare quando non si dimentica che per le organizzazioni
criminali come la mafia la pena pi temibile  la morte. Questo significa che, proprio dal punto di vista
dei valori morali e dei criteri di razionalit adottati dalle societ democratiche, non esiste alcun ostacolo
teorico a che lo Stato (sia pure con tutte le precauzioni, come la condizione della flagranza
dellomicidio, per evitare le conseguenze inaccettabili degli errori giudiziari) infligga la pena di morte
ai mandanti degli omicidi e delle stragi: appunto perch lo Stato sa che per costoro la pena di morte  la pi temibile.
Anche le societ pi libere e democratiche sono societ della violenza. La violenza si annida
nelle azioni pi innocenti. Ma si tratta di comprendere come, rimanendo allinterno della logica che
regge il nostro tipo di societ, quella che viene considerata la principale obiezione rivolta alla pena di
morte non sta in piedi relativamente a crimini come quelli commessi dalla mafia. La pena di morte non
 certamente il rimedio per liberare da essi. Agisce sugli effetti, non sulle cause. Per agire su
questultime  indispensabile il rafforzamento dello Stato. Eppure, quando le societ si sentono
minacciate, finiscono prima o poi col maturare la convinzione che, oltre che sulle cause, si debba agire anche sugli effetti.
Daltra parte, quando la pena di morte viene considerata in rapporto a una situazione storica
determinata  quella in cui  presente una criminalit che mostra di considerare la morte come la pi
temibile delle pene , non si possono dimenticare gli altri fattori significativi che costituiscono tale
situazione. Non si pu dimenticare che esiste, come  esistita, nelle democrazie parlamentari, la
possibilit di una svolta autoritaria a breve e medio termine e pi o meno visibile, in difesa del sistema
di forze e di privilegi che  uscito vincente dalla lotta contro il comunismo. (A breve o medio termine;
prima cio che il capitalismo faccia i conti definitivi con lamministrazione scientifico-tecnologica del
Pianeta.) Per quanto riguarda lItalia, tale possibilit sussiste allinterno dei limiti indicati nelle pagine
precedenti, ossia allinterno della circostanza che il sistema dominante non ritiene ancora opportuna
una svolta autoritaria nel nostro Paese.
Si tratta di una possibilit che riguarda anche, e anzi in misura maggiore, tutte le societ
avanzate del mondo occidentale e che  destinata a rafforzarsi con laumento della pressione esercitata
sui popoli privilegiati (sempre pi ricchi e pi vecchi) da parte dei non privilegiati che si trovano
allinterno e soprattutto allesterno dellarea della ricchezza. Quanto pi il mondo diventa pericoloso
per il sistema dominante, tanto pi diventa difficile la tutela dei diritti democratici, aumenta la dose di
repressione sociale ritenuta necessaria per difendersi dal pericolo e quindi aumenta la probabilit che la
pena di morte venga considerata una componente indispensabile di quella dose. Non  casuale che Stati
Uniti, Urss ed ex Urss, impegnati in prima persona (e comunque molto pi dellEuropa) nei grandi
scontri planetari del dopoguerra, direttamente a contatto col pericolo mantengano listituzione della pena capitale.
In Italia le forze democratiche possono temere che lapprovazione della pena di morte finirebbe
con lessere uno strumento in pi nelle mani di un regime autoritario che prendesse il potere e si
presentasse come garante dellordine e della legalit. In modo analogo i comunisti italiani hanno
sempre osteggiato la pena capitale perch vedevano in essa una minaccia che, se in Italia si fosse
prodotta una svolta autoritaria di destra, si sarebbe soprattutto rivolta contro di loro. Una variante di
questo rifiuto  il rilievo, di indiscutibile peso, che in una societ dove esiste un dislivello di potere e di
ricchezza la pena capitale colpisce pi frequentemente i meno privilegiati e i pi deboli, mentre i pi
forti possono servirsi di essa per rafforzare il loro potere. Questa  lobiezione pi consistente che, in
una societ di questo tipo, i meno forti possono rivolgere alla pena di morte. Questa obiezione (che non
si basa su un principio giuridico, ma sulla convinzione che chi ha il potere non si lascia condizionare da
alcun principio giuridico) d consistenza allostilit che in Italia le forze democratiche hanno sempre
mostrato verso la pena capitale.
Ma tale consistenza  destinata a ridursi. Rispetto a un autoritarismo di cui non si conosce il
volto (e che potrebbe essere il responsabile delle forme di violenza che si manifestano in Italia), il
rifiuto della pena di morte da parte delle forze democratiche italiane riesce ancora a fare da contrappeso
alla propensione della gente per questo tipo di pena. Ma se a livello planetario il disordine sociale
dovesse crescere  ed  inevitabile che anche nelle societ ricche avvenga questo, soprattutto per la
crescente pressione del Sud sul Nord del Pianeta , il bisogno di sicurezza prevarrebbe su quello di
garantire i diritti dellindividuo, e anche in Italia la pena di morte uscirebbe dalla luce sinistra in cui
oggi si trova, per presentarsi come strumento di sicurezza e di legittima difesa sociale.
Per la criminalit internazionale, invece, basata soprattutto sulla produzione e sul commercio
della droga, un permanente disordine sociale non  vantaggioso. Come ogni altra forma di commercio e
di produzione capitalistica, anche la produzione e il commercio della droga hanno bisogno del mercato
e della sua espansione, cio di un numero sempre maggiore di acquirenti forniti di reddito regolare e
crescente, e quindi hanno bisogno di un sistema economico sano, capace di garantire esistenza,
regolarit e crescita del benessere degli acquirenti. In Italia il terrorismo dosato serve appunto,
oggettivamente, a rafforzare il sistema economico dominante e quindi serve anche a produrre
uneconomia sana in cui il mercato della droga possa espandersi. Per il capitalismo illegale (quello cio
che produce e vende merci che, come la droga, sono considerate illegali in tutte le societ avanzate del
Pianeta) le crisi e le sconfitte del capitalismo legale sono infatti dannose  e non meno delle proprie. La
conflittualit tra queste due forme di capitalismo non  diversa da quella che sussiste tra tutte le altre
imprese capitalistiche in regime di concorrenza. Daltra parte, se in linea di principio il capitalismo
illegale non pu esistere senza quello legale  senza cio uneconomia di mercato che divenga essa
stessa oggetto di sfruttamento da parte delle imprese illegali , la reciproca non sussiste, cio il
capitalismo legale pu esistere (come in effetti  esistito) senza quello illegale  anche se in linea di
fatto, pur essendo netta la distinzione tra questi due tipi di capitalismo,  difficile oggi stabilire dove
finisca luno e incominci laltro  dove, per fare altri esempi, finisca lattivit legale delle compagnie
petrolifere o dei fabbricanti di armi e incominci quella sotterranea, e per ci stesso estranea alla legalit
democratica, che condiziona le decisioni politiche dei pi grandi Paesi del mondo.
Non traendo vantaggio dal disordine sociale, e anzi producendo quel tipo di ordine che rende
possibile il traffico della droga, il capitalismo illegale rallenta il processo verso listituzione della pena
capitale nelle democrazie occidentali; o li alimenta soltanto nei casi in cui  costretto a usare la
violenza, per esempio la violenza terroristica, per ristabilire o istituire ci che esso intende per ordine
sociale. Oltre un certo limite, daltra parte, la diffusione della droga minaccia quel buon
funzionamento delleconomia (che richiede pur sempre, ad ogni livello, lautocontrollo degli operatori)
e quellordine sociale senza di cui il capitalismo deviato non pu sussistere; e se quel limite viene
oltrepassato il capitalismo illegale accelera il processo verso listituzione della pena capitale.
Comunque, se il declino del capitalismo  inevitabile, il capitalismo trascina con s anche tutte le
proprie forme devianti. Appunto per questo il difensore pi intransigente del capitalismo legale  il
capitalismo illegale, che per difendere e promuovere il sistema capitalistico pu agire allinsaputa di
esso e di gran parte degli individui e delle istituzioni che lo costituiscono.
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32.
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La crisi del comunismo mondiale e il Psi.
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Rinascere o perire diceva Pietro Nenni al proprio partito. E lo si  ripetuto anche nelle
assemblee nazionali del Psi dove  stata formalizzata la spaccatura di questo partito. Si sta forse
riflettendo poco sul significato di quellaffermazione.  vero che  lo si  ricordato (Gianfranco
Piazzesi, Corriere della Sera, 27.11.92)  Norberto Bobbio aveva scritto sedici anni fa che il Psi sta
mostrando di essere come quei personaggi secondari che scompaiono dal primo al secondo atto quando
il dramma  appena incominciato; ma Bobbio sosteneva quella tesi sulla base della semplice
constatazione della ridotta consistenza del Psi rispetto ai due poli del sistema politico italiano, la Dc e il
Pci. E una semplice anche se importante constatazione storica era anche il rilievo di Bobbio che la
storia del Psi  sempre stata una storia di scomposizioni e ricomposizioni, di allontanamenti e
riavvicinamenti, di abbandoni e ritorni, di passaggi da destra a sinistra, da sinistra a destra, di
moltiplicazioni, di divisioni inutili, e di unificazioni di diversi che non si possono coagulare. Che
questa instabilit dovesse riproporsi anche in futuro, e che la posizione subordinata del Psi si sarebbe
perpetuata, era unillazione di cui si sarebbe dovuto mostrare il fondamento e che probabilmente non
intendeva nemmeno avere quel valore di profezia che invece  stata attribuita al discorso di Bobbio.
Da dove proviene, dunque, quellinstabilit del Psi? Ed  proprio vero che essa sia stata soltanto
un fattore negativo per questo partito? Non si dovr forse dire che tale instabilit  qualcosa di
congruente al rinnovamento che Nenni poneva come unica alternativa alla consunzione del Psi?
Diciotto anni fa, pochi mesi dopo la strage di piazza della Loggia, scrivevo (su Bresciaoggi 
e il testo  stato poi incluso nel mio libro Tchne, cit., cap. IV, 1) che il continuo stato di crisi del
partito socialista italiano, sin dai primissimi anni del dopoguerra,  determinato da una contraddizione
di fondo, per la quale esso, da un lato, ha inteso alimentare la solidariet col Pci per non farsi
abbandonare da un proletariato economicamente pi arretrato di quello degli altri Paesi europei e
quindi incline a trovare la propria espressione politica nel Pci; dallaltro lato non ha potuto dimenticare
e rinnegare la propria origine e vocazione socialdemocratica, che lo spingono a una decisa opposizione
al Pci. Per esistere come socialdemocrazia era inevitabile che il Psi si spezzasse e allontanandosi dal
Pci si dirigesse verso quella zona politica dove sarebbe divenuta possibile la sua partecipazione al
governo. Per vivere, la socialdemocrazia doveva occupare il terreno che le  congeniale, quello della
lotta democratico-parlamentare per la realizzazione delle riforme in favore del proletariato. Sennonch
il Pci sta ora invadendo questo terreno e minaccia di non lasciar pi alcuno spazio alla
socialdemocrazia e allo stesso Psi.
Questo ordine di considerazioni non diceva che, poich il Psi si trovava in posizione
subordinata, sarebbe venuto a trovarsi in quella posizione anche in seguito (e infatti accade spesso che i
partiti piccoli divengano grandi e viceversa): queste mie considerazioni indicavano invece una
contraddizione di fondo, strutturale, in cui si trovava, e da tempo, il Psi e che produceva quelle
scomposizioni e ricomposizioni, e passaggi da destra a sinistra e da sinistra a destra, e unificazioni di
fattori inconciliabili che Bobbio andava registrando, ma di cui si trattava di scorgere la radice. Sul
piano storico non c alcuna buona profezia che non parta dallindividuazione di una certa
contraddizione.  infatti la presenza di questultima, in un certo fenomeno sociale, a determinare
linstabilit di esso, cio la sua tendenza a uscire dalla propria configurazione attuale per raggiungere
uno stato di equilibrio in cui la contraddizione sia in qualche modo oltrepassata. Appunto in base al
rilevamento della contraddizione presente nel socialismo reale avevo previsto ventanni fa il tramonto
del marxismo e dello Stato marxista dellUrss (si veda in proposito il mio saggio La bilancia, cit., cap. 4).
La contraddizione del Psi era dunque, ed  tuttora, di dover restare unito e insieme di doversi
allontanare dal pi grande partito della sinistra italiana; ma, questo, in una situazione in cui tale partito
andava muovendosi a sua volta in quella stessa direzione, percorrendo la quale il Psi si sarebbe potuto
differenziare, rendere autonomo dal Pci. Il Psi intendeva cio stabilire una distanza tra s e il Pci, che
invece questultimo andava colmando e riducendo. Per aver spazio ed esistere come partito
socialdemocratico, il Psi doveva rompere i ponti col Pci, uscendo cos dalla contraddizione per la quale
esso era insieme unito al Pci; ma questo movimento per oltrepassare la contraddizione era vanificato
dal fatto che il Pci andava sempre pi spostandosi verso la socialdemocrazia, rinnegando la matrice
marxista; e occupando lo spazio dove il Psi poteva e pu vivere lo costringeva e lo costringe o a rifluire
nel Pci e, ora, nel Pds  e quindi a perire come compagine autonoma , o a trasformarsi e a
rinnovarsi, alla ricerca del proprio elemento caratterizzante. Il rinnovarsi gli consente certamente
di sopravvivere (la sua instabilit non  cio soltanto un fattore negativo); e tuttavia il rinnovamento
non pu che allontanarlo dallelettorato di sinistra, ribadendo e accentuando la sua posizione
subordinata e spingendolo verso una configurazione similare a quella del Partito socialdemocratico 
che  un altro modo di perire.
Tutta la sinistra italiana (e non solo italiana) si  messa a correre verso il centro, e il Pci pi
visibilmente se non pi velocemente delle altre formazioni di sinistra, in modo che le diverse distanze
delle sinistre dal centro sono andate riducendosi fino a sparire. Oggi non esiste pi alcun motivo ideale
che spieghi la separazione tra il Pds e i due partiti socialisti italiani. I movimenti trasversali non
fanno che trarre la conseguenza di questo stato di cose, cio di questa caduta delle discriminazioni
ideologiche, che, con motivi diversi coinvolge tutto il mondo politico italiano.
Lo scontro tra comunismo marxista e socialdemocrazia risale alla fine del secolo scorso e
riguarda soprattutto il modo di far valere i diritti della classe operaia. Per il comunismo la liberazione
dei lavoratori pu avvenire soltanto con una rivoluzione che, alla luce della coscienza filosofica
totalmente dispiegata dal pensiero di Marx, distrugga le istituzioni della societ borghese. Per la
socialdemocrazia, invece, la battaglia per lemancipazione operaia non deve avere un carattere violento
ma devessere condotta conformemente alle regole della democrazia parlamentare e quindi lungo un
cammino che affronta problemi settoriali e specifici e li risolve gradualmente con riforme determinate.
Come trasformazione totale della societ, che oltrepassa lirrazionalit dei rapporti di
produzione capitalistici, la rivoluzione comunista intende essere latto filosofico per eccellenza. Come
azione settoriale e graduale, che dal punto di vista operativo ritiene irrilevante il concetto di totalit
sociale (Lavoratori di tutto il mondo unitevi, era lappello finale del Manifesto del Partito
comunista di Marx ed Engels), la socialdemocrazia si presenta invece, sin dai suoi inizi, come teoria e
come azione scientifica. Il rapporto e lo scontro tra scienza moderna e filosofia, da cui esce vincente la
scienza,  il fenomeno grandioso che sta alla base del rapporto e dello scontro tra comunismo e
socialdemocrazia, da cui  uscita vincente la socialdemocrazia.
Ma, oltre al miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia nelle democrazie
occidentali (dove diventa problematico il concetto stesso di classe sociale), anche un altro fattore
decisivo ha determinato la vittoria della socialdemocrazia: il mezzo secolo di tensione atomica tra Usa
e Urss, che ha irrigidito la divisione del mondo in due blocchi, rendendo quindi impossibile la
rivoluzione comunista nei Paesi del mondo occidentale. Il Pci (a differenza del terrorismo di sinistra)
ha capito subito che la rivoluzione era diventata impossibile. Le vie nazionali del comunismo di
Togliatti e il compromesso storico di Berlinguer dicevano sostanzialmente la stessa cosa, ossia erano
due espressioni diverse per riconoscere questa impossibilit senza ammainare la bandiera.
Ma rinunciando alla rivoluzione il Pci rinunciava al comunismo, cio a se stesso. Accettando le
regole della democrazia non pi per espediente tattico, ma come conseguenza del riconoscimento che
lappartenenza dellItalia alla sfera di influenza americana rendeva definitivamente impossibile una
rivoluzione che sarebbe inevitabilmente apparsa al mondo occidentale come longa manus dellUnione
Sovietica, il Pci compiva il passo fondamentale, sul piano politico, per diventare socialdemocrazia. La
tensione internazionale spingeva cio il Pci a invadere gli spazi sino allora occupati dal Partito
socialista e dal Partito socialdemocratico, e a invaderli con volumi e pesi politici molto superiori a
quelli del socialismo italiano. Determinando la trasformazione del Pci (e la morte del comunismo
occidentale), la tensione internazionale determinava anche la morte del socialismo italiano. La forza di
questo processo appare adeguatamente se si tiene presente la sinergia tra questo fattore  la situazione
internazionale  e quello che conduce al tramonto della tradizione occidentale e quindi, innanzitutto, al
tramonto della filosofia nella scienza. ( la posizione centrale acquistata dalla scienza e dalla tecnica
spiega anche come sia stato possibile il miglioramento delle condizioni economiche dei lavoratori.)
Fino a che limpero sovietico  rimasto in vita e la guerra fredda si perpetuava, il socialismo
italiano ha avuto tuttavia una grossa carta da giocare: la minaccia dellUrss era effettiva e incombente e
 nonostante ogni trasformazione e ogni riconoscimento da parte del Pci dei valori occidentali  del Pci
non ci si poteva fidare (cio aveva senso far credere che non ci si potesse fidare). Lemancipazione dei
lavoratori si sarebbe cio potuta realizzare attraverso lazione politica del Psi e non in
quellirraggiungibile sogno di unuscita dal capitalismo, che il Pci doveva (o credeva di dover)
alimentare nel proprio elettorato. Nonostante la contraddizione di fondo e linstabilit del Psi, di cui
ho parlato sopra e di cui parlavo quasi ventanni fa, il Psi aveva avuto cio a disposizione una ragione
autentica per differenziarsi dalla socialdemocrazia del Pci, per proporsi come partito di governo e
diventarlo, per diventare addirittura, con la segreteria Craxi, lago della bilancia tra Dc e Pci. Ma ora
che lUnione Sovietica non esiste pi e il centro del comunismo mondiale  scomparso, tutto questo 
finito, quella carta da giocare che consentiva al Psi di mascherare la propria contraddizione di fondo,
 stata giocata e la socialdemocrazia del Pci nel frattempo divenuto Pds non differisce pi
sostanzialmente dalla socialdemocrazia del Psi  o differisce solo nel senso che, allinterno del sistema
capitalistico, differiscono due imprese che si fanno concorrenza ma che mirano allo stesso scopo, ossia
allincremento del profitto, una essendo tuttavia pi grossa dellaltra.
Le attuali traversie del Psi sono una delle forme pi visibili e pi inevitabili della crisi che il
crollo del comunismo ha determinato negli stessi avversari del comunismo, e quindi nelle forme
politiche del mondo occidentale. Ventanni fa, proprio in occasione della vittoria del Pci, nel 1975,
scrivevo che la logica profonda delle cose suggeriva alle sinistre di diventare un partito laburista, e alla
Dc e agli altri di diventare un buon partito conservatore (cfr. ora in Tchne, cit., ibid.). Questa logica
agisce anche oggi. Ad aggirarla o a volersene liberare si fanno soltanto battaglie di retroguardia (anche
se  molto difficile che la Chiesa rinunci a sostenere in Italia lesistenza di un partito di ispirazione
cattolica, differenziato sia dalle forze conservatrici sia da quelle laiche progressiste).
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33.
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Tam evidenter.
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La Chiesa intende indicare il bene delluomo. Non soltanto del credente, ma anche del non
credente. Questo significa che secondo la Chiesa anche il non credente pu realizzare un vero bene.
Appunto alla luce di questo principio, lattuale Pontefice ha detto qualche anno fa al Parlamento
europeo che se lEuropa emarginasse il cristianesimo non solo sarebbe negata tutta leredit del
passato europeo, ma sarebbe anche gravemente compromesso un avvenire degno delluomo europeo 
intendo dire di ogni uomo europeo, credente o non credente.
Prima di domandarci quale giustificazione possegga questa affermazione,  necessario
comprenderne il senso. Innanzitutto essa non dice che se si emargina il cristianesimo si nega tutto il
passato europeo: c molto di orrendo in questo passato, della cui perdita la Chiesa non pu
rammaricarsi. Infatti il Pontefice afferma che emarginando il cristianesimo sarebbe negata tutta
leredit del passato europeo. Qui, leredit  ci che vale la pena di ereditare. Ma il passo non pu
nemmeno riferirsi semplicemente alleredit cristiana, altrimenti esso si limiterebbe ad asserire una
tautologia e cio che se si emarginasse il cristianesimo si emarginerebbe il passato del cristianesimo. E
infatti il testo dice che con lemarginazione del cristianesimo sarebbe negata tutta leredit del
passato europeo, ossia non solo (come  ovvio) quella cristiana, ma anche quella che vale la pena di
ereditare ma che sembra essersi sviluppata al di fuori del cristianesimo.  chiaro dunque che il passo si
riferisce al vero bene compiuto dai non credenti nel passato dellEuropa  oltre che, si capisce, al bene
compiuto dai cristiani.
Analogamente, questa dichiarazione di Giovanni Paolo II non si preoccupa che con
lemarginazione del cristianesimo venga compromesso tutto lavvenire dellEuropa ( presumibile che
anche in futuro gli Europei compiano del male), ma che venga compromesso un avvenire degno
delluomo europeo; e non del solo uomo cristiano europeo (che sarebbe daccapo unovviet), ma di
ogni uomo europeo, credente o non credente.
La sorte del cristianesimo riguarda dunque anche i non credenti. Perch?  in gioco soltanto
linevitabile influsso del cristianesimo sulla societ in cui si  sviluppato?
Incominciamo a osservare che, proprio perch si rivolge a tutti, anche ai non credenti, e reputa
che anchessi possano praticare un vero bene, la Chiesa ritiene che una parte del proprio insegnamento,
ossia quanto viene da essa sostenuto non sul piano soprannaturale della rivelazione ma su quello della
pura ragione, mostri un bene la cui verit pu essere conosciuta da ogni uomo, credente o non credente.
Se non si tiene presente questo nodo centrale della dottrina della Chiesa si capisce ben poco del suo comportamento.
Ad esempio, invitando tempo fa lo Stato italiano a mettere a disposizione della famiglia per lo
meno le stesse risorse che usa per sgretolarla e inaridirla, il segretario della Cei ebbe ad aggiungere:
Se non lo vuole fare per amore del Vangelo, lo faccia per la sopravvivenza della societ italiana. Si
possono comprendere queste parole  dico  solo se si tiene presente che, per la Chiesa, quanto essa
propone relativamente alla famiglia contiene una parte (quella in cui la famiglia non  considerata alla
luce della rivelazione) che anche uno Stato privo di amore per il Vangelo, cio non credente, potrebbe
riconoscere come un vero bene per s, la famiglia, la societ, e praticarlo.
Analogamente, quando lattuale Pontefice afferma che se lEuropa volta le spalle al
cristianesimo le volta a se stessa (a tutta leredit del suo passato e a tutto il suo futuro autentico), egli
intende dire che la Chiesa mostra allEuropa un bene, una parte del quale (la parte che non riguarda la
rivelazione) anche lEuropa che non ama il Vangelo e non crede pu riconoscere come un vero bene
per se stessa e praticarlo.
Quando, dunque, la Chiesa condanna il divorzio, laborto, leutanasia, lo sfruttamento del
lavoro, il profitto come scopo primario dellattivit economica, lannullamento delluomo nello Stato
totalitario (e via via, fino al rifiuto di considerare famiglia le unioni non stabili e a maggior ragione
le coppie omosessuali), la Chiesa condanna qualcosa che, per essa, non  soltanto una negazione della
verit soprannaturale del cristianesimo, ma  anche negazione di quelle verit naturali che ogni
uomo, anche il non credente, pu conoscere e praticare. Non a caso, quando in Italia si  dovuto
decidere sul divorzio e sullaborto, la Chiesa ha guidato uno schieramento che non ha tanto insistito sul
fatto che divorzio e aborto sono violazioni della legge cristiana, quanto piuttosto sul fatto che il rifiuto
di quelle pratiche, oltre ad essere un bene anche per i non credenti,  un bene che anchessi,
prescindendo dalla fede, possono riconoscere come un vero bene.
Alla radice del comportamento della Chiesa agisce dunque il modo in cui essa intende il
rapporto tra ragione e fede, tra verit naturale e verit soprannaturale. Se lo si perde di vista,
laffermazione che la sorte del cristianesimo riguarda anche i non credenti risulta senza fondamento o
indeterminata. Ma il senso di quel rapporto costituisce uno dei nodi pi complessi della cultura occidentale.
La Centesimus annus ribadisce che non si pu imporre nulla con la forza alla coscienza umana,
perch questultima  legata solo alla verit sia naturale che rivelata (par. 29). La Chiesa ritiene che
la parte preliminare della propria dottrina sia appunto verit naturale che anche i non credenti
possono conoscere, scorgendo in essa ci che  un vero bene per ogni uomo.  chiaro che, in questo
modo, essa rifiuta la convinzione, oggi dominante nelle democrazie occidentali, che libert e verit siano incompatibili.
Lenciclica Centesimus annus rileva (par. 45) lucidamente la struttura di questa convinzione:
Oggi si tende ad affermare che lagnosticismo e il relativismo scettico sono la filosofia e
latteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti sono convinti
di conoscere la verit e aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista
democratico, perch non accettano che la verit sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a
seconda dei diversi equilibri politici. Chi  convinto di conoscere la verit  cio un nemico della
democrazia, della tolleranza, della libert.
A questa tesi la Centesimus annus replica dicendo (ibid.) che la verit cristiana non vuole
imporsi con la forza alle coscienze, non  fanatismo o fondamentalismo, la Chiesa ha come suo
metodo il rispetto della libert; e che tuttavia in un mondo senza verit la libert diventa violenza pi
o meno palese  che  violenza anche se  sostenuta dalla volont della maggioranza. Se in una
democrazia c tolleranza e libert senza verit, allora si canonizza il diritto del pi forte: la
maggioranza diventa lunica fonte del diritto, la statistica il legislatore (J. Ratzinger).
Da molto tempo vado richiamando lattenzione proprio su questo punto, che peraltro compare
abbastanza recentemente nei documenti della Chiesa: in un mondo senza verit, lunico diritto, lunico
valore  la violenza, sia pure quella che si esprime nella volont della maggioranza e che
indubbiamente differisce dalla violenza dello Stato totalitario  anche se la diversit si costituisce
allinterno di una comune radice. Senza verit, inoltre, il potere non  pi il mezzo per realizzare ci
che luomo pensa, ma diventa il fine per la cui realizzazione ci si serve del pensiero e della coscienza
delluomo. A proposito di questo secondo punto, la Centesimus annus concepisce lalienazione
dellesistenza umana appunto come inversione tra mezzi e fini (par. 41).
Daltra parte, allaffermazione che in un mondo senza verit il diritto e il valore finiscono col
coincidere con la violenza vincente, la violenza vincente pu replicare: E perch non ho diritto a
prevalere e a vincere se ne ho la capacit? Se la verit non esiste, non pu esistere nemmeno una
condanna vera del mio prevalere e prevaricare. Ogni condanna che mi viene rivolta non esprime altro
che linvidia delle forze perdenti.
Per quanto sconcertante possa apparire, questa conseguenza  ineccepibile. Vien dunque in
primo piano la necessit di discutere la premesssa, e cio laffermazione dellinesistenza della verit.
La gran questione riguarda (ma  tema che non pu essere affrontato in queste pagine) il senso e
lesistenza della verit. Riguarda quindi anche la persuasione della Chiesa che la verit sia, insieme,
naturale e rivelata. In proposito, richiamo qui alcune considerazioni che ho ampiamente sviluppato altrove.
Non  lecito ritenere che, essendo cos evidentemente confermato da Dio, ci che viene
affermato per fede sia falso. Questa affermazione si trova quasi allinizio della Summa contra gentiles
(I, 7) di Tommaso dAquino. Parla della verit della fede cristiana.  una delle tesi fondamentali di
Tommaso.  cio una delle tesi fondamentali della Chiesa cattolica. Senza timore di esagerare, si pu
dire anzi che sia la tesi fondamentale, perch, nella teologia tomistica, sta al fondamento di ogni altra.
Si riferisce infatti alla totalit del messaggio cristiano, cio allinsieme dei testi dellAntico e del Nuovo Testamento.
Questo messaggio  ci che il cristiano accetta per fede, e non  lecito ritenere che esso sia falso
(nec id quod fede tenetur [] fas est credere esse falsum). Non  possibile ritenere che sia falso, visto
che  cos evidentemente confermato da Dio (cum tam evidenter divinitus confirmatum sit).
Confermato da Dio significa rivelato da Dio (ex revelatione divina, dice il testo poco dopo) e
quindi reso sicuro e, appunto, confermato dal fatto che  Dio a rivelarlo.
Ma il testo precisa che il contenuto della fede  confermato da Dio con piena evidenza: cos
evidentemente confermato da Dio: tam evidenter. Tommaso sta parlando dellevidenza. La quale 
per lui la propriet che compete ai primi principi innegabili della ragione naturale, cio della ragione
che luomo possiede per natura.
Con le proprie forze, la ragione naturale non  capace di conoscere le verit soprannaturali
della fede. La verit di fede (veritas fidei) non  una verit di ragione (veritas rationis). Appunto per
questo  Dio a rivelare le verit soprannaturali della fede. Quando, dunque, il testo di Tommaso
afferma che il contenuto della fede, cos evidentemente confermato da Dio, non pu essere falso, non
intende dire che Dio, confermando la fede, la rende qualcosa di evidente. Se Dio, confermando il
contenuto della fede, lo rendesse qualcosa di evidente, lo trasformerebbe in una verit di ragione
accessibile alluomo. Il contenuto della fede non sarebbe pi soprannaturale e rivelato da Dio. E invece
Dio rivela ci che la ragione umana naturale non  capace di conoscere e che dunque, proprio perch
soprannaturale, non  qualcosa di evidente.
 chiaro, allora, che il testo di Tommaso, dicendo che il contenuto della fede non  falso,
essendo cos evidentemente confermato da Dio, intende dire: questo contenuto non  falso, perch 
evidente che  confermato da Dio, ossia perch  evidente che  rivelato da Dio.  evidente che
lAntico e Nuovo Testamento  rivelato e confermato da Dio; ed essendo cos evidentemente
confermato da Dio non pu essere falso.
Questo significa che il fatto che Dio abbia rivelato il contenuto della fede cristiana  una verit
evidente della ragione naturale. Certo, tutto il contenuto della fede cristiana  una verit soprannaturale;
ma che esso sia rivelato e confermato da Dio , per Tommaso e per la Chiesa, una verit naturale, cio
possiede unevidenza che la ragione umana pu cogliere con le proprie forze: possiede levidenza dei
primi principi della ragione naturale.
Ma di che principio si tratta? Laffermazione: Dio ha rivelato il contenuto della fede  un
principio evidente della ragione naturale, ma non ha nulla a che vedere con un principio logico, o col
principio di non contraddizione che per Tommaso, aristotelicamente, sta alla radice di tutti i principi
logici. In un principio logico il predicato  infatti, anche per Tommaso, riferito necessariamente al
soggetto della proposizione in cui consiste il principio. Ma per Tommaso e per la Chiesa Dio (soggetto)
non  necessitato, ma  libero di rivelarsi agli uomini (predicato). Che tipo di principio  dunque
laffermazione che Dio ha rivelato il contenuto della fede?
Lapostolo Paolo afferma che la fede pu sorgere nelluomo solo se si ascolta qualcuno parlare
di ci che in essa  contenuto: fides ex auditu (Rom. 10, 17). Chi si fa ascoltare per primo, nel Nuovo
Testamento,  Ges Cristo, il Verbo incarnato; poi si fanno ascoltare coloro che annunciano il
messaggio di Cristo. Che cosa si fa dunque sentire nelludito delluomo, quando gli viene incontro la
parola di Ges? Qualcosa, risponde lapostolo, che va accolto non come parola di uomini, ma, come 
in verit, come parola di Dio (Thess. 2,13). In verit (aleths), ci che luomo sente  la parola di
Dio.  vero che  la parola di Dio. Lesser vero significa qui il manifestarsi, il mostrarsi. La
parola di Ges, a un certo momento, si presenta alludito delluomo, e si presenta mostrando di essere
la parola di Dio. Questo suo mostrare di essere la parola di Dio  il suo essere veramente la parola
di Dio. Ludito  uno dei modi in cui luomo si apre a ci che appare. Facendosi incontro alludito, la
parola di Dio appare manifestamente come parola di Dio, mostra di esserlo, mostra da s di esserlo.
Ma ci che appare manifestamente e si manifesta da s  appunto qualcosa di evidente. Quando
Tommaso afferma che  evidente che il contenuto della fede sia rivelato da Dio, ripropone
laffermazione dellapostolo Paolo che  vero che la parola di Ges, che si fa innanzi nelludito
delluomo,  la parola di Dio. Questo non significa che, quando Dio parla, tutti riconoscano che  Dio a
parlare. Paolo dice che la fede  ex auditu, proprio mentre sta ricordando quanto numerosi siano coloro
che hanno udito la parola di Dio e non le hanno creduto. Paolo intende dire che chi non crede rifiuta
levidenza, la verit, rifiuta ci che si manifesta e si mostra. Rifiuta dunque, nel linguaggio di
Tommaso, la ragione naturale; giacch questultima  ora va reso esplicito  non si fonda soltanto
sullevidenza dei principi logici e del principio di non contraddizione, ma anche sullevidenza
di quella diversa forma di principio che consiste nellapparire, mostrarsi, manifestarsi, presentarsi delle
cose. Nel linguaggio moderno, ci che incomincia a manifestarsi nelle cose umane viene chiamato
fatto storico, o verit storica. Per la Chiesa cattolica, che il contenuto della fede sia rivelato da Dio
 una verit storica.
Ma con queste considerazioni non ci troviamo di fronte a una soluzione. Abbiamo davanti il
problema.  ancora possibile, oggi, parlare di una verit storica che abbia il carattere
dellincontrovertibilit e dellevidenza? E fino a che punto  adeguata linterpretazione che abbiamo
dato del passo della Summa contro gentiles?
Queste domande riguardano una discussione, che risale alla seconda met degli anni Sessanta,
tra la Chiesa cattolica e lautore di queste pagine. Per il pensiero di Tommaso  che sta tuttora al
fondamento della dottrina ufficiale della Chiesa   evidente che i testi biblici sono rivelazione di
Dio. E questo significa, se stiamo a quanto sopra si  detto, che per la Chiesa  una verit storica non
solo che in un certo tempo sia vissuto in Palestina un uomo chiamato Ges e morto in croce:  una
verit storica anche che questuomo sia stato lincarnazione del Verbo divino, il Dio fatto uomo che
annuncia la Buona Novella.
Certo, nel cristianesimo c anche chi salta a pi pari la preoccupazione di affermare e
confermare lesistenza di questa verit storica. Kierkegaard, ad esempio, scrive: esiste un fatto storico
che mi insegna che per la mia salvezza eterna io debba rivolgermi a Cristo; ma mi guarder bene dal
prendere una via sbagliata e dingolfarmi nei cavilli delle ricerche scientifiche, per sapere se si tratta di
un fatto storicamente certissimo: io scelgo, e questo si chiama rischiare, e senza rischio la fede 
impossibile (Diario, 1850, X2 A 406). Credo che da Cristo dipenda la mia salvezza eterna, e credo
che chi mi viene incontro nella storia sia il Verbo di Dio fatto carne, e cio che sia la rivelazione di
Dio. Ma chi crede in questo modo non pu certo dire che sia cos evidente (tam evidenter) che il
contenuto del messaggio cristiano sia la rivelazione di Dio. Se il contenuto della fede fosse cos
evidentemente confermato da Dio, non ci sarebbe pi il rischio della fede.
Il discorso ci ha dunque condotto a un dilemma. Proviamo a indicarlo.
Laffermazione che luomo incontra Dio nella storia  o che Dio si rivela alluomo nella storia 
pu essere o una evidenza della ragione umana naturale, oppure una fede (cio un contenuto della fede).
In questo secondo caso,  per fede che si afferma che il contenuto della fede cristiana 
rivelazione divina. Cio uno dei contenuti della fede cristiana consiste nellaffermazione che tutti i
contenuti di tale fede sono rivelazione divina.  dunque per fede che si afferma che il contenuto della
fede cristiana  verit ed evidenza. Ed  dunque per fede che si potr dire quello che a Tommaso e alla
Chiesa sta cos a cuore: che le verit della ragione naturale non potranno mai smentire le verit della
fede ( questo, appunto, il tema del capitolo a cui appartiene il passo tomistico che abbiamo preso in
considerazione). E se  la fede a dire che non ci pu essere opposizione tra ragione e fede, allora la
ragione  la stessa ragione di cui parla Tommaso  non pu escludere, da parte sua, di poter
mostrare, a un certo momento, che la fede cristiana  qualcosa di falso.
Se invece  e questo  il primo dei due casi del dilemma che stiamo mettendo in luce 
laffermazione che luomo incontra Dio nella storia  una evidenza della ragione umana naturale,
ossia  una verit storica (e appunto in questo senso abbiamo interpretato il passo di Tommaso),
allora viene messo a repentaglio, e infine distrutto, il carattere soprannaturale, cio il carattere di
grazia della rivelazione cristiana.  vero che Tommaso afferma con estrema decisione che la ragione
naturale non pu dimostrare i singoli contenuti soprannaturali della fede cristiana. E tuttavia, se  una
verit della ragione naturale (se  una verit storica) che linsieme di tali contenuti sia verit, essendo
essi rivelati da Dio, sostenere questa tesi  il modo pi radicale e pi rapido per trasformare in verit
naturale e in evidenza filosofica lintero contenuto della fede cristiana. In un sol colpo il
cristianesimo  trasformato in gnosi.
Per evitare questo dilemma la Chiesa instaura un rapporto ambiguo con laffermazione che
luomo incontra Dio nella storia (o che il messaggio cristiano  rivelazione divina): di fatto, la Chiesa
tratta questa affermazione come una evidenza indiscutibile della ragione umana, cio come una verit
storica, e dunque come qualcosa che non  semplicemente fede, ma costringe allassenso anche i non
credenti (di fatto la dottrina della Chiesa  gnosi); ma insieme, essa evita di riconoscere esplicitamente
ci che essa compie di fatto (evita di riconoscere di essere gnosi).
Il problema  gi imponente anche a prescindere (come qui abbiamo fatto) della questione di fondo: il significato di ci che il pensiero cristiano chiama fede e ragione.
Ma intanto  venuto in luce che proprio perch, di fatto, la dottrina della Chiesa  gnosi, proprio per questo la Chiesa pu considerare la propria dottrina sociale come verit naturale, o verit di ragione, e non come semplice fede; e quindi pu porre come verit naturale, cio come autentica e incontrovertibile verit razionale, sia laffermazione che la democrazia senza verit  assolutismo, totalitarismo, prevaricazione del pi forte, sia laffermazione che lo scopo del capitalismo non pu essere il profitto, ma il bene comune della societ.
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34.
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La Seconda guerra mondiale e lEuropa.
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Da molto tempo lo spirito delluomo ha percepito la necessit di un mutamento. Eppure la
natura umana  tale che non le basta comprendere per portare a compimento ci che  necessario  
soprattutto il dolore il suo maestro. Ernst Jnger  il grande scrittore tedesco, oggi novantottenne,
ammirato da Heidegger  scrive queste parole in un saggio, La pace (Guanda Editore, 1993), al quale
egli incomincia a pensare sin dal 1941, che gi nel 1944 circola in esemplari dattiloscritti e viene
pubblicato lanno successivo. Il senso e il peso di questo saggio possono essere equivocati. A prima
vista pu sembrare grande retorica. Ma poi se ne percepisce lampio respiro. Si tratta di comprendere
che il mutamento, a cui si riferisce il passo qui sopra riportato, porta a compimento lEuropa, ma che
lEuropa  qualcosa di molto pi profondo di ci che con questo nome viene indicato nella
comprensione politica, economica, giuridica del vecchio Continente.
Come la cultura occidentale pensa sin dalle sue origini, il dolore  il maestro delluomo. Gli
insegna la necessit dei grandi mutamenti. Senza dolore non viene generato nulla di grande. Nietzsche
parlava appunto del dolore della partoriente, affinch esista leterno piacere del creare, affinch la
volont di vita affermi se stessa eternamente. Ma in queste sue pagine Jnger non sembra avvertire la
propria dipendenza da Nietzsche e anzi prende le distanze dal nichilismo del filosofo tedesco.
Il dolore che Jnger ha davanti  lorrore della Seconda guerra mondiale, le stragi dei
combattimenti e dei campi di concentramento, la distruzione di intere citt. Il culmine del dolore e
dellannientamento, dunque: dunque la premonizione del mutamento pi grande. Per questo egli
chiama semina il sangue e il fuoco della Seconda guerra mondiale. E pi tardi, quando la battaglia
sar cessata, si comprender che lintelletto avrebbe potuto riconoscere e perseguire i nuovi
ordinamenti, ma che per realizzarli era necessario concorressero le passioni, il dolore, il fuoco.
Il modo in cui il saggio incomincia a stabilire in che consistano i nuovi ordinamenti e il
frutto che quella terribile semina esigeva, pu deludere: per gli Europei si trattava di lasciarsi alle
spalle gli Stati nazionali e di costruire lEuropa, il nuovo impero in pacifica competizione con gli
altri due imperi gi esistenti, Stati Uniti e Unione Sovietica.
Certo, non  un passo da poco. Dopo altri cinquantanni limpero dEuropa  ancora molto
lontano. E Jnger vuole per lEuropa ununit non semplicemente economica e tecnologica, ma
spirituale, religiosa, cristiana. Daltra parte, il dolore della Seconda guerra mondiale non aveva il
compito di partorire il cristianesimo, che esisteva da duemila anni, e nemmeno la moderna tecnica
scientifica, che era gi allopera nel conferire allo scontro bellico il carattere della distruttivit estrema.
Se il parto vero e proprio di quel mare di dolore che  stato il secondo conflitto mondiale fosse stato
agli occhi di Jnger labolizione degli Stati nazionali, questo scritto darebbe limpressione che
limmane montagna del dolore sia stata innalzata per partorire qualcosa che non le  comparabile. E
sarebbe quindi stridente la magnificenza e la potente bellezza con cui Jnger mostra il dolore della
guerra, sino a renderlo una montagna incantata. Il gioco (lEuropa) non varrebbe la candela (il fuoco
della guerra), nonostante il suo apparire, in queste pagine, come un possente fuoco purificatorio, la
prima opera collettiva dellumanit, i cui fronti vermigli per la prima volta hanno saldato il globo
con cuciture incandescenti. E se si pensa al modo in cui  stato compiuto il massacro, si proverebbe
repulsione a leggere che per la virt ammaestrante e generatrice del dolore il massacro era il buon
grano che qui  stato macinato e che non pu andare perduto perch per lungo tempo dovr fornirci il
pane. Si dovrebbe dire che la debolezza teorica di questo libro si fa innanzitutto percepire come
stonatura, scompostezza, inopportunit del tono alto con cui si parla di ci che alla fine dei conti si
presenterebbe come spreco insensato di sofferenza.
Eppure, in un contesto storico pi ampio di quello considerato da Jnger, il carico immane di
sofferenza della Seconda guerra mondiale non si presenta come uno spreco. Le nazioni europee  come
il Nord America, il Giappone e come lo diverranno anche la Russia, lUcraina, il Kazakistan  si
trovano sempre pi sotto la pressione dei popoli poveri del Terzo Mondo. Masse sterminate premono
con forza sempre maggiore sui confini dei popoli ricchi. La possibilit di grandi migrazioni di masse
decise a entrare nelle aree del benessere diventa sempre pi consistente. Se si realizzasse, sarebbe,
come ormai generalmente si riconosce, la catastrofe dei popoli ricchi e quindi dellintero Pianeta.
Ma la resistenza che i singoli Stati europei possono opporre alla pressione del Terzo Mondo
(anche quando tale resistenza si traducesse in forme di aiuto per i popoli poveri, miranti ad attivare le
loro energie),  estremamente pi debole della resistenza organizzata da unEuropa unita, cio da
unEuropa che per lo meno si sia lasciata alle spalle quellostilit tra le sue nazioni maggiori, che ha
condotto alla Prima e alla Seconda guerra mondiale. Ed  difficile pensare che senza questultima i
rapporti tra Germania, Francia, Inghilterra e Italia avrebbero assunto quel carattere di collaborazione
che nonostante tutto attualmente li contraddistingue. Di fronte alla minaccia incombente dei poveri, i
nazionalismi intransigenti dei Paesi ricchi dEuropa dovevano distruggersi. Guardando
retrospettivamente, doveva esserci la Seconda guerra mondiale perch fosse distrutta quella forma di
nazionalismo che rendeva impossibile anche la forma pi elementare di cooperazione tra gli Stati
europei. In questo senso si pu recuperare il discorso di Jnger, anche se egli non pensava che tale
cooperazione  la base minimale perch lEuropa non sia spazzata via, incominciando dalle sue
posizioni pi deboli, dalla grande ondata dei poveri, che si preannuncia nel pericolo che i meno poveri
tra i poveri (Iraq, Arabi, popoli dellex Jugoslavia) costituiscono per le nazioni europee.
Il nazionalismo che in Europa  stato tolto di mezzo o, meglio, che ha distrutto se stesso con la
Seconda guerra mondiale, non  infatti il nazionalismo che allEst colma in qualche modo il vuoto
lasciato dal crollo del comunismo, e non  nemmeno il nazionalismo che nellEuropa occidentale si
rivolge contro limmigrazione extracomunitaria e dei meno privilegiati del Sud europeo.
 chiaro che in tutto questo discorso le sofferenze della Seconda guerra mondiale sono il prezzo
che lEuropa doveva pagare per non presentarsi disunita e in lotta con se stessa al grande appuntamento
con londata del Terzo Mondo. Tali sofferenze non hanno cio nulla del sublime che Jnger vi
scorgeva, scrivendo che in esse era presente il nucleo migliore, il sostrato pi nobile e
disinteressato delluomo, che senza pensare a se stesso e al proprio bene, vive e muore per altri, per
altri offre sacrifici e che tutto ci si  verificato in abbondanza; un grande tesoro di sacrifici si 
accumulato a fondamento della nuova costruzione del mondo. Il sacrificio  chiunque lo ha certo
avvertito  fu lazione cui prese parte incondizionatamente anche lultimo e il pi semplice degli
uomini. E le cose spingevano verso il fuoco, in esso volevano purificarsi, depurarsi. La guerra come
purificazione.  un consolidato principio della cultura europea e in particolare tedesca.
Sennonch Jnger non pensa soltanto alla purificazione dal particolarismo nazionalistico. E
sembra credere che nei combattenti e sofferenti della Seconda guerra mondiale ci fosse la coscienza
embrionale della posta in gioco: In fondo a questi cuori era assai pi vivo il senso del dono autentico,
del sacrificio autentico, i cui fiori e frutti crescono pi alti che nel mondo dellodio. Un nuovo senso
della terra. In questo nobile quadro guerriero non pu certo rientrare il genocidio, la ferocia del
massacro degli inermi, lossequio ottuso alla bestialit dei cosiddetti ordini superiori. Jnger lo sa bene
e denuncia lodio di classe e di razza, il terrore nero e il terrore rosso, la plumbea tirannide,
la marmaglia dei lemuri che esercitano nelloscurit le loro orride arti. Dice insomma con potenza
tutto quello che molti si aspettavano che Heidegger dicesse. (Ma dice anche: E noi fummo testimoni
del finto sdegno di altri lemuri, che accorsero dove giacevano le carogne a dissotterrare i sepolti, a
esporre i corpi putrefatti, a misurare, contare, ritrarre come meglio conveniva ai loro scopi.)
Il tono alto con cui Jnger parla delle sofferenze della guerra mostra, comunque, di essere
appropriato se finalmente ci si rende conto che lunit dellEuropa  per Jnger il nuovo senso della
terra, perch  il superamento del nichilismo stesso, ossia della immane forza negativa che a suo
avviso ha avuto le sue radici e la sua attuazione pratica in Russia e in Germania. Non si tratta
semplicemente di ricordare che la tesi dello storico Ernst Nolte  per la quale i campi di
concentramento nazisti sono stati la risposta dettata dalla paura di fronte ai campi di concentramento
comunisti   anticipata in queste pagine da Jnger (Ma la paura che si irradiava da Est offr al
nichilismo, che in Germania si era preparato da generazioni, lattuazione pratica, che inorrid non
soltanto il mondo ma anche chi ben conosceva il Paese). La guerra tra il popolo tedesco e il popolo
russo ha trovato la sua rappresentazione pi pura, perch  stata la guarigione dal nichilismo, la
guarigione che si annida nel dolore. Londata distruttiva della guerra ha un carattere positivo (tanto da
far dire a Jnger che, per essa, andiamo incontro a migliori condizioni atmosferiche, a unarea di alta
pressione), perch distrugge le radici stesse della distruttivit, le radici del nichilismo. (Le armi
devono creare spazio di decisione, spazio per il progetto spirituale.) Il carattere mondiale dellultima
guerra  dunque il segno che il mondo vuole conquistare nuova forma e nuovo senso come patria
delluomo. Ma forse egli vuol dire soprattutto che la distruttivit estrema del nichilismo finisce, con
la guerra, col distruggere se stessa.
Jnger per non si impegna nel compito, il pi difficile, di seguire le tracce del nichilismo, fino
a raggiungerne la tana. Egli vede la minaccia del nichilismo nella possibilit che la Mobilitazione
Totale operata dalla tecnica (cio il potenziale creativo-distruttivo delle forze titaniche consacrate a
tale Mobilitazione) non sia arginata e sottoposta alle forze umane e divine della cultura, dellarte,
della filosofia, della religione cristiana, della tradizione morale europea. Ma non va al di l
dellesortazione, comune a molta parte della nostra cultura, che la tecnica venga relegata nella sua
sfera. Anche Jnger d per scontato che la tecnica abbia una genesi e uno sviluppo che non ha nulla a
che vedere con le forze umane e divine della tradizione europea. Soprattutto, d per scontato  anche
lui come molti altri  che il nichilismo non si annidi, e in una forma tanto pi pericolosa quanto pi
mascherata, nelle stesse forze che si propongono di combattere la distruzione delluomo e la devastazione della Terra.
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35.
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Essenza del nichilismo, marxismo, capitalismo.
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Il pensiero di Marx appartiene ancora alla grande tradizione filosofica, perch ritiene che sia
possibile affermare lesistenza di connessioni necessarie tra le cose e tra gli aspetti del mondo  ad
esempio la connessione necessaria tra individuo e societ, tra uomo e natura, e, su questa base, tra
uomo e lavoro, tra lavoro e mezzi di produzione, tra uomo e prodotto del lavoro. Ma sin dal suo inizio
la filosofia ritiene, anche, che le cose e gli aspetti del mondo, quanto a ci che hanno di specifico e di
proprio, provengano dal non essere e vi ritornino. Per la filosofia del passato (che culmina in Hegel,
allinterno del cui pensiero Marx continua a muoversi),  dunque tra le cose cos intese  cio come
caduche  che sussisterebbe la connessione per la quale esse dovrebbero star unite necessariamente le
une alle altre; ed  il mondo stesso, come luogo del loro nascere e perire, che dovrebbe essere
necessariamente unito al suo principio divino.
Ma  ed eccoci a uno dei tratti pi decisivi e meno compresi della nostra civilt  se si crede che
ci che esiste provenga dal proprio non essere e vi ritorni, non  pi possibile affermare alcuna
connessione necessaria tra gli esistenti, cio non  pi possibile alcuna verit definitiva e
incontrovertibile (il contenuto della verit essendo appunto la connessione o unit necessaria tra ci che
esiste). La filosofia e lintera cultura contemporanea son giunte appunto alla negazione pi perentoria
di ogni verit. Eppure stentano a rendersi conto che questa negazione  la conseguenza inevitabile della
convinzione fondamentale di tutto il pensiero dellOccidente, e cio che gli essenti vengono e vanno
nel nulla. La fine della grande tradizione filosofica, e quindi anche del marxismo,  inevitabile  e anzi
radicalmente pi inevitabile di quanto non credano gli stessi protagonisti del pensiero contemporaneo.
Da tempo vado dicendo tutto questo; ma aggiungendo che nemmeno il pensiero contemporaneo
ha lultima parola, giacch la fede che le cose escano dal nulla e vi ritornino  lessenza autentica e
nascosta dellalienazione estrema: lalienazione della verit, il nichilismo. Il pensiero che si mantiene
al di fuori di questa fede non  quindi costretto ad accettare le conseguenze che da essa inevitabilmente
provengono; e cio, innanzitutto, non  costretto ad accettare quella negazione di ogni verit
incontrovertibile e di ogni connessione necessaria, che caratterizza il pensiero contemporaneo.
Era questo laspetto del mio discorso filosofico che immediatamente pi interessava Claudio
Napoleoni nel suo tentativo di valorizzare il pensiero di Marx. La possibilit, indicata dai miei scritti, di
porsi al di fuori delle conseguenze scettiche, relativistiche, storicistiche del pensiero contemporaneo
equivaleva per lui alla possibilit  che per altro io non gli concedevo  di continuare ad appoggiarsi
alla filosofia di Marx, sia pure per svilupparla in un senso che Marx non poteva prevedere. Ma poi
Napoleoni si era anche reso conto che se gli fosse stato possibile trovare che il capitalismo 
contraddizione, questa contraddizione doveva essere inscritta in una contraddizione ancora pi ampia,
relativa allintera storia dellOccidente, ossia alla contraddizione in cui il nichilismo consiste; e
nonostante il suo interesse per il senso heideggeriano del nichilismo egli aveva lucidamente compreso
il senso (essenzialmente diverso) del nichilismo, indicato dai miei scritti, e quindi la necessit di andare
oltre il senso che al nichilismo Heidegger assegna (cfr. C. Napoleoni, Discorso sulleconomia politica,
Boringhieri, 1985, p. 145). Di pi: Napoleoni era giunto ad accettare la tesi che questa pi ampia
contraddizione, in cui consiste il senso autentico del nichilismo,  essa stessa inscritta nella
contraddizione ultima  indicata nel mio libro La struttura originaria, del 1958 (2a ed., Adelphi, 1981)
 che compete al finito, in quanto il finito  lapparire finito dellinfinito.
 una vicenda, questa del rapporto che il pensiero di Claudio Napoleoni ha avuto col mio, che
compare nel modo pi chiaro nellultimo libro da lui pubblicato, nel 1985, appunto il Discorso
sulleconomia politica, e che si ripresenta in forma pi implicita nel recente volume, a cura di Gian
Luigi Vaccarino, Dalla scienza allutopia (Boringhieri, 1992), in cui sono raccolti alcuni importanti
saggi composti da Napoleoni tra il 1961 e il 1988.
Lo scritto che chiude il volume  una lettera inviata da Napoleoni ad Augusto Del Noce nel
1988. Vi si discute il problema delluscita dalla societ tecnocratica, cio dalla societ che, per
Napoleoni, Marx  riuscito a prevedere con assoluta esattezza, ma dalla quale non si pu uscire
usando il marxismo. Anche in questultimo volume di saggi, Napoleoni crede, con Marx, che sia
possibile rilevare la contraddizione specifica della societ capitalistica (p. 175). Solo in quanto si
riesca a scoprire che la societ capitalistica (culminante nella societ tecnocratica)  contraddizione, si
pu affermare la necessit di uscirne; ma Napoleoni non concede a Marx e a Hegel che la
contraddizione abbia in s il principio del proprio superamento e cio sia generatrice di un
movimento che porti al di l di essa (p. 181). , questa, la tesi che nel Discorso sulleconomia politica
(pp. 121-122) Napoleoni aveva attinto dal mio libro Essenza del nichilismo (1972, 2a ed., Adelphi,
1982) e della quale egli si serviva per caratterizzare la nostra condizione attuale, la condizione cio
in cui la contraddizione della societ capitalistico-tecnocratica  conoscibile, ma non si sa come uscirne.
Appunto per questo, nel suo ultimo volume di saggi Napoleoni scrive: Nel Discorso,
basandomi sulle obiezioni di Severino ai cattivi kantiani, ho cercato di richiamare la possibilit di
riferirsi alla contraddizione come interpretazione di quelle Gedankenformen che sono gli assetti sociali.
Ma la contraddizione non deve essere necessariamente pensata allinterno di un nesso dialettico, cio
come avente in s la spinta che porta al suo toglimento: una contraddizione pu anche permanere come non tolta (p. 208).
E infatti il punto  di decisiva importanza per il marxismo, per il quale, invece, lesistenza della
contraddizione porta necessariamente al suo toglimento nella storia (cio, nella fattispecie, al
superamento della societ capitalistica nella societ senza classi). Su questo punto, ci che divide
Napoleoni dal mio discorso  che, per me, non solo la contraddizione pu anche permanere, nel finito,
come non tolta, ma il marxismo non riesce nemmeno a mostrare che il capitalismo e la tecnocrazia
siano contraddizione. Anche il tentativo che Napoleoni compie in tal senso in questi suoi saggi (nella
produzione per la produzione il soggetto diventerebbe oggetto e loggetto soggetto, p. 174), per
quanto interessante, non  stringente.
Ladesione di Napoleoni ai tratti fondamentali del mio discorso filosofico  comunque espressa
nel modo pi chiaro da questo passo di Dalla scienza allutopia: Altro  richiamare la legittimit di
pensare la realt storica e sociale come contraddittoria, altro  pensare la contraddizione come avente in
s la spinta al proprio necessario superamento. In realt, come nel Discorso si tentava di dire, la
contraddittoriet del capitalismo  il prodotto di una pi generale contraddizione, che  possibile
nelluomo come essere finito in cui linfinito si manifesta (p. 211).  proprio questultimo tema,
infatti,  cio la contraddizione del manifestarsi dellinfinito nel finito  che Napoleoni attinge nel
Discorso (pp. 108-111), dai miei Studi di filosofia della prassi (1962, 2a ed., Adelphi, 1984) e da La
struttura originaria (cit.).
Ma Napoleoni si era anche reso conto che quando si parla di esistenza della contraddizione 
per esempio della contraddizione del capitalismo  non si nega il principio di non contraddizione, come
invece ritengono H. Kelsen, K. Popper, Galvano Della Volpe e quanti li hanno seguiti, come in Italia
Lucio Colletti. Staccandosi da Colletti, Napoleoni si serve, nel Discorso (pp. 95-103), della critica che
ne Gli abitatori del tempo (cit.) avevo rivolto a Colletti. Il risultato di tale critica  che Marx esce
indenne dalla critica che Colletti gli ha rivolto ispirandosi a Kelsen, Popper, ecc. (i cattivi kantiani).
Napoleoni aveva ben capito (Discorso, pp. 104-111) che questo risultato non equivale affatto, per me,
al riconoscimento della verit della filosofia di Marx. (Come ho detto sopra, questa filosofia  anzi
destinata al tramonto, in quanto affermazione della connessione o unit necessaria tra le cose o tra gli
opposti.) Tuttavia vedeva nel mio pensiero filosofico il fondamento per poter riprendere il discorso
sulla connessione necessaria; e questo significava per lui (ma non per me) la possibilit di tenere in vita
il pensiero di Marx (pp. 106-107).
Ho richiamato queste cose, perch mi sembra che siano state alquanto trascurate nella rinnovata
attenzione per il pensiero di Napoleoni. Vorrei aggiungere che laccordo di Napoleoni ai tratti
fondamentali del mio discorso filosofico non erano qualcosa di estrinseco rispetto ai suoi interessi economici.
Per lui, infatti, la teoria marxiana del valore-lavoro (il valore di scambio della merce 
determinato dalla quantit di lavoro incorporata nella merce), che sta al fondamento della categoria di
sovrappi sociale (salari e profitti)  inaccettabile; e tuttavia quella categoria pu essere egualmente
mantenuta, sostituendo la teoria del valore-lavoro con la teoria dei prezzi contenuta nellopera di Piero
Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci (1960). Ma a differenza degli altri marxisti sraffiani,
Napoleoni ritiene che il sovrappi, nella teoria di Sraffa, sia qualcosa di neutrale, e cio che si possa
affermare sia che il sistema capitalistico impedisce ai lavoratori di appropriarsi di tutto il sovrappi, sia
che lattuale configurazione della societ impedisce ai capitalisti di appropriarsi di tutto il sovrappi sociale.
Per Napoleoni, cio, dopo Sraffa il pensiero di Marx deve essere riformulato, ma una volta
riformulato, esso  (insieme allalternativa neoclassica) unopzione possibile. Ma per Marx il
capitalismo  separazione di ci che  originariamente unito (lavoratore e natura, lavoro e merce,
lavoratore e lavoro, lavoratore e scienza incorporata nelle macchine); e la separazione  contraddizione.
Per Napoleoni era quindi necessario liberare il concetto di contraddizione da ogni interpretazione
inadeguata. Era necessario far questo per mantenere il pensiero di Marx come opzione possibile. Ma la comprensione del senso autentico della contraddizione appartiene alla filosofia, anche se  leconomia stessa a richiederla.
Napoleoni aveva seguito lindicazione dei miei scritti fino a comprendere che la separazione e
quindi la contraddizione originaria che domina la storia dellOccidente  la separazione della terra dalla
verit (Discorso, p. 145), che , insieme, separazione dellessere dellessente  cio  fede
nelloscillazione degli essenti tra lessere e il nulla  cio nichilismo. Ma se cos , il pensiero di Marx
non pu pi essere inteso come unopzione possibile, cio come una possibilit autentica del
pensiero. E non solo il pensiero di Marx, ma tutto ci che si appoggia a quella fede  cio ogni forma
della civilt occidentale  non pu pi essere considerato unopzione possibile.
Anzi, lopzione stessa  una fede. E ogni fede dellOccidente riconducibile alla fede nel
divenire, alla fede nella caducit delle cose  e dunque alla fede che esistano forze (Dio, luomo, lapparato scientifico-tecnologico), capaci di produrre e distruggere le cose , cio allalienazione estrema del nichilismo.
Il capitalismo, comunque, non  la tecnocrazia. Lidentificazione di questi due termini,
compiuta da Marx,  inaccettabile, perch la tecnocrazia, che include la salvaguardia della Terra,  la
dimensione a cui il capitalismo  destinato a subordinare i propri scopi specifici. Per rilevare il senso
autentico dellautodistruzione del capitalismo non  necessario appoggiarsi al marxismo, anzi 
necessario liberarsi dal marxismo e dalla radice stessa che alimenta lintero pensiero dellOccidente. Il
che va detto, anche se in queste pagine lautodistruzione del capitalismo non  stata rilevata in
riferimento al suo significato pi autentico e pi nascosto, ma in riferimento alla logica interna
dellOccidente, che spinge al tramonto della propria tradizione ideologica e al trionfo della civilt della tecnica.
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36.
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Bipolarismo, guerra, Occidente.
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In rapporto allinsistenza con cui continuo ad affermare che il bipolarismo, che in precedenza
aveva Usa e Urss come protagonisti, continua a esistere anche dopo il crollo dellUnione Sovietica, va
rilevato che la mia previsione del crollo del marxismo e del socialismo reale era previsione del crollo
stesso dellUrss in quanto centro mondiale del marxismo istituzionalizzato e del socialismo reale.
Quindi era previsione del crollo della forma ideologica che il bipolarismo era venuto ad assumere
dopo la Seconda guerra mondiale. Essa era pertanto previsione del monopolarismo ideologico, in cui
il capitalismo sarebbe rimasto appunto la forma ideologica dominante, cio la forma ideologica pi
congruente allapparato scientifico-tecnologico da essa amministrato  essa stessa destinata, peraltro,
ad essere subordinata e travolta da tale apparato.
Anche nel mio saggio La guerra, pubblicato recentemente da Rizzoli (ma la prima stesura risale
a 10-15 anni fa), si parla tra laltro del bipolarismo Usa-Urss. E lAvvertenza, scritta negli ultimi
mesi di vita dellUnione Sovietica, afferma che il bipolarismo Usa-Urss esiste anche oggi. Ma
lUrss, come tutti sanno, non esiste pi. E tuttavia  ancora il caso di parlare di bipolarismo, o (per
usare lespressione che avevo coniato) di duumvirato, anche dopo la liquidazione formale dellUrss.
Andavo dicendo da tempo che il marxismo e il marxismo sovietico erano destinati al tramonto
(e indicavo i motivi di questa destinazione) ma Urss significa appunto Unione delle repubbliche
socialiste sovietiche. Prevedere il tramonto del marxismo e del marxismo sovietico significava
prevedere il tramonto dellUrss. Non lo si deve dunque dimenticare, quando si considera linsistenza
con cui affermo il permanere del bipolarismo. Con questa parola ho sempre indicato la situazione in
cui le possibilit dellapparato scientifico-tecnologico oggi a disposizione delluomo sono
concentrate soprattutto in due aree del Pianeta: gli Usa e larea dellex Urss. Sia allEst, sia allOvest, la
prestazione primaria dellapparato  la potenza nucleare, cio la capacit di distruggere il Pianeta (la
quale  insieme una capacit produttiva mai prima sperimentata dalluomo).  appunto questa capacit
a costituire i due poli. Il capitalismo ha vinto e gli Stati Uniti intendono imporre al mondo la pax
americana; ma ancora oggi esiste al mondo una forza militare capace di distruggere gli Stati Uniti e
lintero Pianeta. Si tratta, appunto, dellarsenale atomico dellex Urss. Non  diventato meno reale per
il fatto di aver cambiato amministratore. La guerra, come scontro tra forze commensurabili, continua ad essere possibile.
Per bipolarismo, dunque, ho sempre inteso e intendo tuttora qualcosa di diverso dal senso che
 stato dato comunemente a questa parola e che fa leva soprattutto sulla forza di attrazione
economico-ideologica dei due poli. Oggi il capitalismo ha una capacit di attrazione
economico-ideologica grandemente superiore al marxismo. Ma appunto questo prevedevo che sarebbe
accaduto. Prevedendo il tramonto del marxismo, prevedevo la vittoria del capitalismo. Dal
comunismo al neocapitalismo  scrivevo ventanni fa. Il bipolarismo di cui affermo la permanenza
anche nellepoca del capitalismo vincente non ha dunque nulla a che vedere col bipolarismo che 
finito con la fine del marxismo e dellUrss. Indubbiamente, leconomia che allEst alimenta lapparato
scientifico-tecnologico si trova in condizioni precarie; ma, come gi si  detto, tale apparato possiede
una forza inerziale che pu durare il tempo richiesto per lassestamento delleconomia dellEst. Nel
qual caso, al bipolarismo nel mio senso potrebbe venire ad aggiungersi, ripristinato, quel bipolarismo che oggi  finito.
Una volta riconosciuto tutto questo non si comprende daltra parte nulla di ci che  guerra
nella civilt occidentale, se non si risale al modo in cui lOccidente, sin dal suo inizio greco, pensa
lesser cosa delle cose, pensa cio la cosa come oscillazione tra lessere e il niente. Questa, la tesi
fondamentale del mio libro La guerra. In proposito, si  osservato che la guerra non pu essere una
conseguenza di una particolare ontologia perch sia letnologia che la storiografia ci dicono che la
guerra  sempre stata al centro di tutte le culture e di tutte le civilt e dunque essa non  la vocazione
specifica dellOccidente (Luciano Pellicani, Il Giorno, 13.2.92). Credo di sapere anchio che la
guerra c sempre stata e non incomincia con lontologia greca. Il mio libro comincia proprio dicendo:
Al centro dellesperienza umana, la guerra. Scandisce da sempre il ritmo della storia.
Ma col pensiero greco  che prepara il terreno in cui si dispiega la storia dellOccidente 
incomincia un modo nuovo del far guerra; cos come luomo incomincia a morire e a nascere in modo
nuovo. I Greci evocano il senso radicale del nulla, da cui le cose provengono e in cui ritornano. A
partire dai Greci la distruzione delle cose  quindi anche quella forma di distruzione estrema che  la
guerra  acquista una radicalit che prima non cera.  un modo radicalmente nuovo di far guerra
quello di chi, distruggendo, intende spingere nel nulla da cui non si ritorna; cos come  un modo
radicalmente nuovo di morire quello di chi, morendo, crede di andare nel nulla eterno.  con questo
nuovo senso della guerra che noi abbiamo a che fare. E non  un caso che la distruttivit delle guerre
dellOccidente non abbia confronti con le guerre in cui la distruzione non aveva lintento di ridurre il
nemico al terribile e definitivo silenzio del nulla.
Ancora a proposito di quel mio libro, si  osservato che, anche ammettendo il mio discorso 
per il quale lOccidente  dominato dalla violenza essenziale, cio dalla persuasione che le cose escono
dal niente e vi ritornano , c poi da chiedersi che cosa mai dovr fare il comune mortale fino al
giorno in cui lumanit non si sar liberata per sempre da tale persuasione. E per rispondere a
domande di questo tipo  si conclude  occorrono decisioni, atti, non parole: atti che non
risolvono i grandi problemi, ma che fanno qualcosa di pi: mostrano (a noi stessi e agli altri) chi
siamo (R. Guarini, Il Messaggero, 2.2.92).
Ma certo! I comuni mortali fanno vedere sempre chi sono. Cio che forza hanno. Anche
lapparato scientifico-tecnologico che domina la Terra fa vedere a tutti chi : oltre a poter annientare
tutto,  anche il pi potente strumento che gli uomini abbiano oggi a disposizione per sopravvivere.
Sennonch  lapparato che, sempre pi decisamente, mette a propria disposizione tutto il resto: tutte le
grandi forze della tradizione occidentale e, a maggior ragione, tutti i comuni mortali. Anche quando
riescono a mostrare chi sono, essi possono tuttal pi mostrare qual  il loro tipo di integrazione alle
strutture dellapparato (anche perch il modo in cui la cultura occidentale concepisce luomo 
profondamente congruente allanima tecnica dellapparato). Ecco che cosa accade fino a che non
tramonti il pensiero dominante che guida la civilt occidentale  il pensiero che le cose sono niente.
Inoltre, mi si ricorda (ibid.) che esistono situazioni in cui luomo pi pacifico non pu evitare di
essere violento. Lo credo bene. Ma il mio discorso non ha lo scopo di convincere gli individui a non
essere violenti. Sarebbe come voler convincere le pietre ad essere acqua. (Il mio discorso mostra che
cosa sta accadendo al di l e attraverso il nostro darci da fare. O anche: siamo proprio sicuri che noi
non siamo altro che individui?)
Mi si chiede anche che cosa ci sia di violento nellarte. Van Gogh sentiva le foglie gialle
cadere. Come pu questa attenzione verso la cosa volere lannientamento della cosa? (F. Bella,
lUnit, 27.1.92). Penso che si potrebbe conoscere la mia risposta. Lattenzione verso la cosa  il
lasciarla essere cos comessa . Heidegger parla appunto del lasciar essere (Gelassenheit). E anche
Heidegger potrebbe chiedere che cosa c di violento e di annientante nel lasciar essere le cose, nel
lasciare che esse si mostrino cos come esse sono. Ma incominciando dal pensiero greco, lOccidente
ritiene che le cose mostrino di uscire dal niente e di ritornarvi. In questo modo, lOccidente non lascia
che le cose mostrino il loro vero volto, ma le manomette nel modo pi radicale: le identifica al niente; e
solo in quanto le annienta in questo modo essenzialmente originario pu annientarle nelle forme note e
visibili dellannientamento.
Nella civilt occidentale lattenzione verso le cose, il lasciarle essere  cio la forma
estrema della violenza. Dal pensiero greco  andata allargandosi sino a comprendere tutti gli aspetti
della vita. Van Gogh sentiva le foglie gialle cadere. Ma che cosa pensava egli di questo cadere  e,
poi, del cadere che a tutte le cose compete quando esse muoiono? Pensava anche lui che le foglie,
cadendo, finiscono per sempre la loro vita, che quelle foglie non ritornano pi, vanno nel niente. Van
Gogh non intendeva certo annientarle, le lasciava essere; ma vedendole (credendo di vederle) andare
nel niente, compiva anche lui, come tutta larte dellOccidente, il gesto originario ed essenziale
dellannientamento.
Pensare che la cosa (il non niente)  niente  lestrema follia. La negazione della follia estrema 
pensare che le cose  tutte  non sono niente.  cio pensare che nessuna di esse esce dal nulla e vi
ritorna. Al di fuori della follia, il cambiamento incessante del mondo, pur trascinando via tutto, non
annienta alcunch e quindi non pu avere il significato che lOccidente gli attribuisce. Tutto questo
vado mostrando da tempo: la necessit di dire cos: limpossibilit di dire altrimenti: il destino. Il
capitalismo, come ogni altra forma della tradizione dellOccidente,  portato al tramonto dalla tecnica;
ma la tecnica  la forma pi rigorosa e potente della follia estrema della civilt occidentale. Il destino
della verit si mantiene gi da sempre al di fuori della storia dellOccidente.
...
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...
FINE.